Duna Park (2017, grazie)

Duna Park 1.jpg

Mille uomini intorno a me. La mia faccia, le mie movenze. Mille me. Li guardo, li osservo. Mi riconosco senza riconoscermi in loro. Sono mille versioni di me – con la mia faccia, le mie movenze -, ma non so se credere che sono davvero io. Ho paura. Non so più chi sono, in questa stanza degli specchi non deformanti. Mi guardo intorno e trovo facce note, con le mie particolarità, i miei tic, i miei annosi difetti. Difficile cedere all’idea di essermi trovato. Sono proprio io quell’uomo lì – ragazzo fino a ieri – piantato dentro lo specchio e moltiplicato per mille? Io ho paura, ho paura a crederci. Perché tra un anno potrei non riconoscermi più. Potrei non ritrovarmi più. Perché oggi sono io, tra un anno chissà. Perché in trecentosessantacinque giorni sono stato costretto a cambiare pelle, faccia, corpo. Oggi mi specchio, e vedo mille me. Un me che, un anno fa, proprio non c’era.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Quello allo specchio, oggi, è un uomo irriconoscibile, segnato dagli eventi, agitato dalle prospettive. L’uomo di un anno fa era pieno di preoccupazioni. Quello di oggi ne ha altrettante, ma sono tutte cambiate. Vorrei – vorrei davvero -, ma non so vivere senza tensioni. La loro natura muta nel tempo, così come muto io, che muto non so stare. Ho bisogno di parlare. Ho bisogno di scrivere. Non ho bilanci da fare, soltanto sommosse interiori e poco sommesse di cui dare conto. Sono un narratore, io, e ne sono sempre più convinto. Un artigiano del racconto con in mano ancora troppi pochi ferri del mestiere. Io che oggi mi guardo, e che mi sorrido in modo beffardo prima di raccontare di me. Di me e del mio ultimo anno, prima – chissà – di cambiare ancora. Un anno di rotture e di riparazioni fallite. Ho provato a rammentare lì dove c’erano buchi, ma non avevo per le mani delle toppe abbastanza grandi, tantomeno robuste. Nell’ultimo anno ho chiuso il cuore a chi non sapeva più come appagarlo, e l’ho aperto altre due volte rischiando di perderlo una volta per tutte, annegato nel dispiacere e nello sconcerto. Ho messo fine a un autoscontro che fatica a salvarsi, al netto di qualche constatazione amichevole. Poi ho chiesto la mano a due persone diverse, ma la prima me l’ha fatta restituire. Ha deciso di scendere da quella che credevo fosse la nostra bellissima giostra, attratta da altre luci, ormai incapace di vedere la mia. Porto ancora i segni di quello strappo senza preavviso. Poche cose mi hanno segnato così, poche volte ho sognato così. Ma i sogni si fanno a occhi chiusi. Ora li ho aperti. Ho faticato, metà del mio anno l’ho trascorso a domandarmi dove stesse l’errore, a formulare risposte sempre diverse, a scacciare i demoni della memoria tenendo fede alla mia versione dei ricordi. Credevo di vedere degli angeli, in quella che, in realtà, era la casa delle streghe. Senza scopa, senza rughe, senza apparenti difetti. Con un bel paio d’ali, per giunta. Vibrazioni fatate per una folgorazione fatale. Sono state le streghe stesse a scacciarmi. Mi han fatto uscire di forza dalla loro casa fumosa, senza più esser certo di cosa avessi visto. Certi calcinculo fanno davvero male, in questo arido e sabbioso Duna Park fatto di sentimenti mal pescati. Come quando vorresti il peluche più grande, quello più morbido, ma te ne torni a casa con un pesciolino rosso che di lì a poco finirà a pancia all’aria nella tua boccia di squallido vetro che ha scambiato per mare aperto. Ora, di aperto, ci sono soltanto i miei occhi. Oggi sono pronto a guardare. Vedo me, mille me riflessi in uno specchio più nitido. Me e una mano nuova, da provare a stringere con la stessa delicatezza di un cardiochirurgo. Un intervento sperimentale, a cuori aperti. Entrambi aperti, entrambi infranti, entrambi da ricostruire. Ho chiuso con gli angeli. Ora una sirena mi fissa, e io sono finalmente disposto ad annegare nei suoi occhi, a nuotare con lei. Di giorno in giorno imparo a lasciarmi andare, e a vedere la sua coda come un pregio, le sue squame come una ricchezza. Una ricchezza vera, non di carta.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Avevo ancora pochi gettoni avanzati dal 2016, ma quelli che mi rimanevano mi sono stati rubati. Ora sono pronto a farmeli restituire, anche a costo di spaccarmi le nocche contro un punching ball che sa di onerosa e onorevole rivalsa. Ho vagato per settimane in questo Duna Park senza guardie e con molti ladri, fino a che non mi sono incontrato. Mi sono regalato dei gettoni nuovi, raccolti sulla strada dei sogni incolti e delle inclinazioni tradite. Mi sono guardato senza aver bisogno di uno specchio, fino a trovare un nuovo sentiero. Con il dubbio che, in realtà, sia stato lui a trovare me. Sono finito in una nuova sala giochi. Alle leve, ai pulsanti, ai comandi – questa volta – c’ero io. Ho appreso i primi rudimenti della narrazione. Ho imparato a muovermi tra storie serie e serie che sono storie. Ho preso confidenza con un mondo tutto nuovo, ma che in fondo era già mio. Una volta uscito mi son sentito diverso. Ho cominciato a vedere il mondo a pixel, sorprendendomi, spaventandomi, con il sospetto di non poter più tornare indietro. Come un orologiaio del racconto, ho deciso di onorare mio nonno smontando e rimontando cose, scoprendo ingranaggi, con la prospettiva di un futuro fatto di storie svizzere. Io che sono sempre in ritardo, pure con sogni. Soprattutto con i sogni.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Ho girato tra i chioschi, ho provato sapori diversi, fino a che non mi hanno detto che mi sarei potuto fermare. Lì, in un posto che sapesse di casa. Un posto che, d’ora in poi, chiamerò “casa”. Ho un chiosco tutto mio, e che ogni giorno che passa mi somiglia di più. Come un figlio da crescere tra le gioie e le fatiche, e la benevolenza e le pretese di nonni generosi ma talvolta esigenti. Oggi ho un chiosco tutto mio dove cucinare i miei hot dog, invitare passanti, riposare la notte. La mia vita è una carovana, e la certezza di avere una mia carrozza fa tutta la differenza del mondo. Amo il cuore di chi me l’ha concessa, odio la mia incapacità di capacitarmi da subito di quanto accaduto, di cosa avessi per le mani. Un chiosco, bello e spazioso. Tutto mio. Mio e per le mie paure, le mie speranze, le mie ambizioni da arredare.

Sono stati dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Esco dalla stanza degli specchi. Voglio ritrovarmi altrove: in quello che dico, in quello che faccio, in quello che sento. A giudicare dalle stelle, quello appena iniziato sarà un anno di risalita. Scarpinerò, sì, ma verso il cielo. Girovagherò lungo i viottoli di un un nuovo carrozzone itinerante – “2018”, dicono si chiami – ma senza scendere dalla giostra che si muove come me. Come me, sì, ma non con me, per questo dovrò ripensare i miei tempi, rivedere i miei modi. Le stelle sanno, le stelle non aspettano. Mostrerò a me stesso, ai passanti e a tutti viandanti del nuovo Duna Park che so stare ancora in piedi. Anche dopo le montagne russe, il saliscendi di emozioni e di possibilità, di sentimenti e di occasioni che l’ultimo anno ha voluto offrirmi. La gioia della salita, il terrore della discesa. Dal basso ho guardato le cose con sotterranea preoccupazione, dall’alto ho goduto di tutta un’altra prospettiva, ma non con meno timore. Sono montagne russe mendaci, perché travestite da ruota panoramica. Ti mostrano il cielo, ti espongono ai venti, ti fanno vedere tutto quello che c’è, ma intanto ti fanno strabuzzare gli occhi, strapazzare il cuore, frullare la mente da dentro un calderone che era già magmatico di suo.

Ora ringrazio il brucomela degli affetti, famiglia e amicizie che, quando hanno saputo e potuto, mi hanno permesso di placarmi mentre la giostra – vorticosa – non accennava a fermarsi. Ringrazio chi ha saputo parare le mie martellate, che ho sferrato per inerzia e per necessità, ma anche per provare a me stesso che ho ancora tutta la mia forza, mentre il mondo era impegnato a offrirmi poteri nuovi di cui sono ogni giorno più consapevole. Ringrazio chi ha saputo sopportare i postumi di un saliscendi frenetico che mi ha scompigliato capelli e anima, mentre oggi mi arrovello nel mio nuovo mantra esistenziale. Respira di più e meglio, abbi fiducia nel flusso, metti benzina nel serbatoio dei sogni e accenditi davvero. Tra vecchi e nuovi stimoli, tra cicatrici annose e inedite, mi sono diretto all’uscita con l’intenzione di avere più fegato, ma con meno calcoli. Sulla soglia ho ritrovato le storie vere, quelle che – forse – da domani ricomincerò a raccontare, ma senza più azzardarmi ad abbandonare le altre storie. Quelle mie, quelle che forse, nel loro essere fasulle, sono in realtà le più vere di tutte. La sala giochi mi ha insegnato a essere giocatore, non più personaggio. Alla fine della giostra ho trovato quella nuova mano da stringere. Ho cominciato ad accarezzare la sirena, perché se lo merita, e perché in fondo me lo merito anche io. Sulla soglia, poi, ho rincontrato anche il gatto che credevo quasi di aver perso. Lui, animale selvatico che assomiglia tanto al mio creare. Lui, felino aristocratico ma che sa sorprendermi quando e dove serve. Ora sono fuori da quell’amatissimo e fottutissimo Duna Park, in cui tutto cambia forma al primo colpo di vento, in cui la sabbia si muove frenetica e improvvisa per generare nuove possibilità. Saluto le montagne russe, quelle che non dormono mai e che non mi hanno fatto mai russare. Sono uscito stringendo mani, mani che voglio siano quelle giuste. Me ne sono andato con un affanno un po’ più tenue, un respiro più regolare, perché nelle mani e negli occhi ho squame lucenti, e un impeto nuovo di fare bene. E del bene. Ho cammino oltre la soglia, salutato il Duna Park. Ora vado oltre. In tasca un tintinnio. Ho ancora tutti i miei gettoni.

Duna Park 2.jpg

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...