Nel grigio dipinto di grigio

Grigio il cielo che fa da tetto a questa naturale assurdità. Grigio l’asfalto su cui aspetto la carovana delle frecce a due ruote. Grigio io che sto cercando di lavorare con un pezzo di cuore altrove. Grigio tu che ne stai andando in questo momento. E nel mentre piove.
Piove grigio anche per te.

Ciao Grigione. La tua ultima volata è finita. Ti ricorderò per il tuo sguardo torvo ma tenero. Per le pennichelle con la fronte piantata in basso. Per le finte fughe in giardino, senza staccare mai lo sguardo da me. Per la tua voracità. Per gli “strozzoni”. Per il pelo malconcio. Per la paura che mi allontanassi le gatte. Per la dolcezza che non ci siamo scambiati.

Soprattutto ti ricorderò perché hai scelto il nostro tappeto – quello all’ingresso – per venirci a dire che te ne stavi andando. Forse avevi paura. Forse è stato il tuo modo di chiederci aiuto. Semplicemente, forse, non volevi morire solo, tradendo ogni leggenda sulla tua specie. Quel che è certo è che hai scelto noi per i tuoi ultimi istanti, e ora non so dirti se mi senta più grato o più lusingato. So che ti ricorderò per i nostri sguardi fugaci. Che mi resterai dentro soprattutto per la tenerezza del tuo gesto finale. E per l’unica carezza che ti ho fatto. Chissà se l’hai sentita.

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Duna Park (2017, grazie)

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Mille uomini intorno a me. La mia faccia, le mie movenze. Mille me. Li guardo, li osservo. Mi riconosco senza riconoscermi in loro. Sono mille versioni di me – con la mia faccia, le mie movenze -, ma non so se credere che sono davvero io. Ho paura. Non so più chi sono, in questa stanza degli specchi non deformanti. Mi guardo intorno e trovo facce note, con le mie particolarità, i miei tic, i miei annosi difetti. Difficile cedere all’idea di essermi trovato. Sono proprio io quell’uomo lì – ragazzo fino a ieri – piantato dentro lo specchio e moltiplicato per mille? Io ho paura, ho paura a crederci. Perché tra un anno potrei non riconoscermi più. Potrei non ritrovarmi più. Perché oggi sono io, tra un anno chissà. Perché in trecentosessantacinque giorni sono stato costretto a cambiare pelle, faccia, corpo. Oggi mi specchio, e vedo mille me. Un me che, un anno fa, proprio non c’era.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Quello allo specchio, oggi, è un uomo irriconoscibile, segnato dagli eventi, agitato dalle prospettive. L’uomo di un anno fa era pieno di preoccupazioni. Quello di oggi ne ha altrettante, ma sono tutte cambiate. Vorrei – vorrei davvero -, ma non so vivere senza tensioni. La loro natura muta nel tempo, così come muto io, che muto non so stare. Ho bisogno di parlare. Ho bisogno di scrivere. Non ho bilanci da fare, soltanto sommosse interiori e poco sommesse di cui dare conto. Sono un narratore, io, e ne sono sempre più convinto. Un artigiano del racconto con in mano ancora troppi pochi ferri del mestiere. Io che oggi mi guardo, e che mi sorrido in modo beffardo prima di raccontare di me. Di me e del mio ultimo anno, prima – chissà – di cambiare ancora. Un anno di rotture e di riparazioni fallite. Ho provato a rammentare lì dove c’erano buchi, ma non avevo per le mani delle toppe abbastanza grandi, tantomeno robuste. Nell’ultimo anno ho chiuso il cuore a chi non sapeva più come appagarlo, e l’ho aperto altre due volte rischiando di perderlo una volta per tutte, annegato nel dispiacere e nello sconcerto. Ho messo fine a un autoscontro che fatica a salvarsi, al netto di qualche constatazione amichevole. Poi ho chiesto la mano a due persone diverse, ma la prima me l’ha fatta restituire. Ha deciso di scendere da quella che credevo fosse la nostra bellissima giostra, attratta da altre luci, ormai incapace di vedere la mia. Porto ancora i segni di quello strappo senza preavviso. Poche cose mi hanno segnato così, poche volte ho sognato così. Ma i sogni si fanno a occhi chiusi. Ora li ho aperti. Ho faticato, metà del mio anno l’ho trascorso a domandarmi dove stesse l’errore, a formulare risposte sempre diverse, a scacciare i demoni della memoria tenendo fede alla mia versione dei ricordi. Credevo di vedere degli angeli, in quella che, in realtà, era la casa delle streghe. Senza scopa, senza rughe, senza apparenti difetti. Con un bel paio d’ali, per giunta. Vibrazioni fatate per una folgorazione fatale. Sono state le streghe stesse a scacciarmi. Mi han fatto uscire di forza dalla loro casa fumosa, senza più esser certo di cosa avessi visto. Certi calcinculo fanno davvero male, in questo arido e sabbioso Duna Park fatto di sentimenti mal pescati. Come quando vorresti il peluche più grande, quello più morbido, ma te ne torni a casa con un pesciolino rosso che di lì a poco finirà a pancia all’aria nella tua boccia di squallido vetro che ha scambiato per mare aperto. Ora, di aperto, ci sono soltanto i miei occhi. Oggi sono pronto a guardare. Vedo me, mille me riflessi in uno specchio più nitido. Me e una mano nuova, da provare a stringere con la stessa delicatezza di un cardiochirurgo. Un intervento sperimentale, a cuori aperti. Entrambi aperti, entrambi infranti, entrambi da ricostruire. Ho chiuso con gli angeli. Ora una sirena mi fissa, e io sono finalmente disposto ad annegare nei suoi occhi, a nuotare con lei. Di giorno in giorno imparo a lasciarmi andare, e a vedere la sua coda come un pregio, le sue squame come una ricchezza. Una ricchezza vera, non di carta.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Avevo ancora pochi gettoni avanzati dal 2016, ma quelli che mi rimanevano mi sono stati rubati. Ora sono pronto a farmeli restituire, anche a costo di spaccarmi le nocche contro un punching ball che sa di onerosa e onorevole rivalsa. Ho vagato per settimane in questo Duna Park senza guardie e con molti ladri, fino a che non mi sono incontrato. Mi sono regalato dei gettoni nuovi, raccolti sulla strada dei sogni incolti e delle inclinazioni tradite. Mi sono guardato senza aver bisogno di uno specchio, fino a trovare un nuovo sentiero. Con il dubbio che, in realtà, sia stato lui a trovare me. Sono finito in una nuova sala giochi. Alle leve, ai pulsanti, ai comandi – questa volta – c’ero io. Ho appreso i primi rudimenti della narrazione. Ho imparato a muovermi tra storie serie e serie che sono storie. Ho preso confidenza con un mondo tutto nuovo, ma che in fondo era già mio. Una volta uscito mi son sentito diverso. Ho cominciato a vedere il mondo a pixel, sorprendendomi, spaventandomi, con il sospetto di non poter più tornare indietro. Come un orologiaio del racconto, ho deciso di onorare mio nonno smontando e rimontando cose, scoprendo ingranaggi, con la prospettiva di un futuro fatto di storie svizzere. Io che sono sempre in ritardo, pure con sogni. Soprattutto con i sogni.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Ho girato tra i chioschi, ho provato sapori diversi, fino a che non mi hanno detto che mi sarei potuto fermare. Lì, in un posto che sapesse di casa. Un posto che, d’ora in poi, chiamerò “casa”. Ho un chiosco tutto mio, e che ogni giorno che passa mi somiglia di più. Come un figlio da crescere tra le gioie e le fatiche, e la benevolenza e le pretese di nonni generosi ma talvolta esigenti. Oggi ho un chiosco tutto mio dove cucinare i miei hot dog, invitare passanti, riposare la notte. La mia vita è una carovana, e la certezza di avere una mia carrozza fa tutta la differenza del mondo. Amo il cuore di chi me l’ha concessa, odio la mia incapacità di capacitarmi da subito di quanto accaduto, di cosa avessi per le mani. Un chiosco, bello e spazioso. Tutto mio. Mio e per le mie paure, le mie speranze, le mie ambizioni da arredare.

Sono stati dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Esco dalla stanza degli specchi. Voglio ritrovarmi altrove: in quello che dico, in quello che faccio, in quello che sento. A giudicare dalle stelle, quello appena iniziato sarà un anno di risalita. Scarpinerò, sì, ma verso il cielo. Girovagherò lungo i viottoli di un un nuovo carrozzone itinerante – “2018”, dicono si chiami – ma senza scendere dalla giostra che si muove come me. Come me, sì, ma non con me, per questo dovrò ripensare i miei tempi, rivedere i miei modi. Le stelle sanno, le stelle non aspettano. Mostrerò a me stesso, ai passanti e a tutti viandanti del nuovo Duna Park che so stare ancora in piedi. Anche dopo le montagne russe, il saliscendi di emozioni e di possibilità, di sentimenti e di occasioni che l’ultimo anno ha voluto offrirmi. La gioia della salita, il terrore della discesa. Dal basso ho guardato le cose con sotterranea preoccupazione, dall’alto ho goduto di tutta un’altra prospettiva, ma non con meno timore. Sono montagne russe mendaci, perché travestite da ruota panoramica. Ti mostrano il cielo, ti espongono ai venti, ti fanno vedere tutto quello che c’è, ma intanto ti fanno strabuzzare gli occhi, strapazzare il cuore, frullare la mente da dentro un calderone che era già magmatico di suo.

Ora ringrazio il brucomela degli affetti, famiglia e amicizie che, quando hanno saputo e potuto, mi hanno permesso di placarmi mentre la giostra – vorticosa – non accennava a fermarsi. Ringrazio chi ha saputo parare le mie martellate, che ho sferrato per inerzia e per necessità, ma anche per provare a me stesso che ho ancora tutta la mia forza, mentre il mondo era impegnato a offrirmi poteri nuovi di cui sono ogni giorno più consapevole. Ringrazio chi ha saputo sopportare i postumi di un saliscendi frenetico che mi ha scompigliato capelli e anima, mentre oggi mi arrovello nel mio nuovo mantra esistenziale. Respira di più e meglio, abbi fiducia nel flusso, metti benzina nel serbatoio dei sogni e accenditi davvero. Tra vecchi e nuovi stimoli, tra cicatrici annose e inedite, mi sono diretto all’uscita con l’intenzione di avere più fegato, ma con meno calcoli. Sulla soglia ho ritrovato le storie vere, quelle che – forse – da domani ricomincerò a raccontare, ma senza più azzardarmi ad abbandonare le altre storie. Quelle mie, quelle che forse, nel loro essere fasulle, sono in realtà le più vere di tutte. La sala giochi mi ha insegnato a essere giocatore, non più personaggio. Alla fine della giostra ho trovato quella nuova mano da stringere. Ho cominciato ad accarezzare la sirena, perché se lo merita, e perché in fondo me lo merito anche io. Sulla soglia, poi, ho rincontrato anche il gatto che credevo quasi di aver perso. Lui, animale selvatico che assomiglia tanto al mio creare. Lui, felino aristocratico ma che sa sorprendermi quando e dove serve. Ora sono fuori da quell’amatissimo e fottutissimo Duna Park, in cui tutto cambia forma al primo colpo di vento, in cui la sabbia si muove frenetica e improvvisa per generare nuove possibilità. Saluto le montagne russe, quelle che non dormono mai e che non mi hanno fatto mai russare. Sono uscito stringendo mani, mani che voglio siano quelle giuste. Me ne sono andato con un affanno un po’ più tenue, un respiro più regolare, perché nelle mani e negli occhi ho squame lucenti, e un impeto nuovo di fare bene. E del bene. Ho cammino oltre la soglia, salutato il Duna Park. Ora vado oltre. In tasca un tintinnio. Ho ancora tutti i miei gettoni.

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Non ditemi che l’estate è finita

Non ditemi che siete tornati al lavoro. Non ricordatemi che tra poche ore il tempo dell’impegno raggiungerà anche me. Non fatemi notare che le giornate si sono già accorciate. Non raccontatemi che la sera fa già fresco. Non rammentatemi che leggere dopo cena in terrazza non è più come prima. Non inventatevi che i bagni al tramonto sono meno godibili. L’estate finisce quando lo decide l’estate. Quando in spiaggia non basterà più nemmeno la maglietta per spremere la quiete fino all’ultimo istante. Quando sarà notte già all’ora dell’aperitivo. Quando i gabbiani ci guarderanno in cagnesco invitandoci a tornare sotto i nostri tetti murati. Quando le gatte riprenderanno a star dentro la notte, tutte le notti. Quando non ci sarà più spazio per la spensieratezza, se mai ce ne sia stata. Quando il tempo ricomincerà a pesare, e a pesare tanto. Quando le foglie sugli alberi si troveranno a tentennare. Quando il panorama virerà i suoi colori verso il giallo e verso il marrone. Non mi dite, perciò, che i turisti se ne sono andati. Non venitemi a dire che il prossimo temporale si porterà via ciò che rimane della nostra festa. Non mi raccontate che sul bordo del mare, ormai, c’è soltanto un deserto di sassi e di sabbia. L’estate finisce quando lo dice lei. L’estate finisce quando lo dice l’estate. L’estate finisce quando lo dico io.

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L’elefante e la bambina

A guardarla bene si direbbe che dentro vi sia nascosto un angelo. I suoi occhi parlano di un mondo altro, di un universo parallelo e allo stesso tempo coincidente con quello in cui viviamo. Noi, e l’elefante. A guardarla bene si direbbe che quella bambina sia davvero un angelo, una creatura diversa da tutta le altre. Un corpo da piccina, con una mente semplice e fervida. E dentro, incastonata, un’entità che tutto e niente ha a che vedere con questo pianeta. L’elefante, una bambina così, non l’aveva mai vista. L’elefante, un angelo così, non l’aveva mai neppure sognato. L’animale ha sempre tanti occhi puntati addosso, ma mai e poi mai degli occhi così si erano posati sulla sua pelle dura, sulla sua scorza grigia, su quella corazza che lo separa da un mondo complesso, che lo vuole attrazione, che lo vuole freak, che lo vuole mostro buono, che lo vuole giocattolo. L’elefante, da tempo, non era più una cosa sola con la vita, con la sua spontaneità, con la sua stessa natura. Il circo dell’esistenza lo aveva reso un personaggio, un’anima mascherata da mostrare a un pubblico avido e poco empatico. C’è poca purezza negli sguardi di chi entra sotto il tendone dopo essersi fatto strappare il biglietto. C’è poca comprensione, poco coraggio di ribellarsi di fronte all’ingiusta giostra di uno spettacolo che, alzando il sipario, uccide la vera libertà dei suoi protagonisti. L’elefante è docile, un po’ arreso alle sue sventure. Non accenna segni di ribellione. L’elefante resta sempre lì, sotto quel tendone, ad aspettare che nuove centinaia di occhi si posino su di lui. Ma mai e poi mai si sarebbe aspettato di poter godere di così tanta luce, all’improvviso, scaturita dalle due fessure di quel piccolo volto. Candido. Angelico.

La bambina ha infranto le regole. Con uno scatto piccolo ma efficace, si è allontanata dalla sua famiglia. A fine esibizione, ha approfittato della confusione del momento per correre verso l’animale che le aveva rapito l’attenzione. Stava contando i minuti prima di poter accarezzare quella magica creatura, con il suo sguardo tenero e un po’ sofferente, con quelle zampe giganti, perfette per un abbraccio imponente. Se solo avesse potuto. Se solo avesse potuto, l’elefante avrebbe stretto la bambina in una morsa tenera ed eterna, facendo attenzione a non farle male in alcun modo. Se solo avesse potuto. Se solo non fosse successo quel che poi è successo. Se solo si fossero intesi. Se solo la risonanza tra le loro anime non fosse deragliata come un treno impazzito e fuori da ogni controllo. Se solo. Se solo l’elefante non fosse di nuovo solo, forse, sarebbe di nuovo un animale felice. Nonostante il circo. Nonostante la vita. La bambina ha infranto le regole. Sua madre si è accorta di quel gesto sconsiderato, ma ha permesso alla piccola di allontanarsi un po’ per andare a vedere da vicino quell’enorme ammasso di tenerezza grigia. Durante lo spettacolo l’aveva guardata negli occhi. La mamma della bambina ha sempre avuto un buon intuito, per lei sua figlia è sempre stata un libro aperto. Tra le pagine delle sue sfere verdi e tanto tanto luminose, aveva intravisto la voglia di raggiungere il docile animale, di provare ad accarezzarlo. Di infrangere le regole e di andare dietro le quinte di uno spettacolo che doveva ancora davvero cominciare. Lo spettacolo, quello vero. Quello di un sentimento che va oltre le differenze, oltre le origini, oltre la stazza, oltre la mente. Soltanto gli occhi negli occhi, soltanto la pelle sulla pelle avrebbero potuto decifrare quell’alchimia, darle un nome, decodificarla e farne qualcosa di comprensibile all’uomo. Anima contro anima, a stretto contatto. Per questo sua madre le aveva permesso di andare. Aveva percepito che l’animale non avrebbe rappresentato un pericolo. Anestetizzato dalla sua vita soffocata, non avrebbe mai torto un capello alla sua bambina. E poi si vedeva da lontano quanto quell’animale fosse buono. Così la bambina ha infranto le regole. Le regole di suo padre. Distratto, come sempre, nel suo camminare senza mai guardarsi troppo indietro – e tantomeno intorno -, l’uomo non si è accorto di quanto la sua piccola si fosse allontanata. E la madre zitta, complice, a godersi l’entusiasmo della figlia, che in quell’elefante aveva visto una luce misteriosa. Non si trattava soltanto di una curiosità bambina, ma di un’attrazione fatale, di una risonanza magica, di una collisione di pelli e di arti che non era più evitabile.

La piccola ha sollevato il telo che ancora la separava da quel poderoso elefante. Che impertinenza dividere due creature così. Che cosa indicibile. Ma ormai niente e poi niente avrebbe potuto separarli. Niente, o quasi. Una volta oltre il telo, la bambina ha continuato ad avvicinarsi all’animale, a passo lento, seppur fosse smaniosa di arrivare, seppur non vedesse l’ora di toccarlo, per capire cosa davvero l’avesse spinta fin lì. Il colosso grigio si è subito accorto di lei. Non si aspettava quella visita, ma soprattutto non credeva potesse esistere così tanta leggiadria. Mai e poi mai avrebbe immaginato che tra gli occhi famelici di quel pubblico pagante se ne potesse nascondere un paio come quello. L’elefante si è voltato leggermente verso di lei. Sin dal primo contatto oculare ha scorso qualcosa di indecifrabile. Quella non era una semplice umana. Quella non era una semplice bambina. Quella di lei non era una banale voglia di saperne di più. C’era una chimica innaturale, tra i due, e allo stesso tempo la più naturale possibile. Soltanto che era inaspettata. L’animale ha molti più anni di lei. Ne ha viste di cose, nonostante il tendone del circo sia da tempo una frontiera invalicabile. Ma oramai era consapevole del mondo e delle sue fragilità, delle contraddizioni degli uomini, e credeva vi fosse un tetto, un limite alla bellezza. Se n’era convinto, come in una sorta di triste rassegnazione. A dirla fino in fondo, poi, quella bambina non era neanche la più magnifica di tutte. Ma era magnetica, leggera nel suo saltellare fino a lui, così che, una volta arrivata a un palmo dalle sue zampe enormi, non ha più capito se si trattasse di un sogno o della più favolosa e spettacolare delle realtà possibili. La bambina gli ha sorriso con fare timido, un’altra dimostrazione della sua innata tenerezza. Se solo avesse potuto ricambiare, l’animale le avrebbe risposto con un gesto simile, ma si è limitato a strizzare gli occhi. Occhi che però, tutto a un tratto, sembravano parlare. Sembravano voler dire qualcosa alla bambina. «Ti stavo aspettando», «Dove sei stata fino adesso?», «Da che nuvola sei caduta?», «Ma Dio non si arrabbierà per questa tua improvvisa a avventata trasferta?». L’elefante ha elaborato tante domande dentro di sé, ma non ha mai avuto alcun modo per formularle. La bambina, dal canto suo, si è limitata a rispondere senza sapere precisamente a cosa, persistendo con il suo sguardo inimitabile, uno di quelli che ti lasciano pensare che di meglio, in fin dei conti, proprio non ce ne siano. Poi un altro passo, la collisione, il contatto. L’inizio di qualcosa che sembrava non dover finire, ma che, purtroppo, finirà. La mano era piccina, come si addice a una bimba. Si è appoggiata lieve su quella scorza provata dal tempo e dalla finzione dei giorni. L’elefante si è sentito come un malato che ha appena trovato la sua cura, la sua terapia. La purezza e la leggerezza di quel momento hanno cancellato l’indicibilità di certi giorni, ridefinendo lo stesso concetto di meraviglia. L’animale non scorderà mai quelle sensazioni, certo che mai occhi così si poseranno di nuovo su di lui, sicuro che mai mani così lo accarezzeranno in quel modo. L’animale ha scosso lievemente le orecchie, come a ringraziare, come a esprimere il suo compiacimento. Ha sussurrato un barrito per esternare la sua approvazione. Come a dire: «Ricambierei, se potessi». La bambina ha sorriso, ha sorriso in un modo che sulla Terra non si era mai visto. La piccola ha concentrato tutto lo splendore che è in grado di condensare in quel semplice gesto, durante il quale denti e labbra stavano danzando con una perfezione che imbarazza e che quasi scandalizza. L’elefante si è sentito grato. Dai suoi occhi è scesa una piccola lacrima di gioia. Avevate mai visto un elefante piangere per il bene provato? Si era mai visto un gigante buono divenire così buono, d’improvviso, grazie a una carezza, a due occhi angelici e a un sorriso che sembra venire da un altro pianeta? Ora sì. Ora si era visto. L’elefante ha sorriso a suo modo, con lo sguardo e con il corpo. Era commosso, ha provato un inedito e spudorato senso di appagamento. Non è stato tanto il calore della mano, quanto la verità di quel gesto, a rendere tutto così intenso, così autentico. Così irripetibile. Così irrinunciabile. Così doloroso al solo pensiero di un improvviso addio.

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La piccola mano non ha sprecato nemmeno un secondo. Ha continuato a scivolare, impacciata ma mai incerta, sulla dura pelle dell’animale. L’elefante si è goduto il momento. Stupito, compromesso dalla spudorata e intensa bellezza di quell’istante, ha abbandonato ogni sua difesa, convincendosi che tutto ciò potesse durare in eterno. In quel preciso frangente, sia la bambina sia l’enorme bestia felice stavano desiderando che tutto quel tenero amore proseguisse per sempre. Come se fuori non ci fosse un mondo, come se non ci fosse un marcio con cui fare i conti. Come se i due innamorati non dovessero dar peso alle loro reciproche fragilità, alle loro intrinseche debolezze, come se non dovessero più subire i limiti di chi deve vivere con i piedi e con le zampe per terra. Come se non esistessero più quelle stramaledette regole, quelle che la bambina aveva appena infranto. «Potrei andarmene», le ha detto lei così d’improvviso. «Mio padre potrebbe chiamarmi da un momento all’altro». E il sogno si è rotto, la sfera delle emozioni impazzite è caduta frantumandosi, la magia si è spezzata, l’elefante ha cambiato improvvisamente pelle. Si è fatta più dura, più scorza. È successo tutto in un attimo, in un battito di ali di farfalla. L’elefante neppure si è reso conto di cosa gli stesse accadendo dentro, e di come stesse inconsapevolmente per reagire. L’animale aveva imparato qualcosa della lingua degli uomini, e le parole di quella bambina avevano finito per aprirgli dentro una piccola ferita. Di fronte a tanta bellezza e lievità, l’idea di rinunciarvi, l’idea di un distacco, era qualcosa di realmente inaccettabile. L’elefante non lo avrebbe sopportato. Mai e poi mai avrebbe voluto perdere il contatto con quella bambina, porta per un mondo diverso, per una pura autenticità che mai prima aveva toccato. L’elefante non voleva tornare ai suoi giorni fissi e tutti uguali, tra spettacoli che non sono suoi, di fronte a occhi famelici e mai amorevoli. Mai così. Mai come i suoi. Mai come gli occhi di quella incredibile bambina. È per questo che ha ruotato leggermente il capo, finendo per sfiorarla con la proboscide. Un gesto inatteso, da entrambi, dettato dalla paura di perdere l’amore per colpa di una chiamata dall’esterno, e dell’obbligo che la bambina sente di avere nei confronti del suo genitore. Il gigante buono non voleva spaventarla, ma ha finito per riuscirci, creando un primo insormontabile confine tra sé e la piccina. La bambina non si aspettava una mossa del genere. Fino a quel momento aveva creduto di avere a che fare con una creatura tenera, fino all’inverosimile, perfetta anche nei suoi difetti. Spaventosa perché grande, ma immensamente buona. Sorpresa e impaurita ha fatto un piccolo ma fulmineo passo indietro. L’elefante era dispiaciuto. Lui voleva soltanto capire, di certo non metterle paura. Ha avuto soltanto l’insopportabile timore di doverla salutare presto. Ma qualcosa era già cambiato. La bambina stava già indossando altri occhi, come se ne avesse un secondo paio in stanca. Occhi diversi, meno lucenti, intrisi di dubbio e di rammarico. È bastato un attimo per farle cambiare sguardo. Le due sfere verdi sembravano voler dire qualcosa di molto meno gradevole, come se il docile animale di fronte a lei si fosse improvvisamente trasformato in un mostro. Ma se solo lei avesse capito, se solo i due avessero potuto parlare la stessa lingua, se solo non si fossero riaperte certe vecchie e innominabili ferite in quella bellissima e fragile bambina, ora la piccola umana e l’enorme animale sarebbero ancora una cosa sola. La chiamata del padre non era mica arrivata, eppure l’idillio si era già spezzato. Come accade a uno specchio che precipita dall’alto, l’impatto col suolo è stato rovinoso, definitivo, nonostante le attese. Non era prevedibile che finisse così, non in quel modo maledetto. Per la proboscide di un elefante innamorato che, muovendosi in un sussulto di terrore, ha urtato inavvertitamente il capo di una piccola bambina. Nello sguardo dell’animale c’era stampato un profondo dispiacere, anche se si sentiva enormemente frustrato per non essere stato capito. L’incomunicabilità tra i due ha reso impossibile qualsiasi potenziale risoluzione. Quel passo indietro ha allontanato gli arti e le pelli. Il contatto si è perso, la magia svanita. L’elefante si è mosso verso di lei, barrendo con decisione, come a dire: «Non te ne andare, non è come credi». La bambina era terrorizzata. Dagli occhi stavano sgorgando le prime lacrime, dopo il rossore, dopo il malinteso. Il fraintendimento ha dato il via a una catena di piccole e grandi follie, gesti improvvisi e sconsiderati da ambo le parti. Invece di scappare, la bambina, mossa dalla paura più estrema e dal ricordo di quei traumi inenarrabili, ha preso la direzione opposta all’uscita e si è avventata sulle zampe posteriori dell’animale. Come una gattina impazzita, ha irrigidito e digrignato le manine mettendo in mostra le unghie, corte ma inspiegabilmente taglienti. La pelle dell’elefante non sembrava più poi così dura, come se le difese interiori, oramai inesorabilmente cadute, avessero ammorbidito la scorza, aprendo la strada a un dolore improvviso e che sa tanto di condanna. La bimba si è accanita sull’animale. Le zampe erano enormi, sì, ma sensibili come forse mai erano state. L’animale ha barrito con forza e docilità, come a dire: «Fermati, non c’è bisogno di fare così!». Ma la piccola non sentiva ragioni, e non le avrebbe sentite nemmeno se avessero parlato la stessa lingua. Le unghie hanno proseguito la loro guerra a senso unico – e comunque senza senso -, continuando a far patire tanta e inutile sofferenza a quell’enorme monolite grigio. La bambina ha spinto i suoi finti artigli sempre più dentro la pelle di lui, fino a che, senza ragione alcuna, l’elefante ha cominciato a sanguinare. Il suo barrito si è fatto sempre più potente, la bambina sempre più spaventata e allo stesso tempo più aggressiva. Alla violenza del suo gesto ha corrisposto la reazione dell’animale, in modo quasi chirurgico nel suo essere proporzionale, in una corsa verso il peggio e verso un doloroso e indesiderato addio. L’elefante non ce l’ha fatta più a subire tanta violenza, anche perché non la riteneva per niente giusta. Lui aveva soltanto paura di perderla, e la sua reazione, per quanto inaspettata, non era stata capita. Ed ecco il tremendo risultato: una bambina inferocita che sfoga la sua frustrazione su un gigante buono, dimenticando del tutto quanta dolcezza avesse scorto nei suoi occhi fino a un attimo prima. Il dolore si era fatto insopportabile, così l’animale ha barrito con grande decisione. La bimba ha fatto due passi indietro, è scoppiata in lacrime, ha gridato. Era delusa come non mai. L’elefante ha capito di aver esagerato, ma d’altronde le unghie della piccola si erano trasformate in coltelli. Così, senza un perché, come se entrambi fossero vittima di un sortilegio il cui scopo fosse dividerli per sempre.

L’elefante ha letto lo sgomento e il terrore negli occhi della bambina, oramai certo che gli splendidi e indescrivibili sorrisi degli inizi nascondessero una verità impossibile da prevedere. Una fragilità che va oltre ogni pronostico, provocata da un male del tutto ignoto. L’angelica bambina nascondeva un lato oscuro per il quale non ha mai avuto colpe, ma che l’ha resa ugualmente colpevole dell’inutile dolore provocato all’animale che, abbagliato da tanta luce, non era riuscito a vedere oltre i confini di quel mondo incantato e inedito che gli si era parato davanti con così tanta fretta e senza preavviso. Ma la bambina era vittima del suo stesso terrore. L’empatia a puttane, l’intesa ridotta a un illusorio ricordo. I modi dell’elefante erano oramai diventati il capro espiatorio per argomentare una fuga imminente. Ma l’animale ha deciso di provare a salvare il salvabile, in nome dell’amore che li aveva fatti trovare e poi uniti. Ha direzionato il corpo interamente verso di lei, per guardarla negli occhi strizzando le sue grandi sfere nere, come aveva fatto all’inizio, ma questa volta con la proboscide spenta e le orecchie basse. L’animale ha flesso le zampe posteriori, nonostante i lividi e gli scorticamenti. Era un inchino quello che l’elefante stava mostrando e dedicando alla bambina, alla sua piccola dea fuori dalla grazia di Dio. Era un gesto estremo e compassionevole, intriso di affetto, di rispetto. Non ha avuto paura di umiliarsi, neppure quando dagli occhi gli sono scese altre lacrime, stavolta copiose, non più per la commozione, ma per il dolore e per il dispiacere. La bambina l’ha degnato di uno sguardo, uno soltanto: quello di chi è già altrove, di chi non riesce più a sostenere quello scambio di azioni e di reazioni, perché vittima delle sue fragilità infantili. Poi ha voltato i tacchi delle sue scarpette e se n’è andata correndo, certa che quell’energumeno grigio, in fondo, non fosse che una bestia come tutte le altre. Come se si fosse illusa, come se non ci avesse capito niente di quella belva lì. Di quale fosse la sua reale, tremenda e terrificante natura. Poco importano i contatti degli inizi, poco importa la chimica irrazionale e potente che si era da subito rivelata. Poco importa il ricordo di un amore vero che le assurdità del presente stavano minando dalle fondamenta. Tutto è stato cancellato, tra uno sfioramento di proboscide e un accanimento di unghie. La bambina non ha capito quanto l’elefante l’amasse. E in un attimo, per paura, ha dimenticato pure quanto lei amasse lui. Ed eccolo di nuovo solo, sotto quel tendone, al di là un telo che non gli fa vedere cosa c’è oltre, costretto a mettere da parte tutto, come se dovesse improvvisamente rinunciare a una parte di sé, perché con quella mole, di correrle dietro, proprio non se ne parla. Una mole che forse aveva rappresentato un problema sin dall’inizio, perché fonte di disparità, di timore. Di paura, da ambo le parti, di non essere all’altezza. Infine l’elefante ha barrito, ha barrito ancora. Ha gridato, pianto, tutto nella sua lingua. Ma nessuno poteva capirlo. Nessuno poteva più sentirlo, neppure quella fanciulla ormai lontana, corsa tra le braccia di suo padre, mentre la madre la guardava sgomenta perché sicura che sarebbe andato tutto bene. Ma così non era stato. D’altronde anche gli elefanti hanno paura. D’altronde lei era un angelo, sì, ma pur sempre intrappolato dentro una bambina.

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Questo racconto l’ho scritto due mesi fa. Non so più se sia l’esatta metafora di quel che è successo. Probabilmente è soltanto una verità parziale, forse la meno dolorosa. “L’elefante e la bambina” è il vostro racconto di fine estate. Anche perché è gratis. Offro io. Con le cicatrici e tutto.

Fanum fortuna è

La scorsa notte ho fatto una delle cose che amo di più. La scorsa notte ho passeggiato per la mia città, e senza fissare l’asfalto. Brutto vizio, il mio, quello di guardare in basso con la testa sempre piena di pensieri. Ma quando passeggio per la mia città, soprattutto di notte, la poesia del momento vince su tutto. Mi metto a scrutare case, luci, angoli che di giorno non vedo. Guardo le cose con un piglio diverso, forse perché le cose, di notte, creano tutta un’altra alchimia con i miei occhi e con il mio sentire.

Io amo la mia città. Amo la sua dimensione intermedia, la sua essenzialità a portata di mano, le sue forme perfette. Fano, per me, è come una bella donna che non riesco a smettere di fissare. Anche se ha un animo provinciale, nonostante l’orizzonte sconfinato che si propone oltre le onde. Anche se pressapochismo e frustrazione dominano il pensiero di molti, compreso quello di chi l’amministra, oggi come ieri. Anche se qui i ladri scaraventano i bastardini dai terrazzi. Anche se qui si annullano i concerti per il quieto e reiterato dormire. Anche se qui si reagisce ai problemi con hashtag idioti, con la politica che s’infila pure tra le molecole d’ossigeno, e con le rassegne stampa commentate come se si fosse all’osteria.

Non mi toglierete la mia poesia. Non mi toglierete la voglia di passeggiare la notte tra le vie della mia Fano. Non potrete mai rubare l’animo incompreso di questa città. Che è mia quanto vostra, ma che non la sapete amare.

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(Foto di Chiara Mei Mais)

La gatta dei due anni

Le tue figlie parlano di te. Non parlano, perché non sono nate per farlo, eppure parlano di te. Stasera ho visto, guardato, osservato la piccola dalle zampe bianche, quella coi calzini, mentre leccava la testa alla sorella, lo stesso trattamento che di solito vede i due ruoli invertiti. Anche questo gesto parla di te. Le tue figlie parlano di te. Non parlano, perché non sono nate per farlo, eppure, sì, parlano di te. Parlano di te con le loro movenze, i loro colpi di lingua, i loro giochi circensi. Gli agguati. Dio, gli agguati. Quelli sì che li hanno imparati da te, le due sorelle e il fratello vagabondo, quello che ha preso la via della strada proprio come l’hai presa tu. Proprio come spero che l’abbia presa tu, che un po’ sulla strada lo sei sempre stata, ma che poi sei sempre tornata. Sempre. Mai una volta, mai, in cui non sei tornata. Ti sei presa tutte le tue libertà, ma poi, sì, sei sempre tornata.
Sempre.
Fino a tre settimane fa.

Per raccontarlo, e per raccontarmelo, ho bisogno dell’aiuto del solito Ludovico. Me lo dice piano, col suo piano, che è forse giunto il tempo della memoria. Di ricordare te, Silvestrina, la gatta dei due anni, arrivata la notte di Capodanno per poi sparire ventiquattro mesi dopo, alla vigilia di un nuovo giro di calendario. Non è il pianto della disperazione, non di quella più totale, perlomeno. E’ un saluto da lontano, in realtà quanto di più vicino si possa sognare. Ripenso a te, gatta dei due anni, ma per pensarti mi basta voltarmi. La figlia senza guanti ha preso esattamente il tuo posto, appollaiata nello stesso punto, tra i cuscini del mio letto oversize, mentre Ludovico mi suona in cuffia la sua serenata nostalgica.

Mi hai insegnato cosa sia la maternità, a me che madre non sarò mai. Ho visto la tua pancia crescere fuori misura, a te che eri ancora uno scricciolo, ma con in grembo ben cinque creature. Due non ce l’hanno fatta, le altre tre sono qui a ricordarmi chi sei. Non chi eri. Chi sei. Le altre tre, facciamo due, che il “bambolo” ha preferito il gelo dell’asfalto al calore delle coperte. E io sono qui, a cercare calore oltre il gelo della tua assenza reiterata, a spiegarmi il perché e il per come, a lottare coi fantasmi della ragionevolezza, ipotizzando scenari di una vita felina lontana da queste mura, da queste reti, da questi cancelli. Da queste mani. T’immagino nel mondo del chissàdove, certo che la tua sia stata una scelta consapevole. Libera, soprattutto. T’immagino così, ché tutte le altre alternative vanno ben oltre questa tremenda nostalgia, e sfociano nel mare agitato e paradossale della quiete eterna. E io non ce la faccio, non ce la faccio a immaginarti fredda come quell’asfalto. Fredda come questa tua assenza.

Sogno scenari ottimistici, pensandoti nelle mani di chissàchi. Ti penso già pronta per il sole che verrà, in un giardino lontano da questo quartiere, lo stesso quartiere che fino a venti giorni fa era anche un po’ il tuo. Tu che sei venuta da chissàdove, e che ti sei lasciata “salvare” da me dalle grinfie di un gatto che – tu guarda la sorte – se n’è andato praticamente un mese esatto prima di te. Lui per sempre, davvero. Non ci credo tu abbia già raggiunto il tuo nemico di sempre. Tu sei lì, pronta per il sole che verrà. In fondo, lo stesso sole che proverà a sciogliere questo gelo. Quello che mi riscalderà il cuore, che metterà fine al freddo che hai lasciato.

Quella notte eri sotto la macchina del vicino, l’alzatore seriale di tergicristalli. Eri lì che miagolavi. Eri lì, tu e il tuo lamento strano, piccolo e strano. Piccolo come te, che eri ancora lontana dal compiere un anno. Eri lì, mentre io ero appena tornato da un finto bagordo di fine anno. Sei e trenta del mattino. Io, te e il Signor Simpson in tutta la sua arroganza. E pensa un po’, mi manca pure quella, pure quell’arroganza che ho visto diventare dura come il marmo, e fredda come il freddo asfalto su cui l’ho trovata. Un giorno dovrò curarla davvero, dovrò prenderla davvero sul serio questa mia innata propensione alla nostalgia. E’ l’effetto dell’affetto, lo stesso che mi lega a questa poltrona e a questa tastiera, a Ludovico e alle sue serenate che sbrigliano le parole. Lo stesso che mi fa stare qui, a ricordarti, e a dedicarti queste due righe diventate venti, diventate duecento.

I numeri non contano. Eppure certe coincidenze sono assurde e allucinanti. Arrivata a Capodanno, ci hai dato il tuo arrivederci praticamente due anni esatti dopo. Il giorno, poi, parla da sé. Era il 30 dicembre, quando mia nonna ha compiuto gli anni, proprio lei che di recente se n’era uscita dicendo di avere un secondo nome, e non un nome a caso: Silvestrina. Il tuo nome. Non siamo proprio sicuri di poterle credere. Rivelare di avere un secondo nome alla veneranda età di novantun’anni… Ma la coincidenza non è tale, anche perché io, alle coincidenze non ho mai creduto. Non hai scelto un giorno a caso per il tuo arrivederci, costringendomi qui, ora, a ricordare e a ricordarti, e a fare i conti con la razionalità di un arrivederci che puzza un po’ troppo di definitivo.

La mattina del Capodanno di due anni fa ti ho fatto mangiare. “Non entrare però, eh”, e tu mi guardavi con quegli occhi che…

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Con quegli occhi che…

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Che.
Punto.

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Stavi tra il cancello e il portone. Non ti ho permesso di venire oltre, non volevo essere linciato dai miei per aver portato un gatto in casa. Ti ho chiamata sul retro, e ti ho fatto mangiare qualcosa. Da lì il sodalizio biennale. Per un po’ di tempo non te ne sei più andata. Non ti facevamo entrare per via di un malsano pudore, per non abituarti ad agi da cui, poi, avremmo fatto fatica ad allontanarti. Ti accucciavi sotto il telo verde che copriva i divanetti del giardino. Bastava chiamarti, e tu uscivi per i tuoi balletti rasoterra, gli stessi che ora fanno i tuoi figli, gli stessi che hai sempre continuato a fare anche quando ci venivi incontro nella via qui a fianco. Lì dove ora ti cerco, ma senza risultati. Eri sempre lì, tu, sotto quel telo verde. E, di conseguenza, erano sempre lì anche i nostri sorrisi.

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Col tempo sei entrata. In pochissimo tempo sei entrata. Ti sei impossessata di sedie, divani, gambe, tavolini. Vedevo i progressi del tuo dominio dalle foto di mia madre, mentre me ne stavo a Milano a portare avanti un lavoro che poi ha deciso di portarsi avanti anche senza di me. Tornavo ogni tanto, ma tu oramai ti eri legata a mia madre. A mia madre e alle sue crocchette. Ma ero felice per te. Ero felice per noi. Ero felice per questa casa, che aspettava da tempo un animale che la ravvivasse, ma il pudore di cui sopra aveva sempre bloccato chi qui dentro comanda davvero. Questa, però, è un’altra storia. Ora m’interessa soltanto la storia di Silvestrina, la gatta dei due anni, che bruciando le tappe ha preso possesso della casa e attirato gatti grossi il doppio di lei nel nostro giardino, pronti a fare chissà quale gang bang felina. Il risultato è stata quella pancia spropositata. Il risultato è stato il parto dell’8 aprile del 2014. Il risultato, al netto dei due che non ce l’hanno fatta, è stato questo qui:

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Mi hai insegnato la maternità, dicevo, a me che madre non sarò mai. La mattina del parto ho rimandato la partenza per Milano. Non lavoravo già più, e ad ogni modo tu e i tuoi cuccioli avete sempre avuto più importanza di qualunque cazzo di contratto. Il contratto con la vita non è eguali. Ho voluto assistere al parto, ed ero così ansioso che mi è venuto il dubbio inconscio di essere io, forse, il padre dei pargoli pelosi. Ma le gang bang feline non fanno per me. Gli animali, invece, gli animali li ho sempre avuti dentro, nel DNA. Avete sempre fatto parte di me. Sarà per questo che questa tua assenza sa di sorella scomparsa, di un’amica che è venuta a trovarmi in camera – chissà – per un’ultima volta, per poi scendere le scale in attesa di cibo e andarsene senza più la voglia di fare ritorno. Senza nemmeno mangiare. due soffiate ai tuoi figli, compreso il maschio incrociato nel solito stanzino. E poi ciao. Arrivederci. Chissà.

Potrei raccontare e raccontarti per ore, ma in fondo sarebbe soltanto un raccontarmela. Sono qui per sublimare il peso insopportabile di un’assenza. Sono qui per sfidare la fottuta ragionevolezza della ragione, per sperare ancora in bene, per credere che un giorno ti affaccerai di nuovo sulla porta-finestra del giardino, la stessa da cui hai avuto da me le prime crocchette. Torna, e trasforma questo fiume di parole in un ridicolo gioco, in una prova di stile dettata dalla necessità di un’iniezione di fiducia.

E’ stata dura metterti il pannolone dopo la sterilizzazione. Ricordo ancora i nervi esplosi di mia madre, l’impotenza di mio padre, il mio stesso impaccio. E’ stato ancora più duro scegliere di sterilizzarti. L’ho sempre trovata una violazione della tua dignità, e ora quasi me ne pento. Potresti essere altrove, a figliare ancora, inseguendo la natura come tu sai fare. Tu che mi hai insegnato cosa sia la maternità, a me che madre non sarò mai. Hai leccato via la placenta come se l’avessi sempre fatto. Hai allattato con regolarità anche senza saper leggere l’orologio. Hai scaldato col pelo i tuoi pargoli, gli stessi che, una volta fuori, hai fatto giocare. Tu, ragaTTa madre che mentre educavi al diletto e alla caccia, in fondo, credo ti volessi anche un po’ divertire. Ricordo gli agguati e le corse a quattro nel vialetto del giardino, tra steli d’erba un po’ più alti che facevano da trincea invisibile. Avete inventato giochi e movenze che rasentano l’arte, e io ho perso ore ed ore ad ammirarvi tra la primavera e l’estate, in fondo senza perderle davvero. Guardandoti educare, mi sono un po’ educato alla vita. Alla spontaneità delle cose. Ai meccanismi non meccanici di cui voi animali siete splendidi portavoce.

Mi hai insegnato cosa sia la maternità, eppure non ho mai condiviso la tua aggressività post-svezzamento. Ti abbiamo anche sgridato, ma ogni urlo, ora, appare soltanto come il più inutile degli echi. Molto prima di quei goffi rimproveri viziati dalla morale c’è stato il tempo delle gite in famiglia, tue e dei tuoi figli, nella via dopo l’angolo, e i recuperi disperati al tramonto tra le case degli altri, prendendovi in braccio oppure per la gola con la scusa della pappa. Ti chiedevamo rabbiosamente di non portarli di là, ma col senno di poi ho imparato che senza il tuo prezioso lavoro ora non avrei qui con me tre gatti educati alla casa quanto alla strada. Ti ho sempre ammirato, e non lo dico per un effetto collaterale della nostalgia. Sei stata perfetta da subito, dopo la gravidanza, da lacrime agli occhi, quelle che in effetti mi hai fatto venire più volte. Occhi umidi, a guardarti curare i tuoi figli a suon di lingua e di morsi prolungati, che li hanno educati all’affetto e all’aggressività, al gioco e alla caccia, alla vita e a tutto ciò che la riguarda.

I tuoi figli sono un prolungamento di te, anche se a un certo punto li hai ripudiati seguendo attentamente il libretto d’istruzioni di madre natura. Non tolleravi più la loro presenza dentro le tue stesse mura, per questo da un circa un anno e mezzo alternavi la strada alla casa. Ed è questa tua abitudine a farmi ancora sperare in un tuo ritorno. Perché so che potresti anche aver deciso di fare una gita più lunga del solito. Perché negli ultimi tempi eri stata tantissimo a casa, a mangiare, dormire e a prender coccole, e mi auguro che tu ne voglia ancora. E ancora. E ancora. Ti aspetto, gatta dei due anni. Spegni queste parole sofferte e riaccendimi il sorriso. Sbuca sotto la macchina dell’alza-tergicristalli seriale. Spunta dalla porta-finestra del giardino. Sfoggia i tuoi occhi grandi e puntali di nuovo contro i miei. Insegnami ancora qualcosa della vita, tra una crocchetta e una trasferta, tra un gioco troppo aggressivo e la tua dolcezza nascosta sotto la scorza della belva selvatica. Torna, gatta dei due anni. Il terzo è ancora tutto da vivere.

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La risposta a tutto

Il silenzio della notte. La nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. I gatti si danno il cambio tra le finte ronde nel giardino. Si alternano come il giorno e la notte. Loro non hanno quiete, non in senso stretto. Il loro è equilibrio, equilibrio puro. Equilibrio e basta. Camminano sul filo della vita senza guardare di sotto. Non è spavalderia, né mancanza di paura. I gatti sanno che guardare giù non serve a niente. Se non a smarrire la strada. Se non a perdere se stessi, il punto di vista delle cose, e allora, semplicemente, non ci guardano. Intanto l’acqua comincia a bollire. Perché io, stasera, ho bisogno di bere.

L’acqua bolle. La tazza è pronta. La bustina è già distesa sul quarzo che dà alla mia cucina una parvenza di lusso. Passa un attimo, e quella stessa bustina sta già facendo snorkeling nell’acqua bollente. C’ero quasi. C’ero quasi, cazzo, per una volta. Per una volta ero quasi riuscito a non far uscire l’acqua dal pentolino, ma ho il vizio di riempirlo quasi fino all’orlo, che poi al resto ci pensa l’ebollizione. C’ero quasi. C’ero quasi, stavolta. Ma l’ultima goccia mi ha tradito. L’ultima goccia, prima che io spegnessi il gas, si è precipitata giù dal pentolino ed è caduta sulla fiamma. Ma non importa. Non importa, perché io stasera ho bisogno di bere.

I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa. Chi caffè annacquati, chi camomille dagli effetti eccitanti, chi chissà cos’altro. I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa, o di mangiare qualcosa. Chi delle uova ridondanti, chi delle coppe piene di fragole con la panna. I miei personaggi sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. I miei personaggi prendono vita, e prendono vita anche per questo. Perché sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. Bevono e mangiano, mangiano e bevono. E io, stasera, proprio come loro ho bisogno di bere. Il mio infuso si sta raffreddando, quel tanto che basta per poter essere bevuto. Ora prendo il miele e ci addolcisco quell’intruglio di zenzero e limone. E me lo bevo, come fossi uno dei miei personaggi. Io che scrivo storie di altri, e che facendolo, forse, scrivo un po’ anche la mia. Ci rifletto su, nel silenzio della notte, mentre la nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. Ma ora respiro e penso sotto la luce al neon della mia cucina. L’unica nebbia che vedo è quella provocata dall’infuso che mi sta ancora aspettando. Bevo, e mi sento come uno dei miei personaggi, perso in un flusso surreale senza capire il senso della corsa di questo immenso tram.

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