Per Ermo

Non ricordo bene come ridevi. È come un vuoto, una macchia invisibile, un tassello mancante in mezzo a un groviglio di ricordi ancora vivi. E vividi. Ricordo cosa ti piaceva, però. Ricordo che ridevi di fronte a Tom & Jerry, anche se non ricordo come. Ricordo che ti piaceva andare a caccia, anche se questa cosa ci faceva battibeccare. Ero alto ancora un metro e quaranta, e ti rispondevo che io, quando giocavo a basket, non ammazzavo mica i canestri. Eravamo diversi, io e te, ma uguali nella nostra comune natura di voler fare quello in cui crediamo. Ti chiamavano “fatigòn”, ma era un nomignolo infame. Tu hai sempre lavorato. Semplicemente non eri fatto per la zappa, tu, ma vallo a spiegare a chi, della Terra con la “t” maiuscola, conosce soltanto la terra con la “t” minuscola. Non eri fatto per la zappa, per questo hai cercato fortuna tra la gente, nella città che pulsa e che regala occasioni, lontano dai saliscendi della campagna, dove un giorno un problemino alla bici ti ha fatto cadere, trasformando Ermo nel famigerato “Sensafréno”, e ha fatto sì che al tuo passaggio la gente ti guardasse dicendo “Eccle, è arivàt el matt!”.

Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo a memoria le storie tratte dalle tue molte vite. Ricordo quella in cui partivi in treno, solo, di mattina, per andare a vendere le uova nella grande Roma. Monteverde ti è rimasto dentro, in quella città che chiamano eterna. Eterna, ora, un po’ come te. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo quanto amassi il miele, i racconti sulle api di tuo zio e la vita in cui tu stesso hai imparato a smielare. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo che hai suonato alla Rotonda per sostituire un batterista ammalato. Ricordo che sei stato il re delle serate al Ragno Verde. Ricordo che hai fatto la barba ai militari. Ricordo la tua soddisfazione nel raccontarmi come il tuo mentore-orologiaio ti avesse detto “Ma allora tu si fà!”, un po’ sbigottito, nel vedere quanto tu, ancora garzone, fossi portato per la difficile arte di aggiustare il tempo, tu che a un certo punto hai cominciato a vivere in un tempo sbagliato in cui tutto viene vissuto come fosse ieri.

Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo le tue parole storpiate. Tu non sai quante volte ho “sentùto”, io, del “Carnovàle” e delle altre cose di cui amavi parlare. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo la tua poca fretta nell’alzarti la mattina, ed è qui che capisco che sono davvero tuo nipote. Ricordo le poesie bambine che ti scrivevo da piccolo, quando ti dicevo che “Caro nunìno tu sei molto carino”. Tra i fumi della memoria ricordo anche qualche viaggio con te che guidavi la tua vecchia Uno, di cui hai chiesto notizie per lungo tempo. Ricordo le foto di Monteverde che ho scattato per te. Ricordo te e il tuo bastone, sulla pedana, lì in cantina, a fare il direttore artistico di mille e più vendemmie. Ricordo tutto, tranne come ridevi. Ricordo a memoria le storie tratte dalle tue molte vite, quei racconti resi interminabili dalla malattia, ma che per me rappresentano tuttora dei piccoli tesori. Distillati di vita da bere a piccoli sorsi, piccoli e continui. Chissà, ora, quale di quelle vite tu stia vivendo. T’immagino a vendere le uova agli angeli, a fare il miele con le api del mondo di là, a suonarle alla morte con la tua batteria, a fare la barba ai santi con un rasoio tutto nuovo, a dimostrare al Cielo intero che “allora tu si fa’” davvero a riparare gli orologi, anche lì dove il tempo non conta e non si conta più. Dove tutto va avanti un po’ così, “alla marinara”, tra un cartone di Tom & Jerry e le lancette dell’eterno ancora ferme lì da sincronizzare.

Non ricordo bene come ridevi, ma ripensando a te piango e sorrido, sorrido e piango. E all’improvviso un lampo, l’immagine ferma della tua risata. Il suo suono lontano. Il ricordo che torna. Il tuo orologio che riparte perché in fondo, io lo so, non si è mai fermato davvero. Uno come te non l’avrebbe mai permesso.

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