Casa 35 (Atto II)

Qui puoi leggere come tutto è cominciato.

Tre sere fa

Non sento più il dolore della coltellata, e il pensiero di chi me l’ha inferta è sempre più annebbiato. Ma resta il ricordo, incastonato tra la forma frastagliata di una cicatrice che non ho nemmeno voglia di nascondere. Quella resterà. La sento pulsare, rammentandomi quel che non c’è e che avrebbe potuto esserci. Ma è mancata l’empatia, è mancato tutto. E ora sì che manca tutto, pure il tutto che non c’è mai stato. Non è il male né la botta, ma purtroppo è il livido. A cantarlo è l’unico cantante che lei odia. Ma ha ragione lui. Alla fine è così che va. E ora sono qui, in questa casa vuota, e che mi deprime proprio perché vuota. Mancano i mobili, mancano le persone. Manca quasi tutto. Ma probabilmente a mancare sono io, intento come sono a roteare senza controllo nel mio vortice di aspettative, quelle che sono state tradite nel peggiore dei modi. In fondo vivo questi istanti con un minimo di distacco. Faccio le mie cose come niente fosse, poi mi guardo intorno e mi ricordo di non essere più a casa mia. Questa qua non la sento ancora come casa mia. La devo personalizzare, riempire di ciò che mi appartiene, con cose in cui mi riconosco. Questa casa non è un albergo, ma per ora mi sembra poco più che un motel. Ma no, è casa mia. Mia, cazzo. Mia e basta. Al di là degli angeli caduti e delle aspettative abortite sul nascere.

Il mattino seguente

È stata una notte turbolenta, sonno altalenante e risveglio nervoso. Più nervoso del solito, e non è poco. Ci vorrà tempo, ma arriverà il momento in cui sentirò questo posto come qualcosa di molto personale, intimo, bello. Giorno dopo giorno ci saranno ovunque pezzi di me, ma senza un me a pezzi. Ci sto lavorando, in questa estate maledetta e allo stesso tempo benedetta da un sole benevolo. È dentro di me che devo guardare, è da me che devo partire. Spente le sirene lontane se ne stanno accendendo altre, anche di vicine. Le ascolterò, ma con un orecchio diverso. Non vorrei, ma sarà così. Osserverò, ascolterò il loro suono, ma non so se le loro code e i loro occhi sapranno più incantarmi come una volta. Ora sono qui, sempre qui. Cerco di abituarmi alla mia Casa 35. Le pareti sono spoglie, e sta a me vestirle. Porterò qualcosa di mio, mi c’impegnerò. Questa casa è una benedizione, è frutto di un sudore non mio, e quel sudore merita tutto il mio amore, il mio rispetto, la mia dedizione. Si riparte da un sorriso, quello che lo specchio non vuole restituirmi. Ma non può esserci destinatario, se non c’è neppure un mittente.

Ci ho pensato bene, e so cosa fare. Negatomi il futuro che avrei desiderato, in questa casa non riesco ancora a trovare un presente, probabilmente anche perché mancano tracce del mio passato. La riempirò di oggetti, di cose mie, che me la facciano sentire mia. Devo riempirla di me, di quei ciaffi che mi fanno stare bene, e che mi fanno sentire che io sono ancora io. Souvenir, piccoli oggetti, soprammobili, magari peluche. E prenderò delle piante, perché ci vuole vita in questa casa. Vita oltre me, anche non umana. Ed è solo l’inizio. Ho bisogno del mio disordine, del mio consueto caos esteriore che rifletta quello interiore. Farò il contrario di quel cantante da lei tanto odiato, che ha messo via un bel po’ di cose ma non riesce a metter via lei. Io metterò via lei e mi riprenderò un bel po’ di cose. Le porterò qui, nel mio nuovo regno. Non è il momento per il vuoto. Non è il momento per il freddo. Fuori è estate, e dev’esserlo anche dentro.

Stamattina

Sto già meglio. La sera entro in casa e sorrido tra i baffi. So di essere fortunato. So di poter ripartire anche da qui, e lo sto già facendo. Al di là delle piogge interiori, è una stagione di risate solari e di sinergie amicali. Mi sono lasciato avvolgere dall’ovatta di chi mi ha a cuore. Provo a fare mia quell’energia, consapevole che la bambina non era pronta per accarezzare l’elefante troppo a lungo. Non era il tempo, non era il momento. Non era matura, la luce che avevo scorto. Mi riempirò di altri riflessi, cercando di non chiudere troppo gli occhi per via del terrore che mi alberga nelle rétine e nel cuore. Ma non è il momento per il vuoto. Non è il momento per il freddo. Sono pronto. Quasi. Sto tornando.

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Il potere degli occhi

Il potere degli occhi
è sottovalutato
C’è chi lo nega,
chi lo dà per scontato
Ma il cuore che annega
sa come funziona
Gli occhi ti parlano
il resto si emoziona.
La gola si chiude,
la mente si spegne,
le anime nude,
le sensazioni pregne
di vita autentica e vera,
di vibrazione pura
È una bugia sincera
se dicono che dura.

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Crepe alla nutella

Ché se ci fosse dolcezza sarebbe tutta un’altra cosa. Nell’ovatta dell’illusione, nella sadica fantasia del sogno, nell’eterea sensazione della bellezza perduta, di dolcezza ce n’era oltre ogni immaginazione. Si son toccate vette oltre ogni aspettativa. Poi i colpi, i coltelli, i buchi sulla pelle, i solchi nell’anima. Le crepe. E c’è chi in un primo momento non capisce, perché non è nella condizione di farlo, ma poi richiude, ripara, ricuce. C’è chi si danna l’anima per rimediare, e chi invece, in quel foro, intravede una via di fuga. Una fuga dalla felicità, la stessa in cui si rispecchiava fino a un attimo prima.

La bugia che ci si racconta è quella di aver seguito una luce attraverso le crepe, di essere andati oltre l’ombra, rifiutandosi di credere che sarebbe stata soltanto un’oscurità temporanea. Una nuvola passeggera, condensata a causa del poco conoscersi, ma che consapevolezza e tenerezza avrebbero scacciato in un attimo. Si soffia. Insieme. Sempre. E non sarebbe mai servita la menzogna di una nuova felicità da cercare altrove. Nel futuro, perché il presente ha fallito. Ma a fallire sono le persone, quelle che non lottano per il loro cuore. Che non si sentono capite neppure quando lo sono. Perché soffrono e mettono muri, e da dietro i muri non si vede più niente. Nemmeno chi piange per te, aspettandoti, reclamandoti, gridando tra le crepe mentre lavora di ariete. Certe persone, piuttosto, quel cuore lo soffocano, mentre dall’altra parte c’è chi prende il muro a spallate. Inutilmente. Sforzi vani.

A sbagliare sono gli uomini e le donne che non credono in ciò che sentono, e che smettendo di credere smettono anche di sentire, distruggendo così ogni speranza, sogno, prospettiva. A ingannare e a ingannarsi è chi segue la luce oltre le crepe, rincorrendo una falsa verità e spacciandola per la via maestra, quando basterebbe voltarsi per ritrovare il solito e bellissimo sole. Quello sotto cui ci si stava abbronzando insieme, prima della prima maledettissima nuvola. Oltre la compassione e l’apparente benevolenza, a essere in errore è chi augura agli altri di trovare una nuova gioia attraverso quei punti di rottura. A non essere onesto, con se stesso e con gli altri, è chi, piuttosto che chiudere il buco con l’oro dell’anima, prende a martellate tutto il resto augurando felicità e dolcezza a chi è rimasto solo sul campo. Ma l’unica dolcezza è quella che, alla fine di ogni cosa, fuoriesce dai buchi, impunemente, dimostrando il buono che quel vaso conteneva. Come se fossero crepe alla nutella. Come se in fondo non restasse l’amaro a chi ha saputo amare. Solo. Fino alla fine di quella sadica fantasia. Fino alla fine di quel sogno infranto.

Crepe alla nutella

Casa 35

Basta una nota, una soltanto, per riaccendere dentro la tempesta che tenevo sopita. La mente ondeggia tra un ricordo felice e la tristezza di un addio forzato dall’inconsapevolezza, dalla precocità di un amore sincero quanto immaturo. Un frutto dolce e acerbo insieme, paradossale e doloroso prodigio di una natura che non ha regole oltre il suo stesso caos. Forze superiori e nel contempo oscure ci avevano fatto incontrare. Il risultato è stata un’alchimia di rara bellezza e importanza, un miracolo che si materializza soltanto ogni mille migliaia di lune, che però comporta impegno, una grande promessa, una forza d’animo che non dev’essere mai data per scontata. L’amore non è uno scherzo. L’amore è lo sforzo spontaneo di chi sa di dover lottare per la felicità, propria e altrui. La coppia non è che la fusione di due cuori accesi, ardenti. La coppia non è uno scherzo. Richiede uno sguardo proiettato verso il futuro, e la voglia di ridere degli ostacoli dopo essercisi scannati su. La vita chiede tutto questo e molto di più. Non c’è spazio per il proprio comfort personale. Nel salotto dei traumi e delle debolezze ci si adagia senza il coraggio di cambiare stanza, casa, indirizzo. Il divano è comodo. E’ ricoperto di paure finto-colorate, di ansie ipnotiche indotte da errori che potevano essere evitati. E non ci si vuole più alzare. Mentre il resto, intorno, muore.

La fiducia è morta. La fiducia è un regalo che non viene più concesso. Al numero 35, nel giardino di fredde piastrelle si prevedono cene goliardiche, sì, ma senza l’ospite d’onore. La missione di questa estate sarà vedere quella casa – nuova e mia – come un dono vero, non come la condanna di chi ha sperato in qualcosa che oggi è morto sotto i colpi del terrore, della pigrizia, dell’irresponsabilità. Girerò di stanza in stanza tra i pochi mobili presenti a far finta che vada tutto bene, fino a che non avrò trovato il cassetto giusto, quello da cui tirar fuori il mio abito migliore. Dopo essermi messo a nudo per chi ha scoperto di poter fare a meno di me, mi rivestirò di quello che ho per ripartire da zero. Girovagherò per le strade della mia città, alla ricerca di una quiete forzosa ma vera. Nuoterò nel mio mare poco cristallino per ricordarmi da dove vengo, e chi posso ancora essere. La tempesta interiore finirà il suo tormentato percorso, lasciandomi libero di guardare oltre la coltre di pioggia oculare. Cercherò quella bellezza di porcellana intorno a occhi del tutto nuovi, certo, oramai, di non potermi più accontentare di uno dei miei tanti compromessi. Passerà la sensazione che di meglio non ci sia, e che non ci possa proprio essere. Passerà questa folle e infondata certezza che niente abbia senso senza di lei. Passerà la pioggia dagli occhi, e magari getterò via pure quella scatola vuota di cioccolatini tipici, che conservo come la reliquia di un amore assassinato dai reciproci sbagli e dalla sua stessa indecente carenza di anticorpi. I regali sono finiti, sono finiti tutti. I regali per me. I regali per gli altri. Non ho poi tanto da donare, soltanto un cuore intimorito dalle maschere di porcellana, bellissime ma delicate, su cui i graffi sono fratture e le schegge diventano macerie. Passerà tutto, insieme a questa pioggia. Il cielo ha poche nuvole, ma dentro è tutta una tempesta di rabbia e frustrazione. E passerà pure quell’immagine indelebile di lei, vestita di nero e con i capelli raccolti color numero sette, che sta cucinando per me la cena perfetta. Non so cosa mi spinga ad aggrapparmi a quel ricordo, uno tra i tanti segni indelebili di un passaggio breve, vitale, ma tragicamente e brutalmente interrotto. Il menu di quella sera non mi torna nemmeno in mente, ma so di averlo fotografato come ogni volta. Non lo ricordo, ma era perfetto, perché preparato dalle mani giuste, quelle che avrei voluto stringere fino al giorno in cui anche l’infinito sarebbe dovuto finire – non prima -, e che invece non stringerò più. Non so se mai le rivedrò, quelle mani bambine che avrebbero dovuto aprirmi gli occhi quand’era ancora il momento, profetico campanello d’allarme di questa serata così triste e così fottutamente evitabile. Acerbo e immaturo si è rivelato tutto questo. E io resto solo, incastrato in un paese abitato da poche anime invisibili, dentro una stanza rinfrescata da un vento inedito, a ripensare a lei che lava i piatti, che si prepara per la nostra prima e ultima uscita insieme, per la nostra prima e ultima cena fuori. Lei che mi ha dedicato frasi che nessuno mi aveva mai dedicato, parole cancellate dalla spugna del terrore e della sfiducia. Sono entrato troppo presto in quella fragile vita, non ancora pronta per me e per ciò che l’amore inderogabilmente pretende.

Avevo immaginato un universo di esperienze e di cose. Non guarderò quella casa con gli stessi occhi, ma una volta al numero 35 troverò la forza per vederci il buono che davvero contiene. Un’occasione vera, per ripartire e rinascere con chi non nasconde il proprio cuore sotto il cuscino di quello stramaledetto divano finto-colorato. Quella casa sarà il mio universo di esperienze e di cose, da condividere con chi sa lottare per ciò in cui crede. E ora, fuori, come per magia, piove davvero. Come se io e il mondo, in questo momento, fossimo una cosa sola. Almeno noi.

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L’ultimo volo del 23 (seconda parte)

Non credevo che anche i tram potessero morire. Li vedi lì, grandi, possenti. Sembrano eterni, pure quando sono vecchi, come se la loro esistenza non fosse soggetta ai limiti del tempo. E quando ti accorgi che ti sbagli, fa male. Fa male se quello stesso tram, tu, lo vedi e lo vivi da anni come fosse un amico. Compagno di avventure e di sventure, di tragitti fugaci in redazione oppure verso il centro, di pensieri e di trasbordi, di visioni e di multe maledette. Il guaio è quando, tu, quelle avventure e sventure, te le sei pure inventate. Quando hai sovrapposto alla vita reale del tram una serie di fantasie riguardanti lui e i suoi passeggeri, seduti sulle sue fredde panche. Se hai scritto un romanzo su quel tram, quando lui muore è come se stessi perdendo qualcuno di caro.

Quando ho saputo che il 23 è ormai prossimo alla sua ultima corsa, al suo ultimo volo, quando ho scoperto che la sua linea verrà cancellata senza alcuna pietà e senza alcuna considerazione per il suo valore storico e culturale, ho capito che quel mezzo di trasporto, per me, non è soltanto una vecchia ferraglia cigolante divenutami improvvisamente simpatica. Ho capito che uno come me si affeziona anche ai tram, soprattutto se sono diventati il regno immaginifico delle mie fantasie e delle mie creazioni narrative. Il 23 sta per lasciare Milano, e con lei la stessa faccia della terra. Ma non la mia mente, non il mio cuore, non le mie pagine, non il mio libro. Non me e non voi lettori.

Il 23 è (quasi) morto. Lunga vita al 23.

L'ultimo volo del 23 (seconda parte)

L’ultimo volo del 23

Oggi ho ricevuto una notizia potenzialmente importante per il mio futuro. E proprio nello stesso giorno apprendo questo triste fatto, come se gioie e dolori dovessero controbilanciarsi per forza, e senza perdersi tanto in chiacchiere. Come se prima di aprirsi un nuovo ciclo dovesse chiudersene un altro, proprio a ridosso della seconda edizione di Volo 23, uscita appena una manciata di giorni fa.

Voi che siete a Milano, godetevelo. Salite a bordo di questo storico tram. Fatelo anche per me. Salite, scattate foto. Create ricordi, e se volete condividetele qui. È un pezzo di storia che se ne va, della storia di Milano, di quella che ho inventato io, e pure un po’ della mia stessa storia. Avete tempo fino al 26.

Lunga vita al 23.

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