Lo chiamavano Jeeg Robot

lo chiamavano jeeg robot.jpgTu vuò fa’ l’americano, ma lo vuò fa’ a Tor Bella Monaca, e allora è tutta un’altra storia. O forse no. Lo chiamavano Jeeg Robot riserva sorprese sul fronte della recitazione, grazie alle interpretazioni di un’amata fuori dai canoni (Alessia) e di un cattivo che non ha poi tanto da invidiare ai suoi omologhi d’oltreoceano (lo Zingaro). Tutto questo mentre, per la prima volta, arriva sul grande schermo un film di supereroi italiano, anche se camuffato da Gomorra. Per la prima volta, sì, perché quel che è venuto prima viene cancellato di colpo, vuoi per i meriti di Claudio Santamaria e compagni vuoi per i demeriti di certi predecessori. E ci arriva bene, in sala, con tutti i suoi pezzi a posto e messi in fila. Forse anche troppo in fila.

Gabriele Mainetti mette in scena il riscatto del supereroismo tricolore, dopo il fallimento pressoché totale de Il ragazzo invisibile, che di colore, invece, non ne aveva proprio. Lo fa smontando il classico blockbuster americano a base di latex, superpoteri e conflitti interiori su quale sia il proprio posto nel mondo, gli toglie il latex e butta il resto in pasto alla mala di periferia. Il risultato è una guerra tra cosche cruda e a volte perversa, in cui restano coinvolti un ragazzone disilluso (un erotomane trangugia-yogurt dalla fedina penale sporca, interpretato, appunto, da un cupo Santamaria) e una ragazza mentalmente provata e incastrata nel suo mondo sinaptico fatto di robot giapponesi e di mondi da salvare. Fino a che il mondo da salvare non diventa lei, in un gioco di ambizioni e di vendette che è sporco quanto un pulp movie, ma che segue in modo accademico le fasi narrative del genere a cui si ispira. Il supereroismo. Reso inedito dall’ambientazione e dal contesto sociale su cui si è deciso di puntare, ma che ripercorre fin troppo pedissequamente le tappe del classico eroe all’americana.

Si è osato tanto, è vero, catapultando un genere non “nostro” in un mondo che, nel bene o nel male, è nostro eccome. Lo si è fatto con successo, dando spazio a interpretazioni calzanti ed efficaci, a personaggi riusciti come quello di Alessia (interpretata da una validissima Ilenia Pastorelli, segno che il Grande Fratello continua a sfornare delle giovani promesse) e lo Zingaro (uno straordinario Luca Marinelli), sorprendendo per i pochi ma impeccabili effetti speciali, e deliziando lo spettatore con una scrittura che, nonostante un paio di sbavature, è piena di dettagli che danno spessore emotivo alla trama stessa. Che però, nonostante tutto, avrebbe potuto osare di più, in un film che ha comunque vinto a testa alta la sua “missione impossibile”: essere credibile importando un genere che molti credono impossibile da importare, e contribuendo a svecchiare un cinema – quello italiano – che sembra tremendamente e colpevolmente allergico al fantastico. Mainetti fa l’americano, e lo fa all’italiana, nel senso buono del termine, giocando sulla nostalgia dell’adolescenza e sugli eroi d’acciaio di un’altra epoca. Il manuale è stato rispettato alla perfezione. Ora è il tempo di scriverne un altro. Uno che sia soltanto nostro.

La gatta dei due anni

Le tue figlie parlano di te. Non parlano, perché non sono nate per farlo, eppure parlano di te. Stasera ho visto, guardato, osservato la piccola dalle zampe bianche, quella coi calzini, mentre leccava la testa alla sorella, lo stesso trattamento che di solito vede i due ruoli invertiti. Anche questo gesto parla di te. Le tue figlie parlano di te. Non parlano, perché non sono nate per farlo, eppure, sì, parlano di te. Parlano di te con le loro movenze, i loro colpi di lingua, i loro giochi circensi. Gli agguati. Dio, gli agguati. Quelli sì che li hanno imparati da te, le due sorelle e il fratello vagabondo, quello che ha preso la via della strada proprio come l’hai presa tu. Proprio come spero che l’abbia presa tu, che un po’ sulla strada lo sei sempre stata, ma che poi sei sempre tornata. Sempre. Mai una volta, mai, in cui non sei tornata. Ti sei presa tutte le tue libertà, ma poi, sì, sei sempre tornata.
Sempre.
Fino a tre settimane fa.

Per raccontarlo, e per raccontarmelo, ho bisogno dell’aiuto del solito Ludovico. Me lo dice piano, col suo piano, che è forse giunto il tempo della memoria. Di ricordare te, Silvestrina, la gatta dei due anni, arrivata la notte di Capodanno per poi sparire ventiquattro mesi dopo, alla vigilia di un nuovo giro di calendario. Non è il pianto della disperazione, non di quella più totale, perlomeno. E’ un saluto da lontano, in realtà quanto di più vicino si possa sognare. Ripenso a te, gatta dei due anni, ma per pensarti mi basta voltarmi. La figlia senza guanti ha preso esattamente il tuo posto, appollaiata nello stesso punto, tra i cuscini del mio letto oversize, mentre Ludovico mi suona in cuffia la sua serenata nostalgica.

Mi hai insegnato cosa sia la maternità, a me che madre non sarò mai. Ho visto la tua pancia crescere fuori misura, a te che eri ancora uno scricciolo, ma con in grembo ben cinque creature. Due non ce l’hanno fatta, le altre tre sono qui a ricordarmi chi sei. Non chi eri. Chi sei. Le altre tre, facciamo due, che il “bambolo” ha preferito il gelo dell’asfalto al calore delle coperte. E io sono qui, a cercare calore oltre il gelo della tua assenza reiterata, a spiegarmi il perché e il per come, a lottare coi fantasmi della ragionevolezza, ipotizzando scenari di una vita felina lontana da queste mura, da queste reti, da questi cancelli. Da queste mani. T’immagino nel mondo del chissàdove, certo che la tua sia stata una scelta consapevole. Libera, soprattutto. T’immagino così, ché tutte le altre alternative vanno ben oltre questa tremenda nostalgia, e sfociano nel mare agitato e paradossale della quiete eterna. E io non ce la faccio, non ce la faccio a immaginarti fredda come quell’asfalto. Fredda come questa tua assenza.

Sogno scenari ottimistici, pensandoti nelle mani di chissàchi. Ti penso già pronta per il sole che verrà, in un giardino lontano da questo quartiere, lo stesso quartiere che fino a venti giorni fa era anche un po’ il tuo. Tu che sei venuta da chissàdove, e che ti sei lasciata “salvare” da me dalle grinfie di un gatto che – tu guarda la sorte – se n’è andato praticamente un mese esatto prima di te. Lui per sempre, davvero. Non ci credo tu abbia già raggiunto il tuo nemico di sempre. Tu sei lì, pronta per il sole che verrà. In fondo, lo stesso sole che proverà a sciogliere questo gelo. Quello che mi riscalderà il cuore, che metterà fine al freddo che hai lasciato.

Quella notte eri sotto la macchina del vicino, l’alzatore seriale di tergicristalli. Eri lì che miagolavi. Eri lì, tu e il tuo lamento strano, piccolo e strano. Piccolo come te, che eri ancora lontana dal compiere un anno. Eri lì, mentre io ero appena tornato da un finto bagordo di fine anno. Sei e trenta del mattino. Io, te e il Signor Simpson in tutta la sua arroganza. E pensa un po’, mi manca pure quella, pure quell’arroganza che ho visto diventare dura come il marmo, e fredda come il freddo asfalto su cui l’ho trovata. Un giorno dovrò curarla davvero, dovrò prenderla davvero sul serio questa mia innata propensione alla nostalgia. E’ l’effetto dell’affetto, lo stesso che mi lega a questa poltrona e a questa tastiera, a Ludovico e alle sue serenate che sbrigliano le parole. Lo stesso che mi fa stare qui, a ricordarti, e a dedicarti queste due righe diventate venti, diventate duecento.

I numeri non contano. Eppure certe coincidenze sono assurde e allucinanti. Arrivata a Capodanno, ci hai dato il tuo arrivederci praticamente due anni esatti dopo. Il giorno, poi, parla da sé. Era il 30 dicembre, quando mia nonna ha compiuto gli anni, proprio lei che di recente se n’era uscita dicendo di avere un secondo nome, e non un nome a caso: Silvestrina. Il tuo nome. Non siamo proprio sicuri di poterle credere. Rivelare di avere un secondo nome alla veneranda età di novantun’anni… Ma la coincidenza non è tale, anche perché io, alle coincidenze non ho mai creduto. Non hai scelto un giorno a caso per il tuo arrivederci, costringendomi qui, ora, a ricordare e a ricordarti, e a fare i conti con la razionalità di un arrivederci che puzza un po’ troppo di definitivo.

La mattina del Capodanno di due anni fa ti ho fatto mangiare. “Non entrare però, eh”, e tu mi guardavi con quegli occhi che…

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Con quegli occhi che…

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Che.
Punto.

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Stavi tra il cancello e il portone. Non ti ho permesso di venire oltre, non volevo essere linciato dai miei per aver portato un gatto in casa. Ti ho chiamata sul retro, e ti ho fatto mangiare qualcosa. Da lì il sodalizio biennale. Per un po’ di tempo non te ne sei più andata. Non ti facevamo entrare per via di un malsano pudore, per non abituarti ad agi da cui, poi, avremmo fatto fatica ad allontanarti. Ti accucciavi sotto il telo verde che copriva i divanetti del giardino. Bastava chiamarti, e tu uscivi per i tuoi balletti rasoterra, gli stessi che ora fanno i tuoi figli, gli stessi che hai sempre continuato a fare anche quando ci venivi incontro nella via qui a fianco. Lì dove ora ti cerco, ma senza risultati. Eri sempre lì, tu, sotto quel telo verde. E, di conseguenza, erano sempre lì anche i nostri sorrisi.

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Col tempo sei entrata. In pochissimo tempo sei entrata. Ti sei impossessata di sedie, divani, gambe, tavolini. Vedevo i progressi del tuo dominio dalle foto di mia madre, mentre me ne stavo a Milano a portare avanti un lavoro che poi ha deciso di portarsi avanti anche senza di me. Tornavo ogni tanto, ma tu oramai ti eri legata a mia madre. A mia madre e alle sue crocchette. Ma ero felice per te. Ero felice per noi. Ero felice per questa casa, che aspettava da tempo un animale che la ravvivasse, ma il pudore di cui sopra aveva sempre bloccato chi qui dentro comanda davvero. Questa, però, è un’altra storia. Ora m’interessa soltanto la storia di Silvestrina, la gatta dei due anni, che bruciando le tappe ha preso possesso della casa e attirato gatti grossi il doppio di lei nel nostro giardino, pronti a fare chissà quale gang bang felina. Il risultato è stata quella pancia spropositata. Il risultato è stato il parto dell’8 aprile del 2014. Il risultato, al netto dei due che non ce l’hanno fatta, è stato questo qui:

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Mi hai insegnato la maternità, dicevo, a me che madre non sarò mai. La mattina del parto ho rimandato la partenza per Milano. Non lavoravo già più, e ad ogni modo tu e i tuoi cuccioli avete sempre avuto più importanza di qualunque cazzo di contratto. Il contratto con la vita non è eguali. Ho voluto assistere al parto, ed ero così ansioso che mi è venuto il dubbio inconscio di essere io, forse, il padre dei pargoli pelosi. Ma le gang bang feline non fanno per me. Gli animali, invece, gli animali li ho sempre avuti dentro, nel DNA. Avete sempre fatto parte di me. Sarà per questo che questa tua assenza sa di sorella scomparsa, di un’amica che è venuta a trovarmi in camera – chissà – per un’ultima volta, per poi scendere le scale in attesa di cibo e andarsene senza più la voglia di fare ritorno. Senza nemmeno mangiare. due soffiate ai tuoi figli, compreso il maschio incrociato nel solito stanzino. E poi ciao. Arrivederci. Chissà.

Potrei raccontare e raccontarti per ore, ma in fondo sarebbe soltanto un raccontarmela. Sono qui per sublimare il peso insopportabile di un’assenza. Sono qui per sfidare la fottuta ragionevolezza della ragione, per sperare ancora in bene, per credere che un giorno ti affaccerai di nuovo sulla porta-finestra del giardino, la stessa da cui hai avuto da me le prime crocchette. Torna, e trasforma questo fiume di parole in un ridicolo gioco, in una prova di stile dettata dalla necessità di un’iniezione di fiducia.

E’ stata dura metterti il pannolone dopo la sterilizzazione. Ricordo ancora i nervi esplosi di mia madre, l’impotenza di mio padre, il mio stesso impaccio. E’ stato ancora più duro scegliere di sterilizzarti. L’ho sempre trovata una violazione della tua dignità, e ora quasi me ne pento. Potresti essere altrove, a figliare ancora, inseguendo la natura come tu sai fare. Tu che mi hai insegnato cosa sia la maternità, a me che madre non sarò mai. Hai leccato via la placenta come se l’avessi sempre fatto. Hai allattato con regolarità anche senza saper leggere l’orologio. Hai scaldato col pelo i tuoi pargoli, gli stessi che, una volta fuori, hai fatto giocare. Tu, ragaTTa madre che mentre educavi al diletto e alla caccia, in fondo, credo ti volessi anche un po’ divertire. Ricordo gli agguati e le corse a quattro nel vialetto del giardino, tra steli d’erba un po’ più alti che facevano da trincea invisibile. Avete inventato giochi e movenze che rasentano l’arte, e io ho perso ore ed ore ad ammirarvi tra la primavera e l’estate, in fondo senza perderle davvero. Guardandoti educare, mi sono un po’ educato alla vita. Alla spontaneità delle cose. Ai meccanismi non meccanici di cui voi animali siete splendidi portavoce.

Mi hai insegnato cosa sia la maternità, eppure non ho mai condiviso la tua aggressività post-svezzamento. Ti abbiamo anche sgridato, ma ogni urlo, ora, appare soltanto come il più inutile degli echi. Molto prima di quei goffi rimproveri viziati dalla morale c’è stato il tempo delle gite in famiglia, tue e dei tuoi figli, nella via dopo l’angolo, e i recuperi disperati al tramonto tra le case degli altri, prendendovi in braccio oppure per la gola con la scusa della pappa. Ti chiedevamo rabbiosamente di non portarli di là, ma col senno di poi ho imparato che senza il tuo prezioso lavoro ora non avrei qui con me tre gatti educati alla casa quanto alla strada. Ti ho sempre ammirato, e non lo dico per un effetto collaterale della nostalgia. Sei stata perfetta da subito, dopo la gravidanza, da lacrime agli occhi, quelle che in effetti mi hai fatto venire più volte. Occhi umidi, a guardarti curare i tuoi figli a suon di lingua e di morsi prolungati, che li hanno educati all’affetto e all’aggressività, al gioco e alla caccia, alla vita e a tutto ciò che la riguarda.

I tuoi figli sono un prolungamento di te, anche se a un certo punto li hai ripudiati seguendo attentamente il libretto d’istruzioni di madre natura. Non tolleravi più la loro presenza dentro le tue stesse mura, per questo da un circa un anno e mezzo alternavi la strada alla casa. Ed è questa tua abitudine a farmi ancora sperare in un tuo ritorno. Perché so che potresti anche aver deciso di fare una gita più lunga del solito. Perché negli ultimi tempi eri stata tantissimo a casa, a mangiare, dormire e a prender coccole, e mi auguro che tu ne voglia ancora. E ancora. E ancora. Ti aspetto, gatta dei due anni. Spegni queste parole sofferte e riaccendimi il sorriso. Sbuca sotto la macchina dell’alza-tergicristalli seriale. Spunta dalla porta-finestra del giardino. Sfoggia i tuoi occhi grandi e puntali di nuovo contro i miei. Insegnami ancora qualcosa della vita, tra una crocchetta e una trasferta, tra un gioco troppo aggressivo e la tua dolcezza nascosta sotto la scorza della belva selvatica. Torna, gatta dei due anni. Il terzo è ancora tutto da vivere.

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La risposta a tutto

Il silenzio della notte. La nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. I gatti si danno il cambio tra le finte ronde nel giardino. Si alternano come il giorno e la notte. Loro non hanno quiete, non in senso stretto. Il loro è equilibrio, equilibrio puro. Equilibrio e basta. Camminano sul filo della vita senza guardare di sotto. Non è spavalderia, né mancanza di paura. I gatti sanno che guardare giù non serve a niente. Se non a smarrire la strada. Se non a perdere se stessi, il punto di vista delle cose, e allora, semplicemente, non ci guardano. Intanto l’acqua comincia a bollire. Perché io, stasera, ho bisogno di bere.

L’acqua bolle. La tazza è pronta. La bustina è già distesa sul quarzo che dà alla mia cucina una parvenza di lusso. Passa un attimo, e quella stessa bustina sta già facendo snorkeling nell’acqua bollente. C’ero quasi. C’ero quasi, cazzo, per una volta. Per una volta ero quasi riuscito a non far uscire l’acqua dal pentolino, ma ho il vizio di riempirlo quasi fino all’orlo, che poi al resto ci pensa l’ebollizione. C’ero quasi. C’ero quasi, stavolta. Ma l’ultima goccia mi ha tradito. L’ultima goccia, prima che io spegnessi il gas, si è precipitata giù dal pentolino ed è caduta sulla fiamma. Ma non importa. Non importa, perché io stasera ho bisogno di bere.

I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa. Chi caffè annacquati, chi camomille dagli effetti eccitanti, chi chissà cos’altro. I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa, o di mangiare qualcosa. Chi delle uova ridondanti, chi delle coppe piene di fragole con la panna. I miei personaggi sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. I miei personaggi prendono vita, e prendono vita anche per questo. Perché sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. Bevono e mangiano, mangiano e bevono. E io, stasera, proprio come loro ho bisogno di bere. Il mio infuso si sta raffreddando, quel tanto che basta per poter essere bevuto. Ora prendo il miele e ci addolcisco quell’intruglio di zenzero e limone. E me lo bevo, come fossi uno dei miei personaggi. Io che scrivo storie di altri, e che facendolo, forse, scrivo un po’ anche la mia. Ci rifletto su, nel silenzio della notte, mentre la nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. Ma ora respiro e penso sotto la luce al neon della mia cucina. L’unica nebbia che vedo è quella provocata dall’infuso che mi sta ancora aspettando. Bevo, e mi sento come uno dei miei personaggi, perso in un flusso surreale senza capire il senso della corsa di questo immenso tram.

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Il teorema del topo liberato

foto 2Che poi io, il fumetto, l’ho sempre amato. E’ che non gli ho mai dato uno chance, non ho mai creduto in questo sentimento, non fino in fondo. Avevo paura fosse una passione a senso unico. Io amo lui ma lui non ama me. Fine. Punto. E a capo. E invece no. Io, il fumetto, l’ho sempre amato, ma non avevo mai capito che sotto sotto, in fondo in fondo, qualcosa per me lo provasse anche lui.

Ho sempre avuto paura, poi, che sarebbe stato a malapena un amore filosofico. Teorico. Di testa. Di testa e basta. Una storia in cui io mi faccio le storie, e lì finisce tutto, perché tanto, poi, chi me le disegna? Non una cosa fisica, passionale, con una sua concretezza, qualcosa di viscerale e intenso, tanto da assumere una forma un po’ meno astratta di una storia mentale fine a se stessa. Bene. Ecco. Di mentale credo ci fossero soltanto le mie seghe. I miei paletti. I miei limiti auto-imposti. I miei fermi da motorino represso. I miei tantononsofare. I miei tantosetoccolamatitasisquaglia.

Io non so disegnare. Non ho mai saputo farlo, e di certo non ho imparato di colpo grazie a un roditore e a un cagnaccio con troppe rughe. Io non so disegnare, ma da qualche giorno sento che i miei paletti sono un po’ meno saldi, che i miei limiti sono diventati degli ologrammi assolutamente innocui, che i fermi si possono levare anche in mezzo pomeriggio, e che tantononsofare, no, ma ‘fanculo, cipossosempreprovare.

E c’ho provato. Mi son trovato a subire il contropiede di un destino che sghignazza di fronte ai miei affanni meno sensati. Matita in mano, un foglio bianco da sporcare, e davanti agli occhi una sequenza di foto. Topi e mastini, mastini e topi. Prima di cominciare non mi è stato spiegato niente, e io l’unica cosa che sapevo è che la matita s’impugna tenendo sempre la punta verso il basso, che a fare il contrario non si sa mai. Una mossa sbagliata e si diventa ciechi, come con le seghe mentali. In effetti io ero davvero orbo. Mi sono sempre raccontato di non saper disegnare, e in effetti non avevo tutti i torti, ma il peccato originale è stato quello di credere che non avrei mai potuto imparare. Come se uno che sa usare la penna non potesse fare due scarabocchi sensati con la matita. Anche se fosse avrei sempre potuto farli con la Bic. Tiè. Ma non li ho mai fatti. Non ho mai creduto a questo amore con il fumetto, anche se io, il fumetto, l’ho sempre amato. Tra le rughe di quel mastino, però, ho scorto una scintilla. Negli occhi di quel topo ho visto una mezza luce, mezza soltanto. Una luce che adesso ho voglia di vedere davvero. La voglio vedere tutta intera.

Questo è il teorema del topo liberato, quello che mi è uscito dalla matita quasi per sbaglio, per dirmi che per trentadue anni mi sono comportato come uno stronzo represso, a non credere nel fumetto e in quel po’ di grafite che mi scorre nelle vene. Quel topo si è liberato, e ha liberato un po’ anche me. E ora ho tutta l’intenzione di godermi questa ritrovata libertà.

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L’una

Prima o poi lo capirò. Capirò cosa porta la mia mente a trovare la concentrazione soltanto a ridosso della notte, il mio corpo a sentirsi pieno di forze soltanto con il sorgere della luna. Roba che mi metterei a lavorare adesso, non fosse che Morfeo mi chiama. E io, io non ho non ho nessuna voglia di rispondergli quando sono all’apice di me.

Giallo grano su grigio asfalto

Amo l’imprevisto perché è pieno di vita. Non se ne può fare a meno. Non se ne farà mai a meno. Amo l’imprevisto perché sfonda le sbarre e ingabbia le disumane convenzioni. Amo l’imprevisto perché il già visto ha già saturato questi occhi così stanchi. Amo l’imprevisto per il semplice piacere della sorpresa. Amo l’imprevisto perché va fuori dal seminato, come un contadino ubriaco che sparge semi sull’asfalto davanti a casa. Chissà che non nasca del grano. Chissà che un giorno non nasca del giallo grano su quel grigio asfalto.

Giallo grano su grigio asfalto

Col segno di poi

Beh, son qui. A ritmare le dita su tasti arrugginiti, a limare la vita su testi arginati. A scrollarmi di dosso il dosso che mi ha fatto sobbalzare via. Per saltare verso l’infinito e oltre di un infinito infinito. Son qui per ricordarmi chi sono. Per ricordarmi per chi suona la mia stessa campana. Per alimentare il mio credo verbale, il mio verbo animale. Per debellare il mio filtro mentale. Per questo le dita vanno da sole, ritmate su tasti arrugginiti mentre limo la vita su testi arginati.

Sogno o son destro?, mi chiedo. Come se il sogno fosse una cosa sinistra. Come se il sogno fosse un tiro mancino. Come se il sogno fosse una cosa meschina. Come. Come. Come se scrivere fosse una fottuta questione di velocità, dove fottuta rafforza ma allo stesso tempo rallenta.

Sono ciò che sonno, e ciò che sonno dice che devo dormire. Ora. Sano. Come un pesce crudo sul mio letto di riso.
Ah-ah.

Col segno di poi

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