GatterChef

C’è crisi. I miei gatti lo sanno, e per questo si preoccupano dell’economia domestica. A volte si mettono a farla loro, la spesa. Ad esempio c’è Walter che porta a casa i merli. Appena ne cattura uno ti chiama miagolando da in fondo alle scale come fosse il più gretto dei pescivendoli. E poi c’è Saetta, che da brava predatrice acciuffa le foglie secche in giardino e te le poggia vicino ai piedi. Non so più come dirglielo che non sono vegano.

Per dono (ma anche no)

Se fossi una bilancia starei più in equilibrio. Ma sono un sagittario, e qui son cazzi. Trasudo orgoglio e libertà, che detta così sembra il nome di un partito di estrema destra. Invece son qua, a incassare destri che sono in realtà dei colpi sinistri. E io che sarei per la par condicio, io che bilancia non sono, mi sbilancio e perdo l’equilibrio. Resto pur sempre un sagittario. Trasudo orgoglio e libertà, e facendo leva su questo mi rialzo, forte anche del mio terzo pilastro da arciere col culo da cavallo. Il senso di giustizia. Per questo peso e ripeso i destri sinistri che ricevo. Li peso e li ripeso come fossi una bilancia, io che invece son sagittario, e che son condannato a esserlo a vita. Così sono costretto a farlo, a mettere quei colpi su una bilancia che non ho e che, soprattutto, non sono. In base al peso, ai colpi presi attribuisco un prezzo. Poi li espongo sui miei scaffali più sporchi, nel grande negozio della vita. Qualcuno dovrà pur passare di qua. Qualcuno dovrà pur pagare per loro. Ché nel perdòno per dono tutti quanti pèrdono, uscendo dal negozio della vita senza un po’ di saggezza in più.

Per dono

Segreto come il sole

Diario. Un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Io ho perso il senso. Ho perso il senso del mio diario. Perché un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Non una vetrina.

Da oggi scriverò. Scriverò ogni giorno, tranne nei giorni pari e in quelli dispari. Mi sto impegnando a scrivere qui dentro tutti i giorni. Tutti i giorni in fila. Uno dopo l’altro. Saltandoli tutti. Perché non ho bisogno di impegni, ma di stimoli. E io lo voglio. Io voglio scrivere qui dentro. In questo diario virtuale. Che è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Il mio diario, segreto come il sole in cielo. Io che sono un uomo in vetrina, sì – una vetrina stretta -, ma che non lo fa per esporsi. Un uomo, in vetrina, sì, che ha soltanto uno smodato bisogno di raccontarsi.

Segreto come il sole

Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Sabato

Io, come tanti, l’ho sempre apprezzato soprattutto per la sua grande positività. Eppure, paradossalmente, la cosa che più mi intriga di questa canzone – ma ancor più del video – è il cinismo umano e corporeo che si riesce a respirare, il suo tentativo più che riuscito di lasciar trasudare una precisa urgenza. Quella di doverci rialzare. Ma per farlo, per una volta, Lorenzo Jovanotti Cherubini ha preferito raccontarci il prima di quel dopo che da sempre caratterizza le sue canzoni. Scattando la foto un istante prima del solito, ha immortalato il momento che precede quella stessa positività. L’affanno. La confusione. Il limbo di un sabato sera finto come certi luna park, ma che preannuncia l’arrivo di una grande domenica.

A dormire

Un pensiero vecchio più di cinque anni, rimasto a prender polvere nel mio cassetto virtuale.

A dormire. Perché il riposo sazia le tue giornate. Perchè il bianco segue il nero e il nero segue il bianco. Perché senza non “sei”. Perché serve alla vita.

a dormire

Imparare

Se non è disastrata non t’insegna niente. E’ la dura legge della strada, quella che non ammette sfide che non siano anche crescita. E’ la rigorosa regola dell’imparare. Devi saper ascoltare, devi saper vedere gli errori segnati con l’evidenziatore. Devi prender l’umiltà e trasformarla nella tua arma migliore. La devi prendere, impugnare, portarla in alto. Metterla davanti a tutto.

Ieri ho imparato che so fare molto. E che, allo stesso tempo, so fare ancora troppo poco. Ho imparato che niente è univoco. Che l’oggettivo è un lusso illusorio buono soltanto per certi scienziati. Che la mia arte non è arte, ma creatività in tutto e per tutto, che è esattamente ciò che voglio. Ho imparato che le parole sono la solita massa informe, e che non tutte le forme che son disposto a dare loro sono omologate per il tempo che vivo. Non tutte sono conformi agli occhi di chi le leggerà. Ho imparato che la mia fantasia conquista e spiazza, ma che certe impalcature vanno avvitate meglio. Ho imparato che c’è tanto da imparare, e tantissimo lavoro da fare. Io sono qua. Con le maniche rimboccate e gli occhi rossi e indiavolati.

Imparare