Oceano mare

oceano mare

Una dichiarazione d’intenti. Nascosta dentro quella stanza c’è una dichiarazione d’intenti. Non una stanza qualsiasi. La settima. Al suo interno un uomo, un progetto, una vocazione. L’atto di fede di una figura misteriosa che sì, ha tutti i crismi di una dichiarazione d’intenti. Per comprendere Oceano mare conviene partire dalla fine. Non è una questione narrativa. In quel senso tutto scorre liscio senza starsi a inventare strani sensi di lettura. Ma l’anima di questo romanzo, vecchio di vent’anni ma in realtà mai invecchiato davvero, sta tutta nell’ultimo capitoletto. Da cui se ne esce con un mantra molto forte. Semplice e forte. “Dire il mare”. Ed è proprio questo che ha voluto fare Alessandro Baricco. Narratore e affabulatore. Penna ammaliante, nonostante alcuni vizi di forma. Ha messo in piedi una storia corale. Un crocevia di storie individuali che a un certo punto si fanno collettive, per poi tornare in mano ai singoli personaggi, chiamati a fare i conti con se stessi dopo aver conosciuto il gigante d’acqua. L’infinito, fatto di sale e di onde. Quel mare che li ha cambiati per sempre. E che l’uomo della settima stanza, un uomo che si potrebbe anche chiamare Alessandro, non poteva fare a meno di raccontare.

Nel mezzo la locanda Almayer. Luogo di incontri assurdi, tra personaggi pieni di turbe e di limiti. Fiumi dall’aspetto umano, straripanti d’acqua e di vita, che attendono soltanto di ritrovare la via del mare. Della serenità. Della gioia. Della passione. Della vendetta, anche. Sta di fatto che le pagine pulsano, esattamente come loro. La scrittura cambia stile a più riprese, in un susseguirsi di modus scrivendi che superano il mero esercizio di stile. Baricco, si sa, è un asso della penna. E Oceano mare è una vetrina di possibilità dell’inchiostro, di alternative al piattume. Le ripetizioni e il ritmo concitato, aiutato dal rifiuto talvolta irritante ma funzionale di una punteggiatura decisa, sono forse gli unici fili conduttori di una narrazione che si mimetizza con i suoi personaggi. Che si adatta al loro modo di essere. Ai loro tic. Proprio come fosse un film di Paolo Sorrentino, non è la sostanza (intesa come pienezza narrativa) a regnare sovrana. Ma se ci si lascia incantare dalla forma e sedurre dallo spirito dell’opera sarà come vivere dentro un’incantevole sbornia. Dentro una profondità che sa anche tramutarsi in leggerezza, come nello spassoso, tragicomico capitoletto dedicato al Bartleboom post-mare, passando per le ellissi che scandiscono l’ansia del dottor Savigny, braccato da un nemico che non si arrende, e che lo vuole punire per il suo passato macchiato di poca umanità. L’esatto contrario di tutto l’affresco, bianco e salmastro (e che trasuda umanità di onda in onda), dipinto da un Baricco tremendamente ispirato. Intenzionato a trasformare la carta in amore, amore per il mare. Quel mare che evidentemente non poteva fare a meno di raccontare. Che non poteva fare a meno di dire.

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