I tre moschettieri

 


Spadaccini allievi di Neo che sgominano eserciti. Il Matrix-style fa da buccia a un film d’azione povero di polpa, dotato di brio e poco altro. I tre moschettieri scimmiottano lo Sherlock Holmes interpretato dal talentuoso Robert Downey Jr., ma a parte la sfrontatezza cinetica gli manca praticamente tutto quello che serve.

Dietro la macchina da presa si nasconde una scrittura poco pretenziosa, più che altro capace di un’ironia perenne che fa sì che il remake incentrato sui cavalieri di Luigi XVI non venga preso poi tanto sul serio. Gli incontri tra i personaggi sono incastri forzati e fortuiti, infilati brutalmente all’interno di una pellicola che corre veloce e alla fine inciampa. La stessa perspicacia dei protagonisti appare piuttosto immotivata. O troppo scaltri o troppo scemi: il re è un bambino e fin troppo pagliaccio, ossessionato dal colore dei propri abiti regali mentre la Francia gli sfugge di mano senza che nemmeno se ne accorga.

La parola d’ordine è leggerezza, per un romanzo storico di celluloide che però ha la personalità di una simpatica commedia piena di turbolenze visive. Era abbastanza prevedibile: la regia è firmata da Paul W.S. Anderson, un uomo di cinema che ha costruito il suo curriculum su pellicole come Mortal Kombat e Resident Evil. Tutto si fa un po’ videogioco, mentre Sherlock fa da formina a questo simulacro di sabbia con cui sembra avere in comune soltanto la presenza di una femme fatale in grado di compiere prodigi al limite del miracolo. Manca la sceneggiatura d’impatto, manca il genio recitativo di Downey Jr. Dell’Holmes che era, o che vorrebbe essere, manca soprattutto l’anima.

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Warrior


Tornare indietro è il desiderio di tanti, la fissa utopia di chi ha costruito la propria esistenza usando i mattoni sbagliati. Impossibile, il revisionismo delle biografie individuali è pura fantascienza. Riscriversi la vita è un lavoro di immaginazione o poco più, che niente ha a che vedere con la realtà. Così ci si attacca a una bottiglia, o a una cassetta che dalle cuffie del walkman ci racconta incessantemente le gesta del capitano Akab, alle prese con la grande balena bianca che ha fatto nero il nostro vivere. Nella speranza che almeno quella nave, a un nuovo ascolto, possa tornare indietro davvero.

Warrior è un film sulla tenacia, sulla determinazione di chi ha un presente da salvare o un passato da espiare. Di chi ha una famiglia da amare e di chi ha disprezzato la propria fino a perdersi per sempre. Ricordi interrotti dall'odio, addii prematuri, botte e bottiglie oltre il consentito. Quelli del torneo "Sparta", in cui si scontrano i sedici migliori pesi medi di tutto il mondo di "mix martial arts", sono ring fatti della stessa sostanza delle metafore. Gabbie frequentate da uomini aggressivi per indole o per una sofferenza antica quanto le loro vite. L'ultimo film di Gavin O'Connor non è un trattato di psicologia spicciola, ma la psicologia spicciola è trattata a meraviglia. Personaggi dal grande background, drammi familiari in un intreccio piccolo ma potente. Quanto basta per dare maturità ai protagonisti di una pellicola al limite dell'impeccabile.

La violenza è vivida e mai gratuita, fatta di lividi veri e di una fame di pugni da mettere i brividi. Un'escalation che definire adrenalinica sarebbe riduttivo. I fratelli Conlon sono gonfi di vita, non solo di botte. Sono pieni di quel doveroso spessore che fa grande una sceneggiatura, e crescono man mano che scorrono i minuti di un film mediamente lungo ma che non si presta a distrazioni. Inquadrature minime creano le ellissi che completano il racconto. Dettagli fatti di sguardi e di parole, di pillole che suonano nelle tasche, di riscatti e di autoflagellamenti che affondano le radici nei giorni passati e che si svelano con la dovuta lentezza.

Warrior è anche una storia di guerra, quella vera, ma soprattutto una tragedia intima e allo stesso tempo collettiva, basata su conflitti nati tra le quatto maledette mura di un'infanzia palesemente rubata. Rapporti complicati dal dolore e dalla distanza. Il perdono è illusione, forse miraggio. Sentimenti e risentimenti che trasudano dalla pelle lucida e sudata di Joel Edgerton e Tom Hardy. Corpi e occhi che prestano carne e profondità a un film carico di pugni all'anima e di parole ben spese.

I soliti idioti

Tra facce pop e demenzialità non sense, allargare il piccolo schermo non è poi così difficile. La tv fa da ariete. Il web amplifica il suono del portone sfondato. Infine il teatro ricorda a tutti che lo spettacolo deve ancora cominciare. Poi arriva il cinema. Il grande schermo apre di buon grado agli “eroi” del piccolo. Basta raccogliere le caricature di sempre, unire i puntini e disegnare un film che in fondo non è che un lungo sketch di quasi novanta minuti.

I soliti idioti ha la stessa durata di una partita di pallone. Minuto più, minuto meno. E non sarà roba da serie A, ma Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio non giocano di certo nel campionato dilettanti. Forti del successo conquistato sulle frequenze di Mtv a colpi di trash e paradossi, il loro esordio cinematografico non ha nemmeno la buccia di un prodotto improvvisato sulla scia del clamore mediatico. Relegando le altre macchiette al ruolo di comprimari, hanno puntato senza mezzi termini sulla coppia Father & Son, l’improbabile duo composto da un padre sessuomane e da un figlio al limite del chierichetto. La trama scorre sul filo di una scommessa da vincere. Una storia da bar infarcita di battute da osteria, ma che spesso fanno ridere come nella migliore tradizione del cinema grottesco italiano.

Uno Scemo & Più Scemo in salsa mediterranea, un road movie ridanciano tra Milano e Roma graziato da una fotografia consapevole che improvvisa perle da videoclip, quasi in memoria del network televisivo che ha dato i natali al fenomeno di massa più trasversale dell’ultimo anno. Dei novanta minuti scarsi resta soprattutto il ricordo di una mano stampata, quello di uno schiaffo immorale alla morale che tra gag corrosive e battute scurrili è penetrato senza alcun ritegno nell’immaginario giovanile con un “dai cazzo” e un “gni gni gni”. Segno che la faccia da culo non è soltanto un vezzo da locandina.

This must be the place


Ha una risata lieve, poco più che accennata, veloce. Almeno lei lo è. Lui è un'ex-rock star dal ciuffo scomodo, un non depresso che non sa più suonare (o così dice) e a cui ormai sta stretto pure il suo perpetuo inno alla noia. Così non lo canta più, non canta più nemmeno quello. Gli servirebbe una spinta per partire. Per ripartire. Che anche se non sopporta i viaggiatori e non è l'India la sua meta, in fondo il classico viaggio ascetico di propulsione paterna non è che un tentativo di ritrovarsi.

La sua vita, fatta di sensi di colpa e di parentele occultate, proprio non gli basta più. Non lo sa, ma è così. Ha un cane con l'imbuto al collo. E' in cura ma non è lui a curarsene. Lui preferisce portare a spasso i carrelli della spesa, e se li trascina pure al cimitero, dove va per tentare inutilmente di alleviare un antico fardello. Sono gemme di un'intimità in frantumi. Ma quando si passa dal carrello al trolley poi è tutta un'altra storia. Quella di un uomo dalla lenta ironia, mica come la sua risata lieve. Un eterno bambino dalle idee mai definite, alle prese con la sua prima decisione di sempre.

Cheyenne è uno Sean Penn di quelli enormi, capace di riempire la scena anche solo con gli occhi. Le inquadrature li esaltano a dovere, ma d'altronde in This must be the place la macchina da presa non ha voglia di sbagliare nemmeno un colpo. Mentre i dialoghi nascondono massime di vita con la stessa malavoglia dell'eccentrico protagonista, la spina dorsale del film c'è, si lascia accennare, ma in fondo quasi non si sente. Sorrentino espande la trama con digressioni che regalano profondità, ma che disturbano la messa a fuoco del racconto. Una sequela di dettagli minimi, alternati come un montaggio, svelano e rivelano i tasselli che compongono il mosaico. Ed è tutto lento, a volte troppo, tra un'ironia che strania e una risata lieve, poco più che accennata. E veloce, almeno lei.

Super 8


E non resta che perdersi. I ragazzini sono i più bravi a recitare, guidano le auto e forse anche il mondo, mentre i militari fanno l'ennesima figura barbina. Alla fine degli anni Settanta un treno merci deraglia. Fiamme, esplosioni da adrenalina alle stelle, hollywoodiane ma con una marcia in più. Nel paese lì intorno, in pieno Ohio, niente sarà più lo stesso, e il mistero sarà un filo costante e neanche tanto sottile capace di tenere alta la tensione fino alla doverosa scoperta. E oltre.

La nuova "isola" di J.J.Abrams si chiama Super 8. E, sì, non resta che perdersi. Dal piccolo al grande schermo. Di nuovo. Dopo aver firmato lo script di diversi film e dopo aver diretto Mission: Impossible III e l'ultimo Star Trek, l'ideatore di Lost (nonché regista dell'episodio pilota) torna di diritto al cinema. Nel suo imprinting restano il gusto per l'enigma da risolvere, per il grande disegno da decifrare. Abrams ci regala un tuffo nell'immaginario americano dopo averlo infilato dentro il pacco più bello. Ce lo fa esplorare fino a toccarne il fondo, senza mai lasciare niente al caso, grazie anche a una buonissima scrittura e a scelte registiche davvero eccellenti.

Giochi d'incastri con venature metacinematografiche, personaggi a tre dimensioni senza bisogno degli occhialini, umanità e padronanza piena del mezzo filmico. Sono soltanto alcuni dei punti di forza di un film che mostra i muscoli ma mai per ostentazione. In Super 8 si concentrano buona parte degli stilemi della cinematografia d'oltreoceano, in particolare di quella più fantascientifica e con la vocazione per l'action movie. La regia di Abrams non sbava mai, e l'unica vera ostentazione sta nella cura dei dettagli, nelle inquadrature intelligenti e talvolta sporche ma soltanto per ragioni estetiche e soprattutto narrative. E' la classica macchina perfetta, così perfetta da potersi permettere delle imperfezioni per ragioni di finezza estetica e di strategia drammaturgica.

Dopo quella di Lost, Super 8 è una delle "isole" più belle su cui Abrams ci avrebbe potuto portare. Anche qui un'area delimitata, circoscritta. All'interno una minaccia invisibile, e un "fuori" che sembra quasi non esserci. La solita America in uno dei suoi film più riusciti degli ultimi tempi.

Lanterna Verde


Il vizietto cambia casa ma resta fedele a se stesso. L'equazione "supereroi uguale banalità" torna a funzionare a pieno regime, mancando di rispetto a un'intera branca del nostro immaginario. Il meccanismo del siparietto comico reiterato ha trovato una nuova dimora. Dalla Casa delle Idee alla casa di Superman e Batman. Era stata la Marvel a farne una sorta di marchio di fabbrica, leader nel mercato del fumetto d'oltreoceano ma popolare fino a tradire se stessa quando i suoi personaggi finiscono sul grande schermo. Tante le pellicole segnate da un'ironia svilente e fuoriluogo, nonostante certe ottime produzioni come una parte di quelle dedicate agli X-Men. La DC Comics no. Al contrario. Ci aveva abituato a qualità e serietà, a film in linea con lo spirito dei protagonisti, usciti dalla carta per rimanere se stessi, anche se con alti molto alti (Il Cavaliere Oscuro) e bassi molto bassi (Catwoman). Ma se l'Uomo Pipistrello può vantare pellicole di ottima fattura e di pretesa autoriale che rasentano il capolavoro, il suo "collega" spaziale non ha avuto la stessa fortuna.

Lanterna Verde è figlio di un format che non gli appartiene. Alla Marvel il modello Iron Man ha funzionato davvero, perlomeno nel primo film dedicato all'alter ego di Tony Stark. Un sarcasmo deciso e brillante giustificato dal personaggio, tanta azione e un grande risultato al botteghino. La DC Comics ha fatto suo quello schema, riproponendolo per trasporre al cinema l'eroe intergalattico vestito di smeraldo. Spaccone, forzatamente simpatico, anche se pur sempre in grado di trovare se stesso man mano. Ma quello che ne esce non è il vero Hal Jordan, e nemmeno un personaggio che regge da solo la scena. E' un involucro vuoto o poco più, autore di una crescita personale troppo improvvisata e di battute che contibuiscono a farne una figura superficiale.

Paradossale. Un film sulla volontà di arrivare fino in fondo che non ha la capacità di arrivarci davvero. Il problema sta soprattutto nella penna. Anzi, nelle penne. Scritto anche da veterani di serial tv incentrati sui supereroi, Lanterna Verde paga lo scotto di una sceneggiatura leggera e veloce, ossatura di una pellicola che non soddisfa nemmeno nella forma anche a causa di effetti speciali che a tratti rievocano gli standard di dieci anni fa. L'epica dei guardiani dell'universo avrebbe meritato molto più pathos, mentre il primo tassello di questa saga, pensata per continuare ma da subito tradita dai pochi biglietti strappati, non ha i numeri per lasciare il segno come avrebbe potuto. Non basta la fisicità di Ryan Reynolds, giudicato l'uomo più sexy dello scorso anno dalla rivista People. Non basta l'ironia scialba con le sue rare punte d'intelligenza. Troppo semplice il cammino interiore di Hal Jordan, troppo facile il modo in cui viene sconfitto il villain di turno. Tutto scorre e intrattiene, ma niente resta davvero.

Il grande Boh!

Un uomo nell'uomo. Tanti lo amano, qualcuno lo detesta. C'è chi odia il suo innato ottimismo, il suo ostentato buonismo. Per alcuni è poco più che un personaggio creato ad hoc per tirare su dei soldi. Inutile provare a risolvere il rebus. Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, è davvero un uomo nell'uomo. Lo vedi pieno di gioia, pronto a dispensarne lungo i quattro punti cardinali. E così è, o così sembra. La risposta sta soltanto nel suo intimo. Dal di fuori resta soltanto un grande "boh".

Non c'è niente di meglio di un diario. E' lo specchio della persona, dell'uomo nell'uomo. O almeno dovrebbe. Puoi scoprire che il cantante che accende le scintille e crea le atmosfere è un grandissimo inquieto. Al punto da cercare se stesso alla periferia del mondo. Patagonia e dintorni, in un racconto vivido ed empatico da "diari della bicicletta". Vieni a sapere che è vegeteriano, e questo in fondo te lo saresti anche aspettato. Trangugia avidamente noccioline acquistate nel primo negozietto trovato per strada, oppure quelle dei sacchetti pescati nei frigobar degli hotel in cui ha trovato riparo, quando non ospite di chissà quale famigliola che sa sempre di focolare.

Jovanotti è stato mille uomini diversi, artefice e protagonista di una metamorfosi perpetua tradotta in musica e parole. Sul finire degli anni Novanta non era di certo lo stesso di oggi. Era un uomo nell'uomo diverso da ora. Il successo era già grande, ma poi è arrivata la crisi, artistica e coniugale, seguita dai drammi familiari e chissà cos'altro. E' quasi straniante leggere del Lorenzo che è stato, forse un po' più ingenuo, ma mica poi tanto. Te lo immagini ancora nei panni del viaggiatore errante che parla di natura, nella natura e con la natura. Che prende il sole in faccia e beve molta pioggia. Lui che il viaggio lo vive come meglio crede. Odia il turismo, lo ripete come fosse un mantra. Detesta le visite organizzate, i gruppi al seguito di una bandieruola. E' il paladino di un viaggiare più fedele alla definizione, tanto intensa per i sensi da rinnovare l'anima. Il cammino in senso stretto, in tutta la sua potenza. Il tragitto che viene prima della meta, e non soltanto per un fatto cronologico. Una bici devastata, morente ma che si rivela immortale. Una fatica bramata come il pane, desiderata come l'aria. L'unica aspettativa è trovare se stessi in mezzo a un bosco innaffiato da una pioggia incessante.

Poi c'è il musicista, che in fin dei conti è il "lato a" de Il grande Boh!, audiocassetta di carta fatta di "pensieri-demo" così rapidi e schietti da non aver bisogno di troppe virgole. Conosci l'ovvio più ovvio, come la necessità di un'ispirazione vera per metter su un album che possa andare con le sue gambe, della ricerca forte e perenne di un suono bello e nuovo. Il risultato? Un'anima che vibra attraverso le casse degli altri, al di là delle mode. L'unico vero significato di tanto lavoro, una missione compiuta in giro per il mondo tra i dubbi, le mille registrazioni, l'umile consapevolezza della musica che funziona o meno. Dell'energia o meno. Poi i pensieri, i frammenti ideologici dell'uomo nell'uomo chiamato Cherubini, il cardine di un collettivo musicale che risponde al nome di Soleluna, e mica per scherzo. Il deejay solare e lunare insieme. L'adoratore di sincretismi e contraddizioni. Il ragazzo non più ragazzo. L'allegro ma in fondo inquieto.