Fanum fortuna è

La scorsa notte ho fatto una delle cose che amo di più. La scorsa notte ho passeggiato per la mia città, e senza fissare l’asfalto. Brutto vizio, il mio, quello di guardare in basso con la testa sempre piena di pensieri. Ma quando passeggio per la mia città, soprattutto di notte, la poesia del momento vince su tutto. Mi metto a scrutare case, luci, angoli che di giorno non vedo. Guardo le cose con un piglio diverso, forse perché le cose, di notte, creano tutta un’altra alchimia con i miei occhi e con il mio sentire.

Io amo la mia città. Amo la sua dimensione intermedia, la sua essenzialità a portata di mano, le sue forme perfette. Fano, per me, è come una bella donna che non riesco a smettere di fissare. Anche se ha un animo provinciale, nonostante l’orizzonte sconfinato che si propone oltre le onde. Anche se pressapochismo e frustrazione dominano il pensiero di molti, compreso quello di chi l’amministra, oggi come ieri. Anche se qui i ladri scaraventano i bastardini dai terrazzi. Anche se qui si annullano i concerti per il quieto e reiterato dormire. Anche se qui si reagisce ai problemi con hashtag idioti, con la politica che s’infila pure tra le molecole d’ossigeno, e con le rassegne stampa commentate come se si fosse all’osteria.

Non mi toglierete la mia poesia. Non mi toglierete la voglia di passeggiare la notte tra le vie della mia Fano. Non potrete mai rubare l’animo incompreso di questa città. Che è mia quanto vostra, ma che non la sapete amare.

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(Foto di Chiara Mei Mais)

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La risposta a tutto

Il silenzio della notte. La nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. I gatti si danno il cambio tra le finte ronde nel giardino. Si alternano come il giorno e la notte. Loro non hanno quiete, non in senso stretto. Il loro è equilibrio, equilibrio puro. Equilibrio e basta. Camminano sul filo della vita senza guardare di sotto. Non è spavalderia, né mancanza di paura. I gatti sanno che guardare giù non serve a niente. Se non a smarrire la strada. Se non a perdere se stessi, il punto di vista delle cose, e allora, semplicemente, non ci guardano. Intanto l’acqua comincia a bollire. Perché io, stasera, ho bisogno di bere.

L’acqua bolle. La tazza è pronta. La bustina è già distesa sul quarzo che dà alla mia cucina una parvenza di lusso. Passa un attimo, e quella stessa bustina sta già facendo snorkeling nell’acqua bollente. C’ero quasi. C’ero quasi, cazzo, per una volta. Per una volta ero quasi riuscito a non far uscire l’acqua dal pentolino, ma ho il vizio di riempirlo quasi fino all’orlo, che poi al resto ci pensa l’ebollizione. C’ero quasi. C’ero quasi, stavolta. Ma l’ultima goccia mi ha tradito. L’ultima goccia, prima che io spegnessi il gas, si è precipitata giù dal pentolino ed è caduta sulla fiamma. Ma non importa. Non importa, perché io stasera ho bisogno di bere.

I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa. Chi caffè annacquati, chi camomille dagli effetti eccitanti, chi chissà cos’altro. I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa, o di mangiare qualcosa. Chi delle uova ridondanti, chi delle coppe piene di fragole con la panna. I miei personaggi sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. I miei personaggi prendono vita, e prendono vita anche per questo. Perché sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. Bevono e mangiano, mangiano e bevono. E io, stasera, proprio come loro ho bisogno di bere. Il mio infuso si sta raffreddando, quel tanto che basta per poter essere bevuto. Ora prendo il miele e ci addolcisco quell’intruglio di zenzero e limone. E me lo bevo, come fossi uno dei miei personaggi. Io che scrivo storie di altri, e che facendolo, forse, scrivo un po’ anche la mia. Ci rifletto su, nel silenzio della notte, mentre la nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. Ma ora respiro e penso sotto la luce al neon della mia cucina. L’unica nebbia che vedo è quella provocata dall’infuso che mi sta ancora aspettando. Bevo, e mi sento come uno dei miei personaggi, perso in un flusso surreale senza capire il senso della corsa di questo immenso tram.

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Il teorema del topo liberato

foto 2Che poi io, il fumetto, l’ho sempre amato. E’ che non gli ho mai dato uno chance, non ho mai creduto in questo sentimento, non fino in fondo. Avevo paura fosse una passione a senso unico. Io amo lui ma lui non ama me. Fine. Punto. E a capo. E invece no. Io, il fumetto, l’ho sempre amato, ma non avevo mai capito che sotto sotto, in fondo in fondo, qualcosa per me lo provasse anche lui.

Ho sempre avuto paura, poi, che sarebbe stato a malapena un amore filosofico. Teorico. Di testa. Di testa e basta. Una storia in cui io mi faccio le storie, e lì finisce tutto, perché tanto, poi, chi me le disegna? Non una cosa fisica, passionale, con una sua concretezza, qualcosa di viscerale e intenso, tanto da assumere una forma un po’ meno astratta di una storia mentale fine a se stessa. Bene. Ecco. Di mentale credo ci fossero soltanto le mie seghe. I miei paletti. I miei limiti auto-imposti. I miei fermi da motorino represso. I miei tantononsofare. I miei tantosetoccolamatitasisquaglia.

Io non so disegnare. Non ho mai saputo farlo, e di certo non ho imparato di colpo grazie a un roditore e a un cagnaccio con troppe rughe. Io non so disegnare, ma da qualche giorno sento che i miei paletti sono un po’ meno saldi, che i miei limiti sono diventati degli ologrammi assolutamente innocui, che i fermi si possono levare anche in mezzo pomeriggio, e che tantononsofare, no, ma ‘fanculo, cipossosempreprovare.

E c’ho provato. Mi son trovato a subire il contropiede di un destino che sghignazza di fronte ai miei affanni meno sensati. Matita in mano, un foglio bianco da sporcare, e davanti agli occhi una sequenza di foto. Topi e mastini, mastini e topi. Prima di cominciare non mi è stato spiegato niente, e io l’unica cosa che sapevo è che la matita s’impugna tenendo sempre la punta verso il basso, che a fare il contrario non si sa mai. Una mossa sbagliata e si diventa ciechi, come con le seghe mentali. In effetti io ero davvero orbo. Mi sono sempre raccontato di non saper disegnare, e in effetti non avevo tutti i torti, ma il peccato originale è stato quello di credere che non avrei mai potuto imparare. Come se uno che sa usare la penna non potesse fare due scarabocchi sensati con la matita. Anche se fosse avrei sempre potuto farli con la Bic. Tiè. Ma non li ho mai fatti. Non ho mai creduto a questo amore con il fumetto, anche se io, il fumetto, l’ho sempre amato. Tra le rughe di quel mastino, però, ho scorto una scintilla. Negli occhi di quel topo ho visto una mezza luce, mezza soltanto. Una luce che adesso ho voglia di vedere davvero. La voglio vedere tutta intera.

Questo è il teorema del topo liberato, quello che mi è uscito dalla matita quasi per sbaglio, per dirmi che per trentadue anni mi sono comportato come uno stronzo represso, a non credere nel fumetto e in quel po’ di grafite che mi scorre nelle vene. Quel topo si è liberato, e ha liberato un po’ anche me. E ora ho tutta l’intenzione di godermi questa ritrovata libertà.

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Col segno di poi

Beh, son qui. A ritmare le dita su tasti arrugginiti, a limare la vita su testi arginati. A scrollarmi di dosso il dosso che mi ha fatto sobbalzare via. Per saltare verso l’infinito e oltre di un infinito infinito. Son qui per ricordarmi chi sono. Per ricordarmi per chi suona la mia stessa campana. Per alimentare il mio credo verbale, il mio verbo animale. Per debellare il mio filtro mentale. Per questo le dita vanno da sole, ritmate su tasti arrugginiti mentre limo la vita su testi arginati.

Sogno o son destro?, mi chiedo. Come se il sogno fosse una cosa sinistra. Come se il sogno fosse un tiro mancino. Come se il sogno fosse una cosa meschina. Come. Come. Come se scrivere fosse una fottuta questione di velocità, dove fottuta rafforza ma allo stesso tempo rallenta.

Sono ciò che sonno, e ciò che sonno dice che devo dormire. Ora. Sano. Come un pesce crudo sul mio letto di riso.
Ah-ah.

Col segno di poi

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Una mancanza di troppo

Suoni difformi, non conformi alla forma che ho. Parole al vento, che le porta via, dove soltanto Dio lo sa. Non qua. Non qua. Qua è soltanto un tripudio di cerume, e delle solite ingrate sinapsi. Qua è un trionfo di suoni difformi, non confomi alla forma che ho. Quella di un uomo con le mani al vento, affannate a cercare pace oltre la guerra della mente. Quella di un uomo con un cuore che batte, sempre un po’ puttana ma che continua a farlo gratis.

Mi manca quell’assenza di mancanza, quel senso di pieno che ora è superato dal vuoto. I chilometri non mordono: la distanza è un problema dell’anima. E oggi mi sento così, ridimensionato da fatti drogati dalle parole al vento. Volate chissà dove, soltanto Dio lo sa. Non qua. Non qua. Qua c’è soltanto la mancanza dell’assenza di una mancanza ritrovata, prepotente, incalzante. Una mancanza di troppo, che lascia praterie da riempire a un vuoto che è fin troppo presente.

Una mancanza di troppo

Per dono (ma anche no)

Se fossi una bilancia starei più in equilibrio. Ma sono un sagittario, e qui son cazzi. Trasudo orgoglio e libertà, che detta così sembra il nome di un partito di estrema destra. Invece son qua, a incassare destri che sono in realtà dei colpi sinistri. E io che sarei per la par condicio, io che bilancia non sono, mi sbilancio e perdo l’equilibrio. Resto pur sempre un sagittario. Trasudo orgoglio e libertà, e facendo leva su questo mi rialzo, forte anche del mio terzo pilastro da arciere col culo da cavallo. Il senso di giustizia. Per questo peso e ripeso i destri sinistri che ricevo. Li peso e li ripeso come fossi una bilancia, io che invece son sagittario, e che son condannato a esserlo a vita. Così sono costretto a farlo, a mettere quei colpi su una bilancia che non ho e che, soprattutto, non sono. In base al peso, ai colpi presi attribuisco un prezzo. Poi li espongo sui miei scaffali più sporchi, nel grande negozio della vita. Qualcuno dovrà pur passare di qua. Qualcuno dovrà pur pagare per loro. Ché nel perdòno per dono tutti quanti pèrdono, uscendo dal negozio della vita senza un po’ di saggezza in più.

Per dono

Segreto come il sole

Diario. Un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Io ho perso il senso. Ho perso il senso del mio diario. Perché un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Non una vetrina.

Da oggi scriverò. Scriverò ogni giorno, tranne nei giorni pari e in quelli dispari. Mi sto impegnando a scrivere qui dentro tutti i giorni. Tutti i giorni in fila. Uno dopo l’altro. Saltandoli tutti. Perché non ho bisogno di impegni, ma di stimoli. E io lo voglio. Io voglio scrivere qui dentro. In questo diario virtuale. Che è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Il mio diario, segreto come il sole in cielo. Io che sono un uomo in vetrina, sì – una vetrina stretta -, ma che non lo fa per esporsi. Un uomo, in vetrina, sì, che ha soltanto uno smodato bisogno di raccontarsi.

Segreto come il sole