L’ultimo volo del 23 (seconda parte)

Non credevo che anche i tram potessero morire. Li vedi lì, grandi, possenti. Sembrano eterni, pure quando sono vecchi, come se la loro esistenza non fosse soggetta ai limiti del tempo. E quando ti accorgi che ti sbagli, fa male. Fa male se quello stesso tram, tu, lo vedi e lo vivi da anni come fosse un amico. Compagno di avventure e di sventure, di tragitti fugaci in redazione oppure verso il centro, di pensieri e di trasbordi, di visioni e di multe maledette. Il guaio è quando, tu, quelle avventure e sventure, te le sei pure inventate. Quando hai sovrapposto alla vita reale del tram una serie di fantasie riguardanti lui e i suoi passeggeri, seduti sulle sue fredde panche. Se hai scritto un romanzo su quel tram, quando lui muore è come se stessi perdendo qualcuno di caro.

Quando ho saputo che il 23 è ormai prossimo alla sua ultima corsa, al suo ultimo volo, quando ho scoperto che la sua linea verrà cancellata senza alcuna pietà e senza alcuna considerazione per il suo valore storico e culturale, ho capito che quel mezzo di trasporto, per me, non è soltanto una vecchia ferraglia cigolante divenutami improvvisamente simpatica. Ho capito che uno come me si affeziona anche ai tram, soprattutto se sono diventati il regno immaginifico delle mie fantasie e delle mie creazioni narrative. Il 23 sta per lasciare Milano, e con lei la stessa faccia della terra. Ma non la mia mente, non il mio cuore, non le mie pagine, non il mio libro. Non me e non voi lettori.

Il 23 è (quasi) morto. Lunga vita al 23.

L'ultimo volo del 23 (seconda parte)

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L’ultimo volo del 23

Oggi ho ricevuto una notizia potenzialmente importante per il mio futuro. E proprio nello stesso giorno apprendo questo triste fatto, come se gioie e dolori dovessero controbilanciarsi per forza, e senza perdersi tanto in chiacchiere. Come se prima di aprirsi un nuovo ciclo dovesse chiudersene un altro, proprio a ridosso della seconda edizione di Volo 23, uscita appena una manciata di giorni fa.

Voi che siete a Milano, godetevelo. Salite a bordo di questo storico tram. Fatelo anche per me. Salite, scattate foto. Create ricordi, e se volete condividetele qui. È un pezzo di storia che se ne va, della storia di Milano, di quella che ho inventato io, e pure un po’ della mia stessa storia. Avete tempo fino al 26.

Lunga vita al 23.

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Fanum fortuna è

La scorsa notte ho fatto una delle cose che amo di più. La scorsa notte ho passeggiato per la mia città, e senza fissare l’asfalto. Brutto vizio, il mio, quello di guardare in basso con la testa sempre piena di pensieri. Ma quando passeggio per la mia città, soprattutto di notte, la poesia del momento vince su tutto. Mi metto a scrutare case, luci, angoli che di giorno non vedo. Guardo le cose con un piglio diverso, forse perché le cose, di notte, creano tutta un’altra alchimia con i miei occhi e con il mio sentire.

Io amo la mia città. Amo la sua dimensione intermedia, la sua essenzialità a portata di mano, le sue forme perfette. Fano, per me, è come una bella donna che non riesco a smettere di fissare. Anche se ha un animo provinciale, nonostante l’orizzonte sconfinato che si propone oltre le onde. Anche se pressapochismo e frustrazione dominano il pensiero di molti, compreso quello di chi l’amministra, oggi come ieri. Anche se qui i ladri scaraventano i bastardini dai terrazzi. Anche se qui si annullano i concerti per il quieto e reiterato dormire. Anche se qui si reagisce ai problemi con hashtag idioti, con la politica che s’infila pure tra le molecole d’ossigeno, e con le rassegne stampa commentate come se si fosse all’osteria.

Non mi toglierete la mia poesia. Non mi toglierete la voglia di passeggiare la notte tra le vie della mia Fano. Non potrete mai rubare l’animo incompreso di questa città. Che è mia quanto vostra, ma che non la sapete amare.

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(Foto di Chiara Mei Mais)

Caro Jovanotti

Lo ammetto: era da un po’ che non mi sentivo più in piena sintonia con le tue canzoni. Ti ho sempre continuato a seguire, sono venuto al bel concerto di Ancona dello scorso anno, ma era come se si fosse rotto il filo tra me e la tua musica. Magari non proprio rotto, ma un po’ sfilacciato sì. Non lo so perché, sono quelle cose che succedono a pelle. L’ultimo album mi è piaciuto, l’ho consumato come faccio ogni volta anche esce qualcosa di nuovo dalla tua mente vulcanica. L’ho apprezzato davvero, ma sai, l’empatia va oltre la razionalità, e anche oltre il semplice piacere. E’ qualcosa che avviene in modo naturale, che sorprende, e che è caratterizzato da una sana incontrollabilità.

Ieri, però, con altrettanta incontrollabile naturalezza, si è ricucito qualcosa. Vengo da un periodo di stress, soprattutto lavorativo. Partivo da una condizione mentale probabilmente inquinata da questo mio sovraccarico sinaptico. Io penso sempre tanto, io penso sempre troppo. Nonostante tutto qualcosa si è mosso. Ieri, dicevo, ho riascoltato Ora. L’album, intendo. E’ successo per caso. Stavo correndo e, deluso dall’ultimo lavoro di Elisa, ho fatto partire le tue canzoni dal lettore mp3. Sento che quei testi hanno riallacciato un po’ di cose, che si è in buona parte rinsaldato quel filo empatico tra me e la tua musica. Le cose che dici, le cose che canti, sono spesso l’espressione di una leggerezza consapevole e matura, di un realismo oltre le cose che non tutti vedono, ma che io condivido. Grazie per le parole e per luci colorate – colorate e vere – che getti sulla realtà.

lettera a jovanotti

 

Lo chiamavano Jeeg Robot

lo chiamavano jeeg robot.jpgTu vuò fa’ l’americano, ma lo vuò fa’ a Tor Bella Monaca, e allora è tutta un’altra storia. O forse no. Lo chiamavano Jeeg Robot riserva sorprese sul fronte della recitazione, grazie alle interpretazioni di un’amata fuori dai canoni (Alessia) e di un cattivo che non ha poi tanto da invidiare ai suoi omologhi d’oltreoceano (lo Zingaro). Tutto questo mentre, per la prima volta, arriva sul grande schermo un film di supereroi italiano, anche se camuffato da Gomorra. Per la prima volta, sì, perché quel che è venuto prima viene cancellato di colpo, vuoi per i meriti di Claudio Santamaria e compagni vuoi per i demeriti di certi predecessori. E ci arriva bene, in sala, con tutti i suoi pezzi a posto e messi in fila. Forse anche troppo in fila.

Gabriele Mainetti mette in scena il riscatto del supereroismo tricolore, dopo il fallimento pressoché totale de Il ragazzo invisibile, che di colore, invece, non ne aveva proprio. Lo fa smontando il classico blockbuster americano a base di latex, superpoteri e conflitti interiori su quale sia il proprio posto nel mondo, gli toglie il latex e butta il resto in pasto alla mala di periferia. Il risultato è una guerra tra cosche cruda e a volte perversa, in cui restano coinvolti un ragazzone disilluso (un erotomane trangugia-yogurt dalla fedina penale sporca, interpretato, appunto, da un cupo Santamaria) e una ragazza mentalmente provata e incastrata nel suo mondo sinaptico fatto di robot giapponesi e di mondi da salvare. Fino a che il mondo da salvare non diventa lei, in un gioco di ambizioni e di vendette che è sporco quanto un pulp movie, ma che segue in modo accademico le fasi narrative del genere a cui si ispira. Il supereroismo. Reso inedito dall’ambientazione e dal contesto sociale su cui si è deciso di puntare, ma che ripercorre fin troppo pedissequamente le tappe del classico eroe all’americana.

Si è osato tanto, è vero, catapultando un genere non “nostro” in un mondo che, nel bene o nel male, è nostro eccome. Lo si è fatto con successo, dando spazio a interpretazioni calzanti ed efficaci, a personaggi riusciti come quello di Alessia (interpretata da una validissima Ilenia Pastorelli, segno che il Grande Fratello continua a sfornare delle giovani promesse) e lo Zingaro (uno straordinario Luca Marinelli), sorprendendo per i pochi ma impeccabili effetti speciali, e deliziando lo spettatore con una scrittura che, nonostante un paio di sbavature, è piena di dettagli che danno spessore emotivo alla trama stessa. Che però, nonostante tutto, avrebbe potuto osare di più, in un film che ha comunque vinto a testa alta la sua “missione impossibile”: essere credibile importando un genere che molti credono impossibile da importare, e contribuendo a svecchiare un cinema – quello italiano – che sembra tremendamente e colpevolmente allergico al fantastico. Mainetti fa l’americano, e lo fa all’italiana, nel senso buono del termine, giocando sulla nostalgia dell’adolescenza e sugli eroi d’acciaio di un’altra epoca. Il manuale è stato rispettato alla perfezione. Ora è il tempo di scriverne un altro. Uno che sia soltanto nostro.

Il teorema del topo liberato

foto 2Che poi io, il fumetto, l’ho sempre amato. E’ che non gli ho mai dato uno chance, non ho mai creduto in questo sentimento, non fino in fondo. Avevo paura fosse una passione a senso unico. Io amo lui ma lui non ama me. Fine. Punto. E a capo. E invece no. Io, il fumetto, l’ho sempre amato, ma non avevo mai capito che sotto sotto, in fondo in fondo, qualcosa per me lo provasse anche lui.

Ho sempre avuto paura, poi, che sarebbe stato a malapena un amore filosofico. Teorico. Di testa. Di testa e basta. Una storia in cui io mi faccio le storie, e lì finisce tutto, perché tanto, poi, chi me le disegna? Non una cosa fisica, passionale, con una sua concretezza, qualcosa di viscerale e intenso, tanto da assumere una forma un po’ meno astratta di una storia mentale fine a se stessa. Bene. Ecco. Di mentale credo ci fossero soltanto le mie seghe. I miei paletti. I miei limiti auto-imposti. I miei fermi da motorino represso. I miei tantononsofare. I miei tantosetoccolamatitasisquaglia.

Io non so disegnare. Non ho mai saputo farlo, e di certo non ho imparato di colpo grazie a un roditore e a un cagnaccio con troppe rughe. Io non so disegnare, ma da qualche giorno sento che i miei paletti sono un po’ meno saldi, che i miei limiti sono diventati degli ologrammi assolutamente innocui, che i fermi si possono levare anche in mezzo pomeriggio, e che tantononsofare, no, ma ‘fanculo, cipossosempreprovare.

E c’ho provato. Mi son trovato a subire il contropiede di un destino che sghignazza di fronte ai miei affanni meno sensati. Matita in mano, un foglio bianco da sporcare, e davanti agli occhi una sequenza di foto. Topi e mastini, mastini e topi. Prima di cominciare non mi è stato spiegato niente, e io l’unica cosa che sapevo è che la matita s’impugna tenendo sempre la punta verso il basso, che a fare il contrario non si sa mai. Una mossa sbagliata e si diventa ciechi, come con le seghe mentali. In effetti io ero davvero orbo. Mi sono sempre raccontato di non saper disegnare, e in effetti non avevo tutti i torti, ma il peccato originale è stato quello di credere che non avrei mai potuto imparare. Come se uno che sa usare la penna non potesse fare due scarabocchi sensati con la matita. Anche se fosse avrei sempre potuto farli con la Bic. Tiè. Ma non li ho mai fatti. Non ho mai creduto a questo amore con il fumetto, anche se io, il fumetto, l’ho sempre amato. Tra le rughe di quel mastino, però, ho scorto una scintilla. Negli occhi di quel topo ho visto una mezza luce, mezza soltanto. Una luce che adesso ho voglia di vedere davvero. La voglio vedere tutta intera.

Questo è il teorema del topo liberato, quello che mi è uscito dalla matita quasi per sbaglio, per dirmi che per trentadue anni mi sono comportato come uno stronzo represso, a non credere nel fumetto e in quel po’ di grafite che mi scorre nelle vene. Quel topo si è liberato, e ha liberato un po’ anche me. E ora ho tutta l’intenzione di godermi questa ritrovata libertà.

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L’una

Prima o poi lo capirò. Capirò cosa porta la mia mente a trovare la concentrazione soltanto a ridosso della notte, il mio corpo a sentirsi pieno di forze soltanto con il sorgere della luna. Roba che mi metterei a lavorare adesso, non fosse che Morfeo mi chiama. E io, io non ho non ho nessuna voglia di rispondergli quando sono all’apice di me.