Ho imparato

Quella di ieri è stata una giornata poco edificante, ma ho imparato tante cose. Ho imparato che si perde anche quando si vince. Che l’orgoglio non è una scusa per non chiedere scusa. Che i vicini sono lontani, se non conosci le loro storie. Che ogni casa è un romanzo, e che la tragedia è una pagina senza segnalibro. Che perdiamo troppo tempo, quando il tempo è probabilmente l’unica cosa che non dovremmo perdere. Che cercare schemi mentre tutto è astratto ci protegge ma, allo stesso tempo, ci paralizza. Che forse il tè è più buono senza zenzero. Che i gatti sono spiriti della notte che possono anche decidere di non farsi trovare. Che i mostri sono il colore che ci stampiamo sugli occhi. Che la carta mi rende bulimico. Che mi (dis)perdo in un bicchier d’acqua. Che mi spengo troppo facilmente. Che la rabbia è una costante da rendere variabile. Che se vivi nel nero ti devi procurare una torcia. Che c’è un fottuto bisogno di sorriderci di più, e che una lacrima può curarti quasi quanto un sorriso.

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Finale di stagione

Guardo il bar, e mi viene quasi da salutarlo. Mi guardo intorno, osservo le pareti, le decorazioni che sanno di antico. Respiro. Osservo ancora, mentre mi avvio verso le scale che mi porteranno all’uscita. So che questi posti non li rivedrò più, se non durante un'”operazione nostalgia” attentamente pianificata. So, anche, che in questo luogo lascerò una parte di me, perché si è preso una parte di me. E io mi porterò a casa, a mo’ di souvenir, un pezzo di questo posto. Non soltanto la carta di un cioccolatino al caffè, il famoso “chicchetto” offerto a chi, dopo pranzo, si prende un espresso al bar della mensa. Mi porterò a casa un po’ di quest’aria, un po’ di queste decorazioni che sanno di antico. Un po’ di emozioni. Come sempre.

Sono le emozioni a fare la differenza. L’esperienza intellettuale si deposita sul fondo della mente, poi sta a te, di lì in avanti, essere bravo a rovistarvi dentro, a rimettere in movimento quelle nozioni, quel materiale sinaptico, concettuale ma vivido. Le idee cambiano la storia, ma a fare la differenza, sì, sono le emozioni. Sempre. Te le porti dentro, depositate su un altro fondo. Quello dell’anima.

Lascio Ponte Felcino con un groviglio di sensazioni che fatico a mettere in ordine. Qui ho piantato semi potenti, qui ho raccolto frutti dai sapori più diversi. Ricorderò questi luoghi per quel che mi hanno permesso di imparare, e non mi riferisco soltanto all’arte della sceneggiatura. Quelle sono nozioni. Io parlo di un altro fondo. Quello – forse – che stavo per toccare.

Domattina lascerò questa stanza. Ora sono qui, a scrivere le memorie dei questi ultimi “cinque mesi meno uno”. Come se fosse passata una vita. Come se qui ci fosse passata la Vita. In effetti c’è passata. In questa precisa stanza riecheggia il rumore greve delle mie emozioni. Sono qui che rimbalzano sulle pareti. Se i sentimenti fossero fantasmi, il prossimo inquilino della singola dell’appartamento 6 vedrebbe lo spettro di ciò che mi porto dentro. Nuove consapevolezze, nuove vulnerabilità. Domani mi raccoglierò facendo attenzione a non rompermi. Mi caricherò a bordo della mia Punto bianca, quella su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo. “Non superare i 70”, dicevano. “Non puoi sempre fare su e giù, con quelle salite”. La mia Punto bianca è stoica, chi la guida pure. Domani ce ne torneremo a casa insieme. Direzione mare, quello degli orizzonti infiniti. Finalmente. Cambierà il panorama, in attesa di un altro scatto repentino. Verso la grande città. Verso il futuro che sarebbe bello se fosse già un presente. Verso un altro me.

Mentre camminavo fuori dal bar della mensa sono stato assalito da un groviglio di emozioni. Sono un nostalgico, ho il vizio della celebrazione. Detesto gli addii. Non piango, ma li detesto lo stesso. Non lascerò i miei colleghi. Roma sarà la nuova casa per tutti, almeno per un po’. Ma lascerò i posti delle emozioni esagerate, quelli in cui – tra tutto il resto – so di aver amato e di esser stato corrisposto, prima che il destino mi rivelasse che era soltanto un grande scherzo. Un fottutissimo scherzo. Ho lo sguardo già in avanti, ma le emozioni – dicevo -, quelle si sedimentano nell’anima. E l’anima, si sa, non dimentica. L’anima è la vera casa di quel che ci portiamo dentro, di quel che ci portiamo dietro. L’anima è il deposito delle esperienze, di quelle vissute e di quelle tronche. E io ho ancora qualche ora per assaporare l’anima di questo posto, un’oasi in mezzo al nulla. Oggi pomeriggio scriverò, perché è quel che so fare meglio. Scriverò per mettere a punto gli episodi di un nostro progetto di serie. Lo farò tra le fontane, i limoni, gli insetti oversize. Scriverò fiction, ma non ci sarà niente di più vero: le storie prendono sempre spunto da quel che viviamo. Le storie s’interrompono, ma poi ripartono. Assumono altre forme. Questo è soltanto un finale di stagione, e non c’è un vero “cliff”. Il protagonista, però, ha compiuto il suo arco. Il protagonista sta per fare le valigie, pronto per la sua “season 2”.

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Prisoner 709

Ci sono le autobiografie da top ten e quelle pubblicate postume. Caparezza non ha bisogno delle prime, né ne avrà delle seconde. Lui ha scritto e inciso Prisoner 709, e oggi il re del non-rap italiano è più nudo che mai. Non una base che non sia d’impatto. Ogni pezzo ha un’impronta musicale articolata ed energica, che rievoca certe sonorità da rapper americano, da narratore della strada d’oltreoceano. Ma questa volta l’unica strada a essere raccontata è quella che porta al rapper stesso. Dal Troppo politico di una sua vecchia canzone al troppo poco. Forse. D’altronde l’ha detto lui stesso: “Faccio politica pure quando respiro”. Oggi, ad ogni modo, suona più cupo e introspettivo. Il nuovo Caparezza è talmente intimo da dedicare una canzone al suo stesso acufene, così autoreferenziale da parlare con il suo io più giovane, tra tracce che contengono tracce del suo passato, così come di un futuro che preoccupa e che come sempre incombe. Ma al centro c’è soprattutto il presente vissuto dal non-rapper di Molfetta. Al racconto rimato, acuto e puntuale del mondo esteriore, questa volta ha preferito il racconto di sé, del mondo che si porta dentro, complesso come le sue girandole verbali, impeccabili come d’abitudine.

Prisoner 709 è un finto concept album, perché l’unica storia che contiene è quella di chi quel concept l’ha concepito cucendoselo addosso. Niente intermezzi narrativi, soltanto il racconto di una personalità tormentata – dipinta con tinte meno accese del solito -, della sua consueta mente vulcanica e di un orecchio ronzante di cui fino a ora non si era avuto notizia. Il nuovo disco di Caparezza non è stato scritto da Caparezza, ma dall’uomo dietro la maschera di Caparezza. Alla penna Michele Salvemini, al “mic” la voce in playback – si fa per dire – del solito mattatore coi boccoli. A chi ascolta resta il consueto bisogno di farlo con il testo sotto gli occhi, anche soltanto per provare a rincorrere le rime tortuose dell’ultima fatica di un artista che la fatica, evidentemente, la percepisce davvero. Prisoner 709 è un disco maturo e dalla qualità elevatissima, ma è pur sempre il disco che non ti aspetti, meno divertente e divertito di altri, però più onesto nel parlarci dell’uomo che sta dietro l’artista. Lo si intuiva dalla serietà imperante già in copertina, così come dai pochi giochi di parole contenuti nella tracklist. Nell’attesa ci si è chiesti cos’avrebbe deriso con arguzia nei suoi nuovi pezzi, ma questa volta c’è da cogliere soprattutto l’immagine riflessa dell’autore, del ragazzone quasi 44enne dalla riccia chioma e che si celo dietro uno pseudonimo diventato ingombrante. A un primo ascolto resta poco della solita goliardia, tracce che nascondono – male – una certa inquietudine sottopelle, tra una rima non sempre baciata e nuovi labirinti di parole che trasudano, nel sarcasmo, l’affanno provocato da un successo divenuto gabbia. Il prigioniero Salvemini è voluto evadere così. Speriamo non per sempre.

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L’ultima vanità

La vita da un binocolo ha un aspetto strano.
Osservo nella notte, accucciato da lontano.
Ho visto occhi fatati senza più quell’armonia.
Qualcosa si è rotto, perso nella via.
Ho visto quel bel viso
sfigurato da Narciso.
Non odo più il tepore della voce.
L’ultima vanità, poi, spenga la luce.

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Casa 35 (Atto III)

Qui puoi leggere come tutto è cominciato.

Qui puoi leggere com’è proseguito.

Una casa non è mai una questione di mura. Una casa non è mai soltanto un tetto con qualcosa sotto. La casa sei tu che ci stai dentro, anche se non lo sai, anche se non te ne accorgi. Non gli occhi, ma la casa: è lei il vero specchio dell’anima. Ma tu non te ne accorgi, non lo sai. Fino a che – alla fine, a cose fatte – fai i tuoi conti e ti rivedi tra quelle mura. Scopri te stesso sotto quel tetto, e realizzi che in tutto questo non c’è niente di casuale.

Quando sono entrato nella mia nuova casa non c’era quasi nulla. Quando sono entrato nella mia nuova casa c’eravamo soltanto io e una spolverata di fottutissimo nulla. Pochi mobili, tanto spazio, troppo vuoto. Quella casa ero io. Me ne accorgo soltanto ora, ora che l’ho lasciata di nuovo, perché sono dovuto ripartire lontano dai miei lidi, verso i miei mostri futuri. Verso i miei scopi. Ma tornerò, tornerò perché è casa mia. Tornerò perché sono riconoscente a chi so io, e tornerò perché non si fugge mai da se stessi. La casa era vuota, sì, proprio come me. Le mancava qualche pezzo, proprio come a me. L’eccesso di spazio era soltanto la prova tangibile di una voragine piazzata lì, nel petto. Il mio. Era il vuoto che mi stavo portando dentro. Quando sono entrato mi avevano appena privato di qualcosa di viscerale. Mi avevano tolto cose che non andrebbero buttate via. I sentimenti, tipo. C’erano cose buone, qui dentro, anche se sporcate dall’ego, dai capricci della mente, da distanze che non erano più soltanto geografiche.

Quando sono entrato in quella casa ho dovuto fare i conti con me stesso. Una volta di più, ma mai una volta di troppo. Quando sono entrato non c’era quasi nulla, mentre nell’arco di un mese, tra una portafinestra e l’altra hanno trovato spazio tante nuove cose pronte a riempire quei maledetti vuoti. I comodini, un lampadario, due abat-jour, il tanto sudato tavolo della cucina. E in bagno, ora, c’è pure un’ingombrante colonna portaoggetti. Non sono semplici pezzi di una casa, ma nuovi frammenti di me che si sono opposti al nulla, mentre io, a piccoli e timidi passi, ho cominciato a dimenticare quel che avevo da dimenticare. Una ricchezza che non è più mia, e che forse non lo è mai stata. Forse non era neppure la ricchezza che ho creduto che fosse, tantomeno posso dire che sia stata la mia. Perché gli angeli, si sa, non sono mai di nessuno. Non li possiedi, al più sono in prestito dal cielo, e non sai mai quando tocchi a qualcun altro accarezzarne le ali. Ho lasciato andare. Mi sono disilluso fin dove ho potuto, sradicando certezze appena piantate, ma con radici già molto profonde.

Ora la mia casa non è più davvero vuota. Passo dopo passo ho cominciato a riempirla di tante piccole e belle cose. Perché quella casa sono io, e ho intenzione di arredarmi come merito. Quella casa siamo io e la mia strana estate, io che son sempre alle prese con una fronda di disillusioni da eludere. Solo, ma per finta, tra arzigogoli mentali che sanno tanto di labirinto. La polvere si accumula, i copri-water già scricchiolano: c’è vita in quella casa che comincia a sapere di casa, mentre io sono tornato al letto dei sogni infranti, a una manciata di chilometri da una stazione dei treni che mi accorgo di odiare. Questo posto mi ha prosciugato. Questo posto non può più essere casa mia. E’ stata soltanto la foresteria degli sguardi fumanti, figli di un calore vero, interno, profondo, ma che si sono dissolti nell’aria al primo colpo di vento. Qui sono lontano dai miei lidi, e ho di nuovo lo sguardo verso i miei mostri futuri, i miei scopi. Ma mi sto arredando. Mi sto facendo bello e abitabile per un futuro senza vuoti forzati. Per diventare anche io una casa piena di portefinestre. Un posto da cui nessun angelo vorrà più volare via.

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Non ditemi che l’estate è finita

Non ditemi che siete tornati al lavoro. Non ricordatemi che tra poche ore il tempo dell’impegno raggiungerà anche me. Non fatemi notare che le giornate si sono già accorciate. Non raccontatemi che la sera fa già fresco. Non rammentatemi che leggere dopo cena in terrazza non è più come prima. Non inventatevi che i bagni al tramonto sono meno godibili. L’estate finisce quando lo decide l’estate. Quando in spiaggia non basterà più nemmeno la maglietta per spremere la quiete fino all’ultimo istante. Quando sarà notte già all’ora dell’aperitivo. Quando i gabbiani ci guarderanno in cagnesco invitandoci a tornare sotto i nostri tetti murati. Quando le gatte riprenderanno a star dentro la notte, tutte le notti. Quando non ci sarà più spazio per la spensieratezza, se mai ce ne sia stata. Quando il tempo ricomincerà a pesare, e a pesare tanto. Quando le foglie sugli alberi si troveranno a tentennare. Quando il panorama virerà i suoi colori verso il giallo e verso il marrone. Non mi dite, perciò, che i turisti se ne sono andati. Non venitemi a dire che il prossimo temporale si porterà via ciò che rimane della nostra festa. Non mi raccontate che sul bordo del mare, ormai, c’è soltanto un deserto di sassi e di sabbia. L’estate finisce quando lo dice lei. L’estate finisce quando lo dice l’estate. L’estate finisce quando lo dico io.

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L’elefante e la bambina

A guardarla bene si direbbe che dentro vi sia nascosto un angelo. I suoi occhi parlano di un mondo altro, di un universo parallelo e allo stesso tempo coincidente con quello in cui viviamo. Noi, e l’elefante. A guardarla bene si direbbe che quella bambina sia davvero un angelo, una creatura diversa da tutta le altre. Un corpo da piccina, con una mente semplice e fervida. E dentro, incastonata, un’entità che tutto e niente ha a che vedere con questo pianeta. L’elefante, una bambina così, non l’aveva mai vista. L’elefante, un angelo così, non l’aveva mai neppure sognato. L’animale ha sempre tanti occhi puntati addosso, ma mai e poi mai degli occhi così si erano posati sulla sua pelle dura, sulla sua scorza grigia, su quella corazza che lo separa da un mondo complesso, che lo vuole attrazione, che lo vuole freak, che lo vuole mostro buono, che lo vuole giocattolo. L’elefante, da tempo, non era più una cosa sola con la vita, con la sua spontaneità, con la sua stessa natura. Il circo dell’esistenza lo aveva reso un personaggio, un’anima mascherata da mostrare a un pubblico avido e poco empatico. C’è poca purezza negli sguardi di chi entra sotto il tendone dopo essersi fatto strappare il biglietto. C’è poca comprensione, poco coraggio di ribellarsi di fronte all’ingiusta giostra di uno spettacolo che, alzando il sipario, uccide la vera libertà dei suoi protagonisti. L’elefante è docile, un po’ arreso alle sue sventure. Non accenna segni di ribellione. L’elefante resta sempre lì, sotto quel tendone, ad aspettare che nuove centinaia di occhi si posino su di lui. Ma mai e poi mai si sarebbe aspettato di poter godere di così tanta luce, all’improvviso, scaturita dalle due fessure di quel piccolo volto. Candido. Angelico.

La bambina ha infranto le regole. Con uno scatto piccolo ma efficace, si è allontanata dalla sua famiglia. A fine esibizione, ha approfittato della confusione del momento per correre verso l’animale che le aveva rapito l’attenzione. Stava contando i minuti prima di poter accarezzare quella magica creatura, con il suo sguardo tenero e un po’ sofferente, con quelle zampe giganti, perfette per un abbraccio imponente. Se solo avesse potuto. Se solo avesse potuto, l’elefante avrebbe stretto la bambina in una morsa tenera ed eterna, facendo attenzione a non farle male in alcun modo. Se solo avesse potuto. Se solo non fosse successo quel che poi è successo. Se solo si fossero intesi. Se solo la risonanza tra le loro anime non fosse deragliata come un treno impazzito e fuori da ogni controllo. Se solo. Se solo l’elefante non fosse di nuovo solo, forse, sarebbe di nuovo un animale felice. Nonostante il circo. Nonostante la vita. La bambina ha infranto le regole. Sua madre si è accorta di quel gesto sconsiderato, ma ha permesso alla piccola di allontanarsi un po’ per andare a vedere da vicino quell’enorme ammasso di tenerezza grigia. Durante lo spettacolo l’aveva guardata negli occhi. La mamma della bambina ha sempre avuto un buon intuito, per lei sua figlia è sempre stata un libro aperto. Tra le pagine delle sue sfere verdi e tanto tanto luminose, aveva intravisto la voglia di raggiungere il docile animale, di provare ad accarezzarlo. Di infrangere le regole e di andare dietro le quinte di uno spettacolo che doveva ancora davvero cominciare. Lo spettacolo, quello vero. Quello di un sentimento che va oltre le differenze, oltre le origini, oltre la stazza, oltre la mente. Soltanto gli occhi negli occhi, soltanto la pelle sulla pelle avrebbero potuto decifrare quell’alchimia, darle un nome, decodificarla e farne qualcosa di comprensibile all’uomo. Anima contro anima, a stretto contatto. Per questo sua madre le aveva permesso di andare. Aveva percepito che l’animale non avrebbe rappresentato un pericolo. Anestetizzato dalla sua vita soffocata, non avrebbe mai torto un capello alla sua bambina. E poi si vedeva da lontano quanto quell’animale fosse buono. Così la bambina ha infranto le regole. Le regole di suo padre. Distratto, come sempre, nel suo camminare senza mai guardarsi troppo indietro – e tantomeno intorno -, l’uomo non si è accorto di quanto la sua piccola si fosse allontanata. E la madre zitta, complice, a godersi l’entusiasmo della figlia, che in quell’elefante aveva visto una luce misteriosa. Non si trattava soltanto di una curiosità bambina, ma di un’attrazione fatale, di una risonanza magica, di una collisione di pelli e di arti che non era più evitabile.

La piccola ha sollevato il telo che ancora la separava da quel poderoso elefante. Che impertinenza dividere due creature così. Che cosa indicibile. Ma ormai niente e poi niente avrebbe potuto separarli. Niente, o quasi. Una volta oltre il telo, la bambina ha continuato ad avvicinarsi all’animale, a passo lento, seppur fosse smaniosa di arrivare, seppur non vedesse l’ora di toccarlo, per capire cosa davvero l’avesse spinta fin lì. Il colosso grigio si è subito accorto di lei. Non si aspettava quella visita, ma soprattutto non credeva potesse esistere così tanta leggiadria. Mai e poi mai avrebbe immaginato che tra gli occhi famelici di quel pubblico pagante se ne potesse nascondere un paio come quello. L’elefante si è voltato leggermente verso di lei. Sin dal primo contatto oculare ha scorso qualcosa di indecifrabile. Quella non era una semplice umana. Quella non era una semplice bambina. Quella di lei non era una banale voglia di saperne di più. C’era una chimica innaturale, tra i due, e allo stesso tempo la più naturale possibile. Soltanto che era inaspettata. L’animale ha molti più anni di lei. Ne ha viste di cose, nonostante il tendone del circo sia da tempo una frontiera invalicabile. Ma oramai era consapevole del mondo e delle sue fragilità, delle contraddizioni degli uomini, e credeva vi fosse un tetto, un limite alla bellezza. Se n’era convinto, come in una sorta di triste rassegnazione. A dirla fino in fondo, poi, quella bambina non era neanche la più magnifica di tutte. Ma era magnetica, leggera nel suo saltellare fino a lui, così che, una volta arrivata a un palmo dalle sue zampe enormi, non ha più capito se si trattasse di un sogno o della più favolosa e spettacolare delle realtà possibili. La bambina gli ha sorriso con fare timido, un’altra dimostrazione della sua innata tenerezza. Se solo avesse potuto ricambiare, l’animale le avrebbe risposto con un gesto simile, ma si è limitato a strizzare gli occhi. Occhi che però, tutto a un tratto, sembravano parlare. Sembravano voler dire qualcosa alla bambina. «Ti stavo aspettando», «Dove sei stata fino adesso?», «Da che nuvola sei caduta?», «Ma Dio non si arrabbierà per questa tua improvvisa a avventata trasferta?». L’elefante ha elaborato tante domande dentro di sé, ma non ha mai avuto alcun modo per formularle. La bambina, dal canto suo, si è limitata a rispondere senza sapere precisamente a cosa, persistendo con il suo sguardo inimitabile, uno di quelli che ti lasciano pensare che di meglio, in fin dei conti, proprio non ce ne siano. Poi un altro passo, la collisione, il contatto. L’inizio di qualcosa che sembrava non dover finire, ma che, purtroppo, finirà. La mano era piccina, come si addice a una bimba. Si è appoggiata lieve su quella scorza provata dal tempo e dalla finzione dei giorni. L’elefante si è sentito come un malato che ha appena trovato la sua cura, la sua terapia. La purezza e la leggerezza di quel momento hanno cancellato l’indicibilità di certi giorni, ridefinendo lo stesso concetto di meraviglia. L’animale non scorderà mai quelle sensazioni, certo che mai occhi così si poseranno di nuovo su di lui, sicuro che mai mani così lo accarezzeranno in quel modo. L’animale ha scosso lievemente le orecchie, come a ringraziare, come a esprimere il suo compiacimento. Ha sussurrato un barrito per esternare la sua approvazione. Come a dire: «Ricambierei, se potessi». La bambina ha sorriso, ha sorriso in un modo che sulla Terra non si era mai visto. La piccola ha concentrato tutto lo splendore che è in grado di condensare in quel semplice gesto, durante il quale denti e labbra stavano danzando con una perfezione che imbarazza e che quasi scandalizza. L’elefante si è sentito grato. Dai suoi occhi è scesa una piccola lacrima di gioia. Avevate mai visto un elefante piangere per il bene provato? Si era mai visto un gigante buono divenire così buono, d’improvviso, grazie a una carezza, a due occhi angelici e a un sorriso che sembra venire da un altro pianeta? Ora sì. Ora si era visto. L’elefante ha sorriso a suo modo, con lo sguardo e con il corpo. Era commosso, ha provato un inedito e spudorato senso di appagamento. Non è stato tanto il calore della mano, quanto la verità di quel gesto, a rendere tutto così intenso, così autentico. Così irripetibile. Così irrinunciabile. Così doloroso al solo pensiero di un improvviso addio.

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La piccola mano non ha sprecato nemmeno un secondo. Ha continuato a scivolare, impacciata ma mai incerta, sulla dura pelle dell’animale. L’elefante si è goduto il momento. Stupito, compromesso dalla spudorata e intensa bellezza di quell’istante, ha abbandonato ogni sua difesa, convincendosi che tutto ciò potesse durare in eterno. In quel preciso frangente, sia la bambina sia l’enorme bestia felice stavano desiderando che tutto quel tenero amore proseguisse per sempre. Come se fuori non ci fosse un mondo, come se non ci fosse un marcio con cui fare i conti. Come se i due innamorati non dovessero dar peso alle loro reciproche fragilità, alle loro intrinseche debolezze, come se non dovessero più subire i limiti di chi deve vivere con i piedi e con le zampe per terra. Come se non esistessero più quelle stramaledette regole, quelle che la bambina aveva appena infranto. «Potrei andarmene», le ha detto lei così d’improvviso. «Mio padre potrebbe chiamarmi da un momento all’altro». E il sogno si è rotto, la sfera delle emozioni impazzite è caduta frantumandosi, la magia si è spezzata, l’elefante ha cambiato improvvisamente pelle. Si è fatta più dura, più scorza. È successo tutto in un attimo, in un battito di ali di farfalla. L’elefante neppure si è reso conto di cosa gli stesse accadendo dentro, e di come stesse inconsapevolmente per reagire. L’animale aveva imparato qualcosa della lingua degli uomini, e le parole di quella bambina avevano finito per aprirgli dentro una piccola ferita. Di fronte a tanta bellezza e lievità, l’idea di rinunciarvi, l’idea di un distacco, era qualcosa di realmente inaccettabile. L’elefante non lo avrebbe sopportato. Mai e poi mai avrebbe voluto perdere il contatto con quella bambina, porta per un mondo diverso, per una pura autenticità che mai prima aveva toccato. L’elefante non voleva tornare ai suoi giorni fissi e tutti uguali, tra spettacoli che non sono suoi, di fronte a occhi famelici e mai amorevoli. Mai così. Mai come i suoi. Mai come gli occhi di quella incredibile bambina. È per questo che ha ruotato leggermente il capo, finendo per sfiorarla con la proboscide. Un gesto inatteso, da entrambi, dettato dalla paura di perdere l’amore per colpa di una chiamata dall’esterno, e dell’obbligo che la bambina sente di avere nei confronti del suo genitore. Il gigante buono non voleva spaventarla, ma ha finito per riuscirci, creando un primo insormontabile confine tra sé e la piccina. La bambina non si aspettava una mossa del genere. Fino a quel momento aveva creduto di avere a che fare con una creatura tenera, fino all’inverosimile, perfetta anche nei suoi difetti. Spaventosa perché grande, ma immensamente buona. Sorpresa e impaurita ha fatto un piccolo ma fulmineo passo indietro. L’elefante era dispiaciuto. Lui voleva soltanto capire, di certo non metterle paura. Ha avuto soltanto l’insopportabile timore di doverla salutare presto. Ma qualcosa era già cambiato. La bambina stava già indossando altri occhi, come se ne avesse un secondo paio in stanca. Occhi diversi, meno lucenti, intrisi di dubbio e di rammarico. È bastato un attimo per farle cambiare sguardo. Le due sfere verdi sembravano voler dire qualcosa di molto meno gradevole, come se il docile animale di fronte a lei si fosse improvvisamente trasformato in un mostro. Ma se solo lei avesse capito, se solo i due avessero potuto parlare la stessa lingua, se solo non si fossero riaperte certe vecchie e innominabili ferite in quella bellissima e fragile bambina, ora la piccola umana e l’enorme animale sarebbero ancora una cosa sola. La chiamata del padre non era mica arrivata, eppure l’idillio si era già spezzato. Come accade a uno specchio che precipita dall’alto, l’impatto col suolo è stato rovinoso, definitivo, nonostante le attese. Non era prevedibile che finisse così, non in quel modo maledetto. Per la proboscide di un elefante innamorato che, muovendosi in un sussulto di terrore, ha urtato inavvertitamente il capo di una piccola bambina. Nello sguardo dell’animale c’era stampato un profondo dispiacere, anche se si sentiva enormemente frustrato per non essere stato capito. L’incomunicabilità tra i due ha reso impossibile qualsiasi potenziale risoluzione. Quel passo indietro ha allontanato gli arti e le pelli. Il contatto si è perso, la magia svanita. L’elefante si è mosso verso di lei, barrendo con decisione, come a dire: «Non te ne andare, non è come credi». La bambina era terrorizzata. Dagli occhi stavano sgorgando le prime lacrime, dopo il rossore, dopo il malinteso. Il fraintendimento ha dato il via a una catena di piccole e grandi follie, gesti improvvisi e sconsiderati da ambo le parti. Invece di scappare, la bambina, mossa dalla paura più estrema e dal ricordo di quei traumi inenarrabili, ha preso la direzione opposta all’uscita e si è avventata sulle zampe posteriori dell’animale. Come una gattina impazzita, ha irrigidito e digrignato le manine mettendo in mostra le unghie, corte ma inspiegabilmente taglienti. La pelle dell’elefante non sembrava più poi così dura, come se le difese interiori, oramai inesorabilmente cadute, avessero ammorbidito la scorza, aprendo la strada a un dolore improvviso e che sa tanto di condanna. La bimba si è accanita sull’animale. Le zampe erano enormi, sì, ma sensibili come forse mai erano state. L’animale ha barrito con forza e docilità, come a dire: «Fermati, non c’è bisogno di fare così!». Ma la piccola non sentiva ragioni, e non le avrebbe sentite nemmeno se avessero parlato la stessa lingua. Le unghie hanno proseguito la loro guerra a senso unico – e comunque senza senso -, continuando a far patire tanta e inutile sofferenza a quell’enorme monolite grigio. La bambina ha spinto i suoi finti artigli sempre più dentro la pelle di lui, fino a che, senza ragione alcuna, l’elefante ha cominciato a sanguinare. Il suo barrito si è fatto sempre più potente, la bambina sempre più spaventata e allo stesso tempo più aggressiva. Alla violenza del suo gesto ha corrisposto la reazione dell’animale, in modo quasi chirurgico nel suo essere proporzionale, in una corsa verso il peggio e verso un doloroso e indesiderato addio. L’elefante non ce l’ha fatta più a subire tanta violenza, anche perché non la riteneva per niente giusta. Lui aveva soltanto paura di perderla, e la sua reazione, per quanto inaspettata, non era stata capita. Ed ecco il tremendo risultato: una bambina inferocita che sfoga la sua frustrazione su un gigante buono, dimenticando del tutto quanta dolcezza avesse scorto nei suoi occhi fino a un attimo prima. Il dolore si era fatto insopportabile, così l’animale ha barrito con grande decisione. La bimba ha fatto due passi indietro, è scoppiata in lacrime, ha gridato. Era delusa come non mai. L’elefante ha capito di aver esagerato, ma d’altronde le unghie della piccola si erano trasformate in coltelli. Così, senza un perché, come se entrambi fossero vittima di un sortilegio il cui scopo fosse dividerli per sempre.

L’elefante ha letto lo sgomento e il terrore negli occhi della bambina, oramai certo che gli splendidi e indescrivibili sorrisi degli inizi nascondessero una verità impossibile da prevedere. Una fragilità che va oltre ogni pronostico, provocata da un male del tutto ignoto. L’angelica bambina nascondeva un lato oscuro per il quale non ha mai avuto colpe, ma che l’ha resa ugualmente colpevole dell’inutile dolore provocato all’animale che, abbagliato da tanta luce, non era riuscito a vedere oltre i confini di quel mondo incantato e inedito che gli si era parato davanti con così tanta fretta e senza preavviso. Ma la bambina era vittima del suo stesso terrore. L’empatia a puttane, l’intesa ridotta a un illusorio ricordo. I modi dell’elefante erano oramai diventati il capro espiatorio per argomentare una fuga imminente. Ma l’animale ha deciso di provare a salvare il salvabile, in nome dell’amore che li aveva fatti trovare e poi uniti. Ha direzionato il corpo interamente verso di lei, per guardarla negli occhi strizzando le sue grandi sfere nere, come aveva fatto all’inizio, ma questa volta con la proboscide spenta e le orecchie basse. L’animale ha flesso le zampe posteriori, nonostante i lividi e gli scorticamenti. Era un inchino quello che l’elefante stava mostrando e dedicando alla bambina, alla sua piccola dea fuori dalla grazia di Dio. Era un gesto estremo e compassionevole, intriso di affetto, di rispetto. Non ha avuto paura di umiliarsi, neppure quando dagli occhi gli sono scese altre lacrime, stavolta copiose, non più per la commozione, ma per il dolore e per il dispiacere. La bambina l’ha degnato di uno sguardo, uno soltanto: quello di chi è già altrove, di chi non riesce più a sostenere quello scambio di azioni e di reazioni, perché vittima delle sue fragilità infantili. Poi ha voltato i tacchi delle sue scarpette e se n’è andata correndo, certa che quell’energumeno grigio, in fondo, non fosse che una bestia come tutte le altre. Come se si fosse illusa, come se non ci avesse capito niente di quella belva lì. Di quale fosse la sua reale, tremenda e terrificante natura. Poco importano i contatti degli inizi, poco importa la chimica irrazionale e potente che si era da subito rivelata. Poco importa il ricordo di un amore vero che le assurdità del presente stavano minando dalle fondamenta. Tutto è stato cancellato, tra uno sfioramento di proboscide e un accanimento di unghie. La bambina non ha capito quanto l’elefante l’amasse. E in un attimo, per paura, ha dimenticato pure quanto lei amasse lui. Ed eccolo di nuovo solo, sotto quel tendone, al di là un telo che non gli fa vedere cosa c’è oltre, costretto a mettere da parte tutto, come se dovesse improvvisamente rinunciare a una parte di sé, perché con quella mole, di correrle dietro, proprio non se ne parla. Una mole che forse aveva rappresentato un problema sin dall’inizio, perché fonte di disparità, di timore. Di paura, da ambo le parti, di non essere all’altezza. Infine l’elefante ha barrito, ha barrito ancora. Ha gridato, pianto, tutto nella sua lingua. Ma nessuno poteva capirlo. Nessuno poteva più sentirlo, neppure quella fanciulla ormai lontana, corsa tra le braccia di suo padre, mentre la madre la guardava sgomenta perché sicura che sarebbe andato tutto bene. Ma così non era stato. D’altronde anche gli elefanti hanno paura. D’altronde lei era un angelo, sì, ma pur sempre intrappolato dentro una bambina.

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Questo racconto l’ho scritto due mesi fa. Non so più se sia l’esatta metafora di quel che è successo. Probabilmente è soltanto una verità parziale, forse la meno dolorosa. “L’elefante e la bambina” è il vostro racconto di fine estate. Anche perché è gratis. Offro io. Con le cicatrici e tutto.