Duna Park (2017, grazie)

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Mille uomini intorno a me. La mia faccia, le mie movenze. Mille me. Li guardo, li osservo. Mi riconosco senza riconoscermi in loro. Sono mille versioni di me – con la mia faccia, le mie movenze -, ma non so se credere che sono davvero io. Ho paura. Non so più chi sono, in questa stanza degli specchi non deformanti. Mi guardo intorno e trovo facce note, con le mie particolarità, i miei tic, i miei annosi difetti. Difficile cedere all’idea di essermi trovato. Sono proprio io quell’uomo lì – ragazzo fino a ieri – piantato dentro lo specchio e moltiplicato per mille? Io ho paura, ho paura a crederci. Perché tra un anno potrei non riconoscermi più. Potrei non ritrovarmi più. Perché oggi sono io, tra un anno chissà. Perché in trecentosessantacinque giorni sono stato costretto a cambiare pelle, faccia, corpo. Oggi mi specchio, e vedo mille me. Un me che, un anno fa, proprio non c’era.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Quello allo specchio, oggi, è un uomo irriconoscibile, segnato dagli eventi, agitato dalle prospettive. L’uomo di un anno fa era pieno di preoccupazioni. Quello di oggi ne ha altrettante, ma sono tutte cambiate. Vorrei – vorrei davvero -, ma non so vivere senza tensioni. La loro natura muta nel tempo, così come muto io, che muto non so stare. Ho bisogno di parlare. Ho bisogno di scrivere. Non ho bilanci da fare, soltanto sommosse interiori e poco sommesse di cui dare conto. Sono un narratore, io, e ne sono sempre più convinto. Un artigiano del racconto con in mano ancora troppi pochi ferri del mestiere. Io che oggi mi guardo, e che mi sorrido in modo beffardo prima di raccontare di me. Di me e del mio ultimo anno, prima – chissà – di cambiare ancora. Un anno di rotture e di riparazioni fallite. Ho provato a rammentare lì dove c’erano buchi, ma non avevo per le mani delle toppe abbastanza grandi, tantomeno robuste. Nell’ultimo anno ho chiuso il cuore a chi non sapeva più come appagarlo, e l’ho aperto altre due volte rischiando di perderlo una volta per tutte, annegato nel dispiacere e nello sconcerto. Ho messo fine a un autoscontro che fatica a salvarsi, al netto di qualche constatazione amichevole. Poi ho chiesto la mano a due persone diverse, ma la prima me l’ha fatta restituire. Ha deciso di scendere da quella che credevo fosse la nostra bellissima giostra, attratta da altre luci, ormai incapace di vedere la mia. Porto ancora i segni di quello strappo senza preavviso. Poche cose mi hanno segnato così, poche volte ho sognato così. Ma i sogni si fanno a occhi chiusi. Ora li ho aperti. Ho faticato, metà del mio anno l’ho trascorso a domandarmi dove stesse l’errore, a formulare risposte sempre diverse, a scacciare i demoni della memoria tenendo fede alla mia versione dei ricordi. Credevo di vedere degli angeli, in quella che, in realtà, era la casa delle streghe. Senza scopa, senza rughe, senza apparenti difetti. Con un bel paio d’ali, per giunta. Vibrazioni fatate per una folgorazione fatale. Sono state le streghe stesse a scacciarmi. Mi han fatto uscire di forza dalla loro casa fumosa, senza più esser certo di cosa avessi visto. Certi calcinculo fanno davvero male, in questo arido e sabbioso Duna Park fatto di sentimenti mal pescati. Come quando vorresti il peluche più grande, quello più morbido, ma te ne torni a casa con un pesciolino rosso che di lì a poco finirà a pancia all’aria nella tua boccia di squallido vetro che ha scambiato per mare aperto. Ora, di aperto, ci sono soltanto i miei occhi. Oggi sono pronto a guardare. Vedo me, mille me riflessi in uno specchio più nitido. Me e una mano nuova, da provare a stringere con la stessa delicatezza di un cardiochirurgo. Un intervento sperimentale, a cuori aperti. Entrambi aperti, entrambi infranti, entrambi da ricostruire. Ho chiuso con gli angeli. Ora una sirena mi fissa, e io sono finalmente disposto ad annegare nei suoi occhi, a nuotare con lei. Di giorno in giorno imparo a lasciarmi andare, e a vedere la sua coda come un pregio, le sue squame come una ricchezza. Una ricchezza vera, non di carta.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Avevo ancora pochi gettoni avanzati dal 2016, ma quelli che mi rimanevano mi sono stati rubati. Ora sono pronto a farmeli restituire, anche a costo di spaccarmi le nocche contro un punching ball che sa di onerosa e onorevole rivalsa. Ho vagato per settimane in questo Duna Park senza guardie e con molti ladri, fino a che non mi sono incontrato. Mi sono regalato dei gettoni nuovi, raccolti sulla strada dei sogni incolti e delle inclinazioni tradite. Mi sono guardato senza aver bisogno di uno specchio, fino a trovare un nuovo sentiero. Con il dubbio che, in realtà, sia stato lui a trovare me. Sono finito in una nuova sala giochi. Alle leve, ai pulsanti, ai comandi – questa volta – c’ero io. Ho appreso i primi rudimenti della narrazione. Ho imparato a muovermi tra storie serie e serie che sono storie. Ho preso confidenza con un mondo tutto nuovo, ma che in fondo era già mio. Una volta uscito mi son sentito diverso. Ho cominciato a vedere il mondo a pixel, sorprendendomi, spaventandomi, con il sospetto di non poter più tornare indietro. Come un orologiaio del racconto, ho deciso di onorare mio nonno smontando e rimontando cose, scoprendo ingranaggi, con la prospettiva di un futuro fatto di storie svizzere. Io che sono sempre in ritardo, pure con sogni. Soprattutto con i sogni.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Ho girato tra i chioschi, ho provato sapori diversi, fino a che non mi hanno detto che mi sarei potuto fermare. Lì, in un posto che sapesse di casa. Un posto che, d’ora in poi, chiamerò “casa”. Ho un chiosco tutto mio, e che ogni giorno che passa mi somiglia di più. Come un figlio da crescere tra le gioie e le fatiche, e la benevolenza e le pretese di nonni generosi ma talvolta esigenti. Oggi ho un chiosco tutto mio dove cucinare i miei hot dog, invitare passanti, riposare la notte. La mia vita è una carovana, e la certezza di avere una mia carrozza fa tutta la differenza del mondo. Amo il cuore di chi me l’ha concessa, odio la mia incapacità di capacitarmi da subito di quanto accaduto, di cosa avessi per le mani. Un chiosco, bello e spazioso. Tutto mio. Mio e per le mie paure, le mie speranze, le mie ambizioni da arredare.

Sono stati dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Esco dalla stanza degli specchi. Voglio ritrovarmi altrove: in quello che dico, in quello che faccio, in quello che sento. A giudicare dalle stelle, quello appena iniziato sarà un anno di risalita. Scarpinerò, sì, ma verso il cielo. Girovagherò lungo i viottoli di un un nuovo carrozzone itinerante – “2018”, dicono si chiami – ma senza scendere dalla giostra che si muove come me. Come me, sì, ma non con me, per questo dovrò ripensare i miei tempi, rivedere i miei modi. Le stelle sanno, le stelle non aspettano. Mostrerò a me stesso, ai passanti e a tutti viandanti del nuovo Duna Park che so stare ancora in piedi. Anche dopo le montagne russe, il saliscendi di emozioni e di possibilità, di sentimenti e di occasioni che l’ultimo anno ha voluto offrirmi. La gioia della salita, il terrore della discesa. Dal basso ho guardato le cose con sotterranea preoccupazione, dall’alto ho goduto di tutta un’altra prospettiva, ma non con meno timore. Sono montagne russe mendaci, perché travestite da ruota panoramica. Ti mostrano il cielo, ti espongono ai venti, ti fanno vedere tutto quello che c’è, ma intanto ti fanno strabuzzare gli occhi, strapazzare il cuore, frullare la mente da dentro un calderone che era già magmatico di suo.

Ora ringrazio il brucomela degli affetti, famiglia e amicizie che, quando hanno saputo e potuto, mi hanno permesso di placarmi mentre la giostra – vorticosa – non accennava a fermarsi. Ringrazio chi ha saputo parare le mie martellate, che ho sferrato per inerzia e per necessità, ma anche per provare a me stesso che ho ancora tutta la mia forza, mentre il mondo era impegnato a offrirmi poteri nuovi di cui sono ogni giorno più consapevole. Ringrazio chi ha saputo sopportare i postumi di un saliscendi frenetico che mi ha scompigliato capelli e anima, mentre oggi mi arrovello nel mio nuovo mantra esistenziale. Respira di più e meglio, abbi fiducia nel flusso, metti benzina nel serbatoio dei sogni e accenditi davvero. Tra vecchi e nuovi stimoli, tra cicatrici annose e inedite, mi sono diretto all’uscita con l’intenzione di avere più fegato, ma con meno calcoli. Sulla soglia ho ritrovato le storie vere, quelle che – forse – da domani ricomincerò a raccontare, ma senza più azzardarmi ad abbandonare le altre storie. Quelle mie, quelle che forse, nel loro essere fasulle, sono in realtà le più vere di tutte. La sala giochi mi ha insegnato a essere giocatore, non più personaggio. Alla fine della giostra ho trovato quella nuova mano da stringere. Ho cominciato ad accarezzare la sirena, perché se lo merita, e perché in fondo me lo merito anche io. Sulla soglia, poi, ho rincontrato anche il gatto che credevo quasi di aver perso. Lui, animale selvatico che assomiglia tanto al mio creare. Lui, felino aristocratico ma che sa sorprendermi quando e dove serve. Ora sono fuori da quell’amatissimo e fottutissimo Duna Park, in cui tutto cambia forma al primo colpo di vento, in cui la sabbia si muove frenetica e improvvisa per generare nuove possibilità. Saluto le montagne russe, quelle che non dormono mai e che non mi hanno fatto mai russare. Sono uscito stringendo mani, mani che voglio siano quelle giuste. Me ne sono andato con un affanno un po’ più tenue, un respiro più regolare, perché nelle mani e negli occhi ho squame lucenti, e un impeto nuovo di fare bene. E del bene. Ho cammino oltre la soglia, salutato il Duna Park. Ora vado oltre. In tasca un tintinnio. Ho ancora tutti i miei gettoni.

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Chi ama il Natale

Se la prendono tutti con le feste. Dicono che ti obblighino a indossare l’abito buono, a ostentare sorrisi senza fondamenta, a stringere mani non più amiche, a far finta che vada tutto bene. Dicono che ti inducano a recitare nella più squallida delle commedie, a portare delle maschere. Maschere. Proprio quelle che – a voler guardare oltre la nebbia – il Natale e bestialità simili ti costringono a levare. Le feste, a volte, ti mettono all’angolo, fino a farti tirar fuori un’identità che non hai. Ma questa è soltanto la superficie. La gente odia il Natale perché non lo sa capire. Lo considera un grande teatrino. Ipocrita, irreale, commerciale. Io non conosco nessuna verità. Io diffido di ogni presunta verità, soprattutto se assoluta. Ma di una cosa sono sicuro, sì: il Natale, la maschera, te la fa calare.

C’è chi finge di fronte a parenti e amici, chi schiva domande, chi elude risposte. Il fatto è che ognuno ha la sua percezione della festa, ed è quella la vera domanda. È quella la vera risposta. Puoi mentire ai tuoi cari, puoi ingannare familiari e conoscenti di vario grado, ma non potrai mai truffare te stesso. Fuori il teatro, dentro lo svelamento. Chi ama il Natale non è un ipocrita, né un buonista. Chi ama il Natale – a differenza degli altri – ha soltanto la consapevolezza di essere più o meno felice, e di saper cogliere il bello al di là della finzione. Chi ama il Natale lo sa che ogni 25 dicembre rischia di finire su un palco indesiderato, ma sa anche vedere le persone dietro i personaggi del presepe, l’essenziale al di là degli addobbi, le luci – quelle vere – oltre le luminarie artificiali. Chi ama il Natale non è vittima del consumismo. Chi ama il Natale può anche non fare regali: il suo regalo è il Natale stesso, il tempo condiviso, la maschera calata. Perché chi ama il Natale sa vedere quel che c’è da vedere, oltre l’ostentazione di un cinismo che è ormai status symbol. Chi ama il Natale non è un cretino senza spirito critico. Chi ama il Natale si gode la famiglia che c’è e onora quella che non c’è più. Chi ama il Natale ti sorride in faccia oltre la tua patetica finzione. Chi ama il Natale ti incita a scoprire perché sei arrivato a detestare le festività. Chi ama il Natale sa che il Natale è un’occasione. Ché se sei felice va bene così, ma se le luci del centro t’infastidiscono, se innaffi il tuo l’albero soltanto con le lacrime, se sei più cadente tu di quella famosa stella, allora il tuo problema non è il Natale. Il problema sono gli occhi attraverso cui hai osservato gli ultimi trecentosessantaquattro giorni, il modo in cui li hai vissuti. Io, oggi, assolvo il Natale. Lo scagiono. Lo sollevo da ogni responsabilità sul nostro stato d’animo. Il Natale non è una luce di scena. Il Natale è un faro puntato su quello che hai dentro. Il Natale è lo specchio di ciò che sei diventato durante il resto dell’anno. In attesa di quello nuovo. Un nuovo anno. Un nuovo Natale. Un nuovo inizio. I buoni propositi cominciano qui.

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Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Fratello muro

Duro. Duro. Duro il muro. Troppo duro anche per chi è duro. Come me. Che sono duro. Duro. Ma non quanto il muro che non si può scalfire. Il muro fatto d’adamantico orgoglio che la ragione non l’ha. La inventa direttamente. La costruisce in serie. La genera sinapticamente come fosse il dio delle verità sottovuoto. La ragione è sempre dalla sua parte. La tiene stretta al di là del muro. Il suo muro. Il muro duro, duro, duro che è. Il muro che non si può scalfire. E che io che sono duro, duro, duro, non voglio scavalcare. Perché un tempo quel muro era mio fratello, mentre ora non sono che un figlio unico forzato da quello stesso muro. Quel muro di un fratello così duro. Duro. Duro. Che non si può scalfire. E che non voglio scavalcare. E allora cambio strada e lo lascio solo, quel muro duro. Fratello duro. Fratello muro. Solo. E duro. E solo perché duro. Troppo duro. Un muro che non cade e che tantomeno si piega. Pure quando dovrebbe.

Fratello muro

Guardiani della Galassia

Guardiani della Galassia - poster

Il segreto è una vecchia musicassetta. Nel walk-man ci sono i brani di una volta, suonati a loop per non lasciarli andare. Per non lasciarsi andare. E per non lasciare andare qualcuno che proprio non vogliamo che se ne vada. Lì c’è il passato che attraversa il presente per creare il futuro. Un po’ come i Guardiani della Galassia, i paladini dell’universo griffati Marvel che con la loro colonna sonora bizzarra e un po’ retrò (anni ’70 e ’80) hanno dichiarato guerra agli aspiranti dominatori intergalattici. Strizzando l’occhio a Star Wars e, allo stesso tempo, (r)innovando il genere dei cinecomics.

Già. Non è la solita musica quella che passa il convento dei Marvel Studios, che questa volta il miracolo l’hanno fatto davvero. Perché creare dei buoni personaggi, inserirli in un canovaccio efficace e condire il tutto con musiche dall’impronta epica è ormai un compitino (quasi) di routine. Ma farlo così bene è una sorta di prodigio. Ed è difficile, oramai, decretare quale sia il miglior super-film ispirato agli eroi della Casa delle Idee, tanti ne hanno già sfornati. Ma una cosa è certa: oltre a fare un uso inedito, prepotente, efficace e fortemente simbolico della musica, Guardiani della Galassia arriva dove nessuna produzione Marvel era mai arrivata: far ridere senza per questo rendersi ridicola. Spingere sull’acceleratore della comicità senza perdere il controllo del mezzo. Fare della risata un valore aggiunto, e non un fardello dai risultati apocalittici. E ci voleva un novellino come James Gunn, che a suo modo s’intende sia di eroi in calzamaglia sia di toni scanzonati (suoi il film Super e un episodio dell’apprezzato Comic Movie), per compiere l’impresa. Per imprimere la leggerezza sulla pellicola come nessun regista Marvel (Studios e non) era mai riuscito a fare. Grazie a una sceneggiatura che spiazza lo spettatore, perché obbliga lo sfacciato Star-Lord, la seducente Gamora, il cinico Rocket, il tenero Groot (difficile credere che dietro ci sia quel duro e puro di Vin Diesel) e l’avventato Drax a compiere gesti inattesi, a dare forma ai dialoghi che meno ti aspetti. Guadagnandoci in profondità e umanità. Loro che ci fanno ridere e commuovere. Che sono così lontani, eppure così vicini. I non-eroi del pianeta accanto che le suonano ai cattivi. E fanno tutta un’altra musica. Con o senza walk-man.

Biscotti amari

Merdao meravigliao. Che una merda così non te la saresti mica aspettata. Che ci sarebbero stati biscotti dal sapore inedito e inatteso, dolci che son dolci quanto i chiodi di garofano. Che ci sarebbero stati ricordi destinati al limbo, relegati lì dalla frustrazione dell’oggi. Che ci sarebbero stati legami che non son più tali, o così par essere. Che ci sarebbero stati orgogli feriti e feriti dall’orgoglio. Che sarebbero sorti problemi che problemi non sono. Che ci sarebbero stati amici persi, ma che non son persi perché li hai persi tu. Sono loro ad aver perso se stessi. Sono loro ad aver perso te.

Biscotti amari

C’ho visto anche il mare

Che oltre questi binari, io, c’ho visto anche il mare. E c’è voluto un bello sforzo, a immaginarmi le onde oltre tutto questo sferragliare. Lo stesso sferragliare che le prime notti, no, non mi ha fatto dormire. Ce ne sono volute un paio per abituarmi a tutto questo incrociarsi di treni, in arrivo o in partenza da Lambrate come se questo quartiere, così grigio ma anche così vivo, fosse il centro del mondo. Ma no. Lambrate non è che un porto di mare in cui si viene per studio o per lavoro. Sarà per questo che io c’ho visto anche i pesci e la spuma della salsedine. Io, per interposto personaggio. Io che c’ho ambientato un romanzo, in questo circondario che ora sto per lasciare. E ci lascio ricordi indelebili. Di bottiglie di plastica conservate per colpa di un vuoto che non potevo conoscere. Di scatole di un cioccolato speciale che non getterò mai. Di una rosa rimasta per mesi a morirmi addosso, ma da cui sto per separarmi soltanto adesso. Io non ce la faccio ad abbandonare le cose senza lasciarci sopra un pezzo di cuore.

c'ho visto anche il mare

Anche adesso lo sento gridare, col suo lamento antico ma che sa comunque di futuro. Il 23 è un tram dall’animo vecchio, ma fa gli stessi versi di un animale ancora ruggente. E anche adesso lo sento gridare, anche adesso lo sento ruggire, mentre torna alla sua tana per l’ultima volta prima di una nuova notte. Io lo sento, il 23, ed è da un po’ che lo sento. Così come sento i suoi passeggeri, portatori sani di storie che ho provato a derubare in silenzio. Ho provato a entrare dentro di loro. Sono il ginecologo delle loro anime.

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Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Le casse d’acqua portate a casa col carrello della Lidl. Le corsette a guardar più culi che asfalto. E i cani, quanti cani in questo quartiere di bipedi sempre così di fretta. Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Di Milano nemmeno parlo. Io e lei abbiamo ancora due o tre conti da saldare. E potrebbero volerci mesi, anni, forse una vita. Intanto mi prendo una pausa. Intanto porto i saluti dei culi, dell’asfalto e dei cani all’altra mia città. Quella da cui provengo. Che oltre i suoi binari, io, c’ho visto anche il mare. Perché lì il mare c’è davvero. E mi sta aspettando a onde aperte.