Col segno di poi

Beh, son qui. A ritmare le dita su tasti arrugginiti, a limare la vita su testi arginati. A scrollarmi di dosso il dosso che mi ha fatto sobbalzare via. Per saltare verso l’infinito e oltre di un infinito infinito. Son qui per ricordarmi chi sono. Per ricordarmi per chi suona la mia stessa campana. Per alimentare il mio credo verbale, il mio verbo animale. Per debellare il mio filtro mentale. Per questo le dita vanno da sole, ritmate su tasti arrugginiti mentre limo la vita su testi arginati.

Sogno o son destro?, mi chiedo. Come se il sogno fosse una cosa sinistra. Come se il sogno fosse un tiro mancino. Come se il sogno fosse una cosa meschina. Come. Come. Come se scrivere fosse una fottuta questione di velocità, dove fottuta rafforza ma allo stesso tempo rallenta.

Sono ciò che sonno, e ciò che sonno dice che devo dormire. Ora. Sano. Come un pesce crudo sul mio letto di riso.
Ah-ah.

Col segno di poi

Sex Criminals 1

C’era una volta Simone Celli, quello che scriveva sempre di fumetti. Simone Celli c’è ancora, ma di fumetti, oramai, scrive davvero molto poco. Troppo poco. Ogni tanto ci mette una pezza. Ogni tanto tipo qualche giorno fa, quando ha rinfrescato la sua ormai pluriennale collaborazione con Comicus.it con la recensione di Sex Criminals 1. Qui tutte le altre cose da lui scritte per il suddetto sito. Lui, Simone Celli. Che poi sarei io, e che farei meglio a scrivere più spesso di fumetti. Così non avrei più il tempo di scrivere di me in terza persona.

sex criminals 1– CLICCA QUI PER LEGGERE LA RECENSIONE –

Birdman

BirdmanAveva le ali, ma poi il suo volo ha perso lentamente quota. Lui era un attore acclamato, una di quelle stelle dei cinecomics come oggi ce ne sono tante. Robert Downey Jr. e Jeremy Renner sono soltanto due dei nomi che potremmo chiamare in causa, ma arriveremmo tardi: a citarli ci ha già pensato Alejandro González Iñárritu, sfottendo con garbo un intero genere. Quello dei supereroi sul grande schermo, a cui Birdman ammicca tra una presa in giro e l’altra. La scelta stessa dell’attore protagonista rappresenta il colpo di genio di un film che, nonostante alcune pecche, è di per sé geniale. Capostipite dei vigilantes cinematografici dell’era moderna, Micheal Keaton ha vestito i panni di Batman nei due apprezzati film di inizio anni ’90 griffati Tim Burton. E’ lui che ha “affrontato” il Joker di Jack Nicholson, molti anni prima che Christian Bale rinnovasse l’eroe nerovestito ed Heath Ledger – prematuramente scomparso e mai dimenticato – rivoluzionassero la figura del pazzo criminale travestito da clown. La genialità dell’aver scelto Keaton sta tutta nella parabola discendente del personaggio di Riggan Thompson, alias Birdman, da lui interpretato. Un attore acclamato, appunto. La stella (cadente, anzi caduta) dei cinecomics in cerca di riscatto. Un personaggio che sembra essere la metafora della carriera dell’attore chiamato a prestargli anima e corpo. E le analogie non finiscono qui. Nel film, l’anno dell’ultimo capitolo della saga di Birdman interpretato da Thompson (1992) corrisponde a quello dell’ultimo Batman di Keaton, il cui percorso è poi proseguito tra le periferie hollywoodiane, in una serie di saliscendi tra ruoli spesso di secondo piano, fino alla candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista proprio per Birdman. Ma per la statuetta non c’è stato niente da fare. Un volo mancato, anche se lui e il suo ultimo film le ali le hanno eccome.

Lo dimostrano i quattro premi che la pellicola ha comunque incassato durante l’ultimo red carpet. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia: il gioiellino di Iñárritu ha fatto letteralmente incetta dei riconoscimenti più importanti dell’ultima stagione cinematografica. Quello da lui diretto è un lucido delirio che corre imbizzarrito sul filo del surreale. Ma è soprattutto un esercizio di tecnica sopraffina, un tripudio di movimenti di macchina davvero da manuale e di recitazione eccellente. Complici anche i bravissimi Edward Norton ed Emma Stone, ripescati dal calderone dei supereroi in pellicola – rispettivamente hanno interpretato Hulk e Gwen Stacy, la ragazza di Peter Parker/Spider-Man, in produzioni tutt’altro che memorabili – come a dimostrare che bastano un buon copione e una regia un po’ più audace per far esplodere al meglio le capacità drammaturgiche degli attori in scena. Come a ribadire che i veri eroi del cinema non hanno bisogno di maschere e di muscoli in computer grafica.

Intanto il pianosequenza non molla mai la presa. La camera è mobile e mai scontata, mostrandosi capace di tutti i piccoli e continui adeguamenti necessari per dare la giusta profondità a ogni singolo gesto o movimento. Un continuum visivo che spiana la strada a una storia che però è un po’ troppo avara di scossoni. La sceneggiatura ha vinto un Oscar più che meritato, ma più per i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi che per lo sviluppo della trama, sostanzialmente incentrata sul desiderio di rinascita di un uomo dall’ego smisurato quanto ferito. Il film si può leggere in più modi. I temi trattati sono tanti, vividi, attuali e ben districati. L’unica pecca, appunto, è l’andamento un po’ monocorde della storia, che tenta di rimediare con un finale che cerca la tragedia e lo straniamento di chi guarda. Forse senza nemmeno riuscirci. Ma resta quel trionfo assoluto della tecnica, preziosa e luccicante. Un esempio di cinema matrioska che, con la scusa di aver (ri)scoperto l’intensità del teatro, ne approfitta per parlarsi parecchio addosso, ammiccando sarcastico al mondo dei supereroi di celluloide e alla Hollywood del blockbuster a tutti i costi.

Una mancanza di troppo

Suoni difformi, non conformi alla forma che ho. Parole al vento, che le porta via, dove soltanto Dio lo sa. Non qua. Non qua. Qua è soltanto un tripudio di cerume, e delle solite ingrate sinapsi. Qua è un trionfo di suoni difformi, non confomi alla forma che ho. Quella di un uomo con le mani al vento, affannate a cercare pace oltre la guerra della mente. Quella di un uomo con un cuore che batte, sempre un po’ puttana ma che continua a farlo gratis.

Mi manca quell’assenza di mancanza, quel senso di pieno che ora è superato dal vuoto. I chilometri non mordono: la distanza è un problema dell’anima. E oggi mi sento così, ridimensionato da fatti drogati dalle parole al vento. Volate chissà dove, soltanto Dio lo sa. Non qua. Non qua. Qua c’è soltanto la mancanza dell’assenza di una mancanza ritrovata, prepotente, incalzante. Una mancanza di troppo, che lascia praterie da riempire a un vuoto che è fin troppo presente.

Una mancanza di troppo

GatterChef

C’è crisi. I miei gatti lo sanno, e per questo si preoccupano dell’economia domestica. A volte si mettono a farla loro, la spesa. Ad esempio c’è Walter che porta a casa i merli. Appena ne cattura uno ti chiama miagolando da in fondo alle scale come fosse il più gretto dei pescivendoli. E poi c’è Saetta, che da brava predatrice acciuffa le foglie secche in giardino e te le poggia vicino ai piedi. Non so più come dirglielo che non sono vegano.

Per dono (ma anche no)

Se fossi una bilancia starei più in equilibrio. Ma sono un sagittario, e qui son cazzi. Trasudo orgoglio e libertà, che detta così sembra il nome di un partito di estrema destra. Invece son qua, a incassare destri che sono in realtà dei colpi sinistri. E io che sarei per la par condicio, io che bilancia non sono, mi sbilancio e perdo l’equilibrio. Resto pur sempre un sagittario. Trasudo orgoglio e libertà, e facendo leva su questo mi rialzo, forte anche del mio terzo pilastro da arciere col culo da cavallo. Il senso di giustizia. Per questo peso e ripeso i destri sinistri che ricevo. Li peso e li ripeso come fossi una bilancia, io che invece son sagittario, e che son condannato a esserlo a vita. Così sono costretto a farlo, a mettere quei colpi su una bilancia che non ho e che, soprattutto, non sono. In base al peso, ai colpi presi attribuisco un prezzo. Poi li espongo sui miei scaffali più sporchi, nel grande negozio della vita. Qualcuno dovrà pur passare di qua. Qualcuno dovrà pur pagare per loro. Ché nel perdòno per dono tutti quanti pèrdono, uscendo dal negozio della vita senza un po’ di saggezza in più.

Per dono

Segreto come il sole

Diario. Un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Io ho perso il senso. Ho perso il senso del mio diario. Perché un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Non una vetrina.

Da oggi scriverò. Scriverò ogni giorno, tranne nei giorni pari e in quelli dispari. Mi sto impegnando a scrivere qui dentro tutti i giorni. Tutti i giorni in fila. Uno dopo l’altro. Saltandoli tutti. Perché non ho bisogno di impegni, ma di stimoli. E io lo voglio. Io voglio scrivere qui dentro. In questo diario virtuale. Che è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Il mio diario, segreto come il sole in cielo. Io che sono un uomo in vetrina, sì – una vetrina stretta -, ma che non lo fa per esporsi. Un uomo, in vetrina, sì, che ha soltanto uno smodato bisogno di raccontarsi.

Segreto come il sole