La risposta a tutto

Il silenzio della notte. La nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. I gatti si danno il cambio tra le finte ronde nel giardino. Si alternano come il giorno e la notte. Loro non hanno quiete, non in senso stretto. Il loro è equilibrio, equilibrio puro. Equilibrio e basta. Camminano sul filo della vita senza guardare di sotto. Non è spavalderia, né mancanza di paura. I gatti sanno che guardare giù non serve a niente. Se non a smarrire la strada. Se non a perdere se stessi, il punto di vista delle cose, e allora, semplicemente, non ci guardano. Intanto l’acqua comincia a bollire. Perché io, stasera, ho bisogno di bere.

L’acqua bolle. La tazza è pronta. La bustina è già distesa sul quarzo che dà alla mia cucina una parvenza di lusso. Passa un attimo, e quella stessa bustina sta già facendo snorkeling nell’acqua bollente. C’ero quasi. C’ero quasi, cazzo, per una volta. Per una volta ero quasi riuscito a non far uscire l’acqua dal pentolino, ma ho il vizio di riempirlo quasi fino all’orlo, che poi al resto ci pensa l’ebollizione. C’ero quasi. C’ero quasi, stavolta. Ma l’ultima goccia mi ha tradito. L’ultima goccia, prima che io spegnessi il gas, si è precipitata giù dal pentolino ed è caduta sulla fiamma. Ma non importa. Non importa, perché io stasera ho bisogno di bere.

I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa. Chi caffè annacquati, chi camomille dagli effetti eccitanti, chi chissà cos’altro. I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa, o di mangiare qualcosa. Chi delle uova ridondanti, chi delle coppe piene di fragole con la panna. I miei personaggi sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. I miei personaggi prendono vita, e prendono vita anche per questo. Perché sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. Bevono e mangiano, mangiano e bevono. E io, stasera, proprio come loro ho bisogno di bere. Il mio infuso si sta raffreddando, quel tanto che basta per poter essere bevuto. Ora prendo il miele e ci addolcisco quell’intruglio di zenzero e limone. E me lo bevo, come fossi uno dei miei personaggi. Io che scrivo storie di altri, e che facendolo, forse, scrivo un po’ anche la mia. Ci rifletto su, nel silenzio della notte, mentre la nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. Ma ora respiro e penso sotto la luce al neon della mia cucina. L’unica nebbia che vedo è quella provocata dall’infuso che mi sta ancora aspettando. Bevo, e mi sento come uno dei miei personaggi, perso in un flusso surreale senza capire il senso della corsa di questo immenso tram.

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Col segno di poi

Beh, son qui. A ritmare le dita su tasti arrugginiti, a limare la vita su testi arginati. A scrollarmi di dosso il dosso che mi ha fatto sobbalzare via. Per saltare verso l’infinito e oltre di un infinito infinito. Son qui per ricordarmi chi sono. Per ricordarmi per chi suona la mia stessa campana. Per alimentare il mio credo verbale, il mio verbo animale. Per debellare il mio filtro mentale. Per questo le dita vanno da sole, ritmate su tasti arrugginiti mentre limo la vita su testi arginati.

Sogno o son destro?, mi chiedo. Come se il sogno fosse una cosa sinistra. Come se il sogno fosse un tiro mancino. Come se il sogno fosse una cosa meschina. Come. Come. Come se scrivere fosse una fottuta questione di velocità, dove fottuta rafforza ma allo stesso tempo rallenta.

Sono ciò che sonno, e ciò che sonno dice che devo dormire. Ora. Sano. Come un pesce crudo sul mio letto di riso.
Ah-ah.

Col segno di poi

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Per dono (ma anche no)

Se fossi una bilancia starei più in equilibrio. Ma sono un sagittario, e qui son cazzi. Trasudo orgoglio e libertà, che detta così sembra il nome di un partito di estrema destra. Invece son qua, a incassare destri che sono in realtà dei colpi sinistri. E io che sarei per la par condicio, io che bilancia non sono, mi sbilancio e perdo l’equilibrio. Resto pur sempre un sagittario. Trasudo orgoglio e libertà, e facendo leva su questo mi rialzo, forte anche del mio terzo pilastro da arciere col culo da cavallo. Il senso di giustizia. Per questo peso e ripeso i destri sinistri che ricevo. Li peso e li ripeso come fossi una bilancia, io che invece son sagittario, e che son condannato a esserlo a vita. Così sono costretto a farlo, a mettere quei colpi su una bilancia che non ho e che, soprattutto, non sono. In base al peso, ai colpi presi attribuisco un prezzo. Poi li espongo sui miei scaffali più sporchi, nel grande negozio della vita. Qualcuno dovrà pur passare di qua. Qualcuno dovrà pur pagare per loro. Ché nel perdòno per dono tutti quanti pèrdono, uscendo dal negozio della vita senza un po’ di saggezza in più.

Per dono

Segreto come il sole

Diario. Un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Io ho perso il senso. Ho perso il senso del mio diario. Perché un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Non una vetrina.

Da oggi scriverò. Scriverò ogni giorno, tranne nei giorni pari e in quelli dispari. Mi sto impegnando a scrivere qui dentro tutti i giorni. Tutti i giorni in fila. Uno dopo l’altro. Saltandoli tutti. Perché non ho bisogno di impegni, ma di stimoli. E io lo voglio. Io voglio scrivere qui dentro. In questo diario virtuale. Che è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Il mio diario, segreto come il sole in cielo. Io che sono un uomo in vetrina, sì – una vetrina stretta -, ma che non lo fa per esporsi. Un uomo, in vetrina, sì, che ha soltanto uno smodato bisogno di raccontarsi.

Segreto come il sole

Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Imparare

Se non è disastrata non t’insegna niente. E’ la dura legge della strada, quella che non ammette sfide che non siano anche crescita. E’ la rigorosa regola dell’imparare. Devi saper ascoltare, devi saper vedere gli errori segnati con l’evidenziatore. Devi prender l’umiltà e trasformarla nella tua arma migliore. La devi prendere, impugnare, portarla in alto. Metterla davanti a tutto.

Ieri ho imparato che so fare molto. E che, allo stesso tempo, so fare ancora troppo poco. Ho imparato che niente è univoco. Che l’oggettivo è un lusso illusorio buono soltanto per certi scienziati. Che la mia arte non è arte, ma creatività in tutto e per tutto, che è esattamente ciò che voglio. Ho imparato che le parole sono la solita massa informe, e che non tutte le forme che son disposto a dare loro sono omologate per il tempo che vivo. Non tutte sono conformi agli occhi di chi le leggerà. Ho imparato che la mia fantasia conquista e spiazza, ma che certe impalcature vanno avvitate meglio. Ho imparato che c’è tanto da imparare, e tantissimo lavoro da fare. Io sono qua. Con le maniche rimboccate e gli occhi rossi e indiavolati.

Imparare

La sedia giusta

Non sopporto gli spazi chiusi. Non tollero pareti, muri, finestre serrate. Non sopporto e non tollero tutto questo. No. Tranne in un caso. Quella stanza, con gli spazi chiusi, le pareti, i muri e persino le finestre serrate, deve contenere qualcosa di preciso. Leve, pulsanti, schermi. Comandi. Soltanto così riesco a chiudere un occhio. Mi deve mettere alla guida dell’ignoto. Mi deve far sedere sulla sedia del pilota senza meta. Deve infondere in me l’idea di uno spazio aperto, anche se sembra l’esatto contrario. E’ per questo che amo la creatività. E’ per questo che non vedo altro, in fondo, in questa vita dagli spazi chiusi, con le pareti, i muri e – diciamocelo – pure con le maledette finestre serrate. Una stanza senza sbocchi, ma soltanto in apparenza. Perché la creatività se ne sta lì. Ferma. Immobile. Basta raccoglierla. Basta sedersi sulla sedia giusta. Basta muovere le leve, premere i pulsanti, e guardare sugli schermi quanto stiamo facendo. Cosa stiamo creando. Non vedo alternativa a tutto questo.

Io ho deciso di sedermi. Di inventare mari aperti oltre le sbarre invisibili dell’acquario, io che sono sagittario e non a caso. Non vedo altra strada, per me, se non quella tracciata da un’onda perpetua che cancella ogni confine, ogni barriera. Che mi spinge in avanti con la stessa passione dell’artista. Anche senza esserlo. Un artista che crea, crea sempre, perché in fondo, io, non sono nato che per questo. Per creare. Inventare. Sperimentare. E per capire che certe stanze sono chiuse perché siamo noi ad aver preso pala e cemento. Siamo stati noi a murarci dentro. Vivi. Vivi e per questo ancora creatori. Ancora creativi. Sempre in balìa dell’onda migliore. Con il culo sulla sedia giusta e il cuore verso l’ignoto.

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