Rivoluzione nel mondo delle parole stampate

Cinque volte, o quasi. Questa palla piena d'acqua ha fatto in tempo a girare intorno alla palla piena di fuoco per ben cinque volte. O quasi, sì. Cinque rivoluzioni. Cinque scarse, dai. E adesso la rivoluzione arriva davvero.

Era il 24 febbraio 2006 quando feci la famigerata Prova 1. Lì nacque Letamaio, anche se all'epoca non si chiamava proprio così. Era —> K —>, con un Thor come testata e un Silver Surfer sullo sfondo dei post che rendeva illeggibbili alcuni passaggi. Quel nome, a suo modo, era azzeccato. Esprimeva il concetto di qualcosa che arriva e che poi riparte. Da dove? Da me. K. KrAkKa, come qualcuno mi chiama ancora. Anche se a farlo sono sempre di meno. Il tempo passa per tutti, e alla fine dei conti è il nome di battesimo a salire sul gradino più alto del podio.
Poi è stato il tempo delle Escoriazioni di mezzanotte. Sfondo nero e mezzaluna in alto, dopo essermi accorto che durante la notte, e sempre verso la metà, per me l'ispirazione era come un rubinetto aperto. In un certo senso, con lo scandire dei calendari ho sentito la necessità di tornare alle origini. Ho voluto ripescare il concetto di entrata e di uscita, di movimento perpetuo, di interscambio di energie tra un dentro e un fuori con me come catalizzatore. Un catalizzatore strano, uno che alla fine di ogni singola corsa si riscopre un po' alterato. Ho percepito un bisogno, un bisogno davvero. Quasi corporale. Esprimere il concetto di spontaneità con una metafora tra le più spontanee. Volevo che la mia scrittura fosse viscerale, liberatoria. Qualcosa che mi venisse da dentro, e che fosse pronto a concimare il fuori. Letamaio è arrivato così. Un nome che non riesco più a cambiare ormai da anni. Forse perché non voglio. Senza forse. Mi rappresenta. O meglio, rappresenta la concezione che ho, e soprattutto che vorrei avere, di questo mio spazio. Vitale come linfa, vitale come letame. Checché se ne dica. Prima una pagina bianca. Titolo in stile "Chiller" che non tutti sono riusciti a visualizzare bene per via di un "font" latitante. Qualcuno mi ha detto che dall'impostazione sembrava un giornale. Un possibile segno del destino, dato che poi sono diventato giornalista. E poi un "logo in progress", fino alla trovata dell'amico di sempre. Un Tao rielaborato per l'occasione che poi ho modificato e che se ne sta ancora qua.

Fine dell'amarcord. Letamaio cambia casa. Splinder ci saluterà alla fine di questo mese, e prevenire è sempre meglio che curare. Non ho alcuna intenzione di perdere tutto questo. E' un pezzo della mia storia, un pezzo di me. Nessuno vuole perdere pezzi di sé. Spero che durante il trasloco, come sempre accade, non vada smarrito qualcosa. Sto ancora mettendo a punto la nuova dimora. Sto scegliendo la disposizione dei mobili dopo aver dato una prima tinteggiata. Rigorosamente di verde, al massimo marrone. Non so.

Questo è un post di saluti. Un arrivederci a stretto giro, non di certo un addio. Non abbandonate questo luogo, inodore a dispetto delle apparenze. Invito tutti nella nuova casa. Intanto saluto Splinder, la piattaforma che mi ha ospitato per quasi cinque giri di Terra intorno al Sole. Cinque rivoluzioni. Ora la rivoluzione sta arrivando davvero.

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Nel paese delle merdaviglie

Nel paese delle merdaviglie le cose all'insù sono tutte un po' all'ingiù. Nel paese delle merdaviglie i sorrisi durano il tempo un flash, che la foto del minuto dopo è già intrisa di amarezza. Nel paese delle merdaviglie le frustrazioni si scaricano sugli altri. Nel paese delle merdaviglie i water si rifiutano di fare il loro sporco lavoro. Nel paese delle merdaviglie il passato è un coltello rigirato nella piaga. Nel paese delle merdaviglie il presente è nebbia mentale. Nel paese delle merdaviglie il futuro è una promessa senza grandi premesse. Nel paese delle merdaviglie ci sono silenzi che gridano fino a spaccare i timpani. Nel paese delle merdaviglie ci si ammala nell'aria e nelle sinapsi. Nel paese delle merdaviglie confidi un malessere, ma poi ti spalano merda in faccia. Nel paese delle merdaviglie la buona fede diventa malafede. Nel paese delle merdaviglie il carisma è una colpa, pure quando non c'è. Nel paese delle merdaviglie si cova tutto dentro, nel nido del rinfacciamento a posteriori. Nel paese della merdaviglie non si parla quando è ora, ma solo quando il tuo interlocutore è già affranto da qualcos'altro. Nel paese delle merdaviglie le feste sono svuotate dal vuoto interiore degli altri, così come dal correre di una vita che non conosce freni. Nel paese delle merdaviglie ci sono cani che non mangiano abbastanza, ma una pezza ci se la mette di sicuro. Nel paese delle merdaviglie i problemi hanno un cuore, ma si fa caso soltanto alla milza. Nel paese delle merdaviglie si cambia casa per cancellare i sentimenti, come se il domicilio fosse una pagina nuova su cui scrivere. Nel paese delle merdaviglie ci sono capodanni che dovrebbero assomigliare di più a una vendemmia: un bel gioco dell'uva e non se ne parla più. Nel paese delle merdaviglie i condizionali sono reato, e l'accusa è che il tuo essere indeciso stravolge gli equilibri di un mondo e mezzo (o così dicono). Nel paese delle merdaviglie se passi all'indicativo sta sicuro che ti danno del tiranno, visto che poco ci manca già con il condizionale. Nel paese delle merdaviglie si argomenta con aneddoti che risalgono a Carlo Magno. Nel paese delle merdaviglie se dormi con la tua ex sei un approfittatore. Nel paese delle merdaviglie le verità pensate le si racconta ridendo, ma fanno male lo stesso. Nel paese delle merdaviglie cerchi un "full" di serenità, poi nel giro di due o tre ore scopri che nessuno ha capito un cazzo di te. Nel paese delle merdaviglie si confondono i favori con l'uccisione della privacy. Nel paese delle merdaviglie fai del bene, ma poi ti rinfacciano di aver fatto il male. Nel paese delle merdaviglie le opinioni cambiano a seconda del vento. Nel paese delle merdaviglie non ce n'è uno soddisfatto, o la località avrebbe di certo un altro nome. Nel paese delle merdaviglie non trovi il tempo per leggere nemmeno quando sei in ferie. Nel paese delle merdaviglie essere possibilisti significa gettare le basi per una manipolazione di gruppo. Nel paese delle merdaviglie esprimere un'opinione senza imporre nulla è mancanza di flessibilità. Nel paese delle merdaviglie c'è chi l'ultimo dell'anno si vuole svegliare dal suo torpore, e se non sei d'accordo sul "come" allora ti parlano alle spalle. Nel paese delle merdaviglie le palle che contano non sono quelle degli occhi, quelle in cui ci si dovrebbe guardare, ma quelle altre che fanno tanto uomo, da misurare col goniometro di fronte a una scala mancata. Nel paese delle merdaviglie c'è chi scopre le sue carte solo di fronte ad altre carte. Nel paese delle merdaviglie ci sono amici che distinguono tra pastori e pecore, dimenticandosi che è comunque di amici che si sta parlando. Nel paese delle merdaviglie si vedono spesso gli altri come degli strafottenti di serie A, ma il problema è che qualcuno a casa ti aveva messo in testa di non essere più che un dilettante. Nel paese delle merdaviglie ti vengono dette rare parole di stima, ma va a finire che quei tuoi presunti pregi stanno sul cazzo a qualcuno. Nel paese delle merdaviglie fai mattina, ma non perché sia stata una buona notte. Nel paese delle merdaviglie trovi parole di conforto scritte su un quaderno appoggiato sul letto, ma il giorno dopo sembra quello dei saluti. Nel paese delle merdaviglie vuoi scrivere, scrivere e scrivere, non perché ti si è aperta una vena ma perché ti se n'è chiusa un'altra. Nel paese delle merdaviglie il tempo è libero, ma la mente no. Nel paese delle merdaviglie finisce che brami la solitudine, tu che ti sei sempre detto un animale sociale. Nel paese delle merdaviglie sogni un inizio di anno migliore rispetto alla fine del precedente. Nel paese delle merdaviglie vuoi scrivere una storia diversa con te stesso come protagonista, la tua fabula rasa. Nel paese delle merdaviglie pensi agli altri e gli altri pensano ad altro. Nel paese delle merdaviglie ti dicono che sei di buon cuore, ma anche che metti te stesso prima del resto. Nel paese delle merdaviglie si dice tutto e il contrario di tutto. Nel paese delle merdaviglie vedi un gran sole e ti viene voglia di fare un giro, ma c'è un vento freddo che ti taglia la faccia come fossi un pandoro, e allora rinunci. Nel paese delle merdaviglie gli amici volano fino all'inferno ma non trovano il paradiso che cercavano. Nel paese delle merdaviglie vorresti ci fossero più meraviglie, ma il mondo intorno non te le concede, e in fondo tu ci metti del tuo. Nel paese delle merdaviglie ci si chiude come ricci, mentre tu non stavi cercando che un centro di positività permanente. Nel paese delle merdaviglie per un post del genere passerai sicuramente per un vittimista saturo di orgoglio, e forse avranno pure un po' ragione. Ma nel paese delle meraviglie non ti avrebbero mai dato modo di diventarlo.

Ventotto anni dopo

Ventotto anni dopo porto occhiali treddì per vedere meglio la vita. Ventotto anni dopo guardo le lancette roteare intorno a un perno che non ho ancora imparato ad addomesticare. Ventotto anni dopo sono una lacrima in forma di segno, che segnata da segni significativi prova a lasciare il segno lanciando segnali che significano poco più del segno che sono. Ventotto anni dopo divoro cioccolato attentando alla vita del crasso. Ventotto anni dopo accumulo grasso che smaltisco tra il cloro alla stessa ora in cui tutti pranzano e dunque accumulano. Ventotto anni dopo do aria alla bocca per fa scorrere il vento tra orecchie bisognose di un eterno cotton fioc. Ventotto anni dopo respiro e catturo, respiro e catturo. Ventotto anni dopo cerco sinfonie e arrangio sintonie improvvise. Ventotto anni dopo scrivo e do di conto con il mio fondo ammortamento pensieri. Ventotto anni dopo guardo l’ora impressa sul pc, e mi ricordo che è meglio tardi che mai. Ventotto anni dopo mi dico che la testa non ha abbastanza testa per stare alla testa della mia vita. Ventotto anni dopo vedo occhi a forma di cuore, io che non ho un cuore a forma di occhi per vedere le cose come stanno. Ventotto anni dopo divoro senza chiedere scusa. Ventotto anni dopo mi scuso per tante cose, ma mai per l’impresa di essere nato. Ventotto anni dopo cammino su una terra di cui sono certo di essere degno, mentre il cielo attende e piove di tutto tranne conferme. Ventotto anni dopo sono un fiume in pena per le acque che non si muovono mai. Ventotto anni dopo mi sembra che tutto si gongoli nel suo mobile immobilismo. Ventotto anni dopo vedo un nero che non è Perugina, mentre la vita resta un bacio rubato e poi restituito. Ventotto anni dopo prendo in prestito zollette di zucchero con cui addolcire il mio tè. Ventotto anni dopo apro le imposte a un silenzio che nessuno vorrebbe pagare. Ventotto anni dopo vedo colonne di fumo mettersi in riga per dare segnali davvero poco stradali. Ventotto anni dopo leggo cartelli e faccio passi confusi. Ventotto anni dopo sono scrivano perché in fondo mi è andata di culo. Ventotto anni dopo sanguino germogli che un giorno saranno piante rampicanti su cui qualcuno salirà fino ad arrivare in un mondo alto e altro. Ventotto anni dopo sento canti di un canto diverso, e che d’altro canto non hanno di che cantare se non di quel loro stesso canto. Ventotto anni dopo mi stupisco ancora dell’essenziale autoreferenzialità della vita. Ventotto anni dopo certifico che c’è ben poco da certificare. Ventotto anni dopo sono qui, e non c’è tanto da aggiungere. Ventotto anni dopo non ho ancora capito se sono un assente ingiustificato oppure un presente giustificato. Ventotto anni dopo m’insaporisco di un sale che scende. Ventotto anni dopo sogno futuri, e dipingo presenti con colori che trovo strani ogni volta. Ventotto anni dopo ho il naso che mi ricorda i nervi, e nervi che a naso mi dicono che tutto questo pensare non è che un vuoto a perdere. Ventotto anni dopo mi perdo, e se vinco è perché mi perdo nel mare secco dell’adrenalina. Ventotto anni dopo faccio vasche ma non le costruisco. Ventotto anni dopo ricordo leoni regali e regali che mi hanno fatto sentire un leone. Ventotto anni dopo scommetto su calci dati in porta. Ventotto anni dopo tutto questo non importa, e ci puoi proprio scommettere. Ventotto anni dopo ho una tosse che non se ne va. Ventotto anni dopo ho il raffreddore di sempre. Ventotto anni dopo ho mani e piedi che hanno termostati tutti loro. Ventotto anni dopo il mio vivere alterna sole a nubi, secondo barometri bari che ammettono anche brindisi. Ventotto anni dopo ho occhi stanchi ma pupille curiose. Ventotto anni dopo scruto le anime perché è una delle cose che mi riescono meglio. Ventotto anni dopo ho la pazienza di un nevrastenico, eppure da piccolo io ero Camomillo. Ventotto anni dopo convivo, anche se non vivo con. Ventotto anni dopo ballo lenti veloci perché non c’è tempo da perdere. Ventotto anni dopo cazzeggio tra lo scazzo. Ventotto anni dopo ho la fretta di un nullafacente che non si sa rassegnare. Ventotto anni dopo ammiro le montagne, ma è ancora il mare l’unico che mi fa bagnare davvero. Ventotto anni dopo attacco la spina a chissà quale congegno. Ventotto anni dopo è tutto pesci e parcheggi. Ventotto anni dopo son rose, ma non mi chiedo mai se in fondo fioriranno davvero. Ventotto anni dopo ci sono viole e serre. Ventotto anni dopo ci sono cerchi e botti, movimenti circolari che vorrei facessero circolare anche me. Ventotto anni dopo è un procedere a tutto tondo, e sarà per questo, forse, che c’è sempre qualcosa che non quadra. Ventotto anni dopo do la buonanotte al sole e l’arrivederci alla luna. Ventotto anni dopo scrivo post di pancia perché l’intestino è impegnato in un sit-in di protesta. Ventotto anni dopo farei tutto a mio insandacabile giudizio. Ventotto anni dopo ho denti spiritosi, di un’ironia che non riesco proprio a capire. Ventotto anni dopo ho l’ansia di dire e quella di fare, anche se so che a nuotare nel mare che sta in mezzo faccio ancora fatica. Ventotto anni dopo intasco i primi denari sudati. Ventotto anni dopo accarezzo bastoni, rimembro spade, magnifico coppe. Ventotto anni dopo mi leggo il futuro nelle carte ma mi scopro analfabeta. Ventotto anni dopo ho riscoperto la Scala 40, ma è l’ascensore del mio umore quello che poi dà i numeri. Ventotto anni dopo esalto il compromesso, e per come sono messo non compro e non vendo. Ventotto anni dopo mi piace vincere facile anche se il gioco è difficile. Ventotto anni dopo intaso blog perché i cessi sono finiti. Ventotto anni dopo mi sogno autore di romanzi e di successi sperati. Ventotto anni dopo do tregua al mio fegato, che il fegato almeno per questo ce l’ho. Ventotto anni dopo qualcosa mi manca, ma forse mi manca tanto così. Ventotto anni dopo mi lascio sedurre dalle quarte di copertina, ma le quinte sotto le copertine hanno sempre una marcia in più. Ventotto anni dopo mangio fagioli e si sente. Ventotto anni dopo so che la famiglia è sacra anche se sono profano. Ventotto anni dopo vedo che il tempo passa per tutti, e non sono sicuro che questo mi consoli granché. Ventotto anni dopo ho la memoria di mio nonno, ma senza la bellezza di tutti i suoi ricordi. Ventotto anni dopo registro ogni mio passo per contare i chilometri che faccio. Ventotto anni dopo mi faccio di siringhe oniriche e di fumate fumose. Ventotto anni dopo la mia unica droga è questo mio vivere. E mi chiedo, in fondo, perché cazzo dovrei smettere.

Ciak, mi giro

Caro LetaMario,
hai mai sentito nostalgia di un'incazzatura? Io sto provando questo brivido inedito. Quello di non fare una cosa perché sennò la scoprirei troppo perfetta. E' domenica sera. Vorrei guardare un film, eppure no, non lo faccio. Mi mancherebbe troppo quella voce fuoricampo che mi rovina i finali. Quella con la sfera di cristallo che prevede anche l'imprevedibile. Quella che sa cose che non dovrebbe sapere, e che te le dice in faccia quando non vorresti. Quella di cui stasera non si sente nemmeno l'eco, tanto è lontana la fonte di quel suono.

Trascorro le domeniche pomeriggio a inseguire film che non sono per tutti. C'è un cineforum in città, e avremmo dovuto vedere 127 ore. Centoventisette ore. In fondo sono più o meno quelle trascorse dall'ultimo taglio di cordone. Il film omonimo si lascia desiderare, posti limitati e già tutti presi. Ma non è detta che un bagno tra le vasche del corso non sappia arginare almeno un po' questo fiume color blues. Durante il quale ho poi scoperto di essere io il fiume, un fiume di parole. Ho capito di avere bisogno di parlare come si ha bisogno di un peto lungo e profondo che si continua a tenere dentro con ostinazione, tra un doloretto che ti fa da colonna sonora e un gonfiore innaturale. Poi un salto nel mare delle parole confezionate. In libreria, a caccia di incipit selvatici. Proprio io che in fondo non colleziono che finali.

Firmato,
uno che salta film a piedi pari mentre tutto il resto è dispari

Hallo, win (and what i've lost)

Caro LetaMario,
ti sei fatto proprio un bell'amico. Uno che la mattina vede sole e la notte vede luna. E la cosa non è normale quanto sembra. Uno che ha orari da vampiro, ma che al momento, non fosse per le tette e un'altra cosa che non dico, si sentirebbe più come la Bella di Twilight. Ma il punto non è questo. Vedo bianco e vedo nero a corrente alternata, e non è questione di luce. Stanotte ho pure scritto un pezzo sui tre di quel film, a cui spero che i romanzi abbiano saputo dare un minimo di spessore in più (fonti autorevoli mi dicono di sì).

E io che spessore ho? Io mi sento come una fetta di salame tagliata fina. Molto fina. Una che se la tocchi si spezza, e che se provi a mangiarla sparisce subito in bocca. Si scioglie come ghiaccio al sole prima del prossimo tramonto. Ecco: ho lo stesso spessore di un salame succhiasangue.

Sparire. Bella trovata, LetaMario.

Firmato,
uno a cui le streghe l'altra notte han fatto visita davvero

La notte dei post-it

Che parla parla e è una palla. Questa notte ho dita logorroiche. Caro LetaMario, ho appena finito di scrivere per lavoro, ma non riesco a smettere. Che parlo parlo e sono una palla anch'io. Rotolo altrove, dove non c'è pioggia per le anime inconcludenti.

P.S.: anche questo primo post(-it) aveva un titolo: Rotolo altrove. Le coincidenze, eh?

NON IL CLASSICO COLPO DI FULMINE

Caro LetaMario,
nel giorno dei santi un santo mi ha tirato un fulmine in testa. E dire che io sono soltanto un alberello smarrito con i rami all'ingiù.

Firmato,
uno con le radici piantate su nuvole sempre più nere

 


E IL RESTO MANCIA

Ho visto pali fare luci strane, intenti a illuminare mondi che non sono miei. Io ci cammino sopra come un nomade che usa il sole come bussola, senza capire che la grande stella gialla può aiutarmi soltanto a gestire un po' meglio il tempo. E dire che io il tempo non l'ho mai capito. Mi metto a letto e mi cadono orologi addosso. No, lui non è mai stato un mio amico. Lo subisco come subisco un po' tutto il resto. E il resto mancia, ma sono spiccioli di smarrimento o poco più. La mia meta non è che la metà di quello che vorrei, sagittario eterno insoddisfatto ed eterno stronzo. Il grido è sordo per chi non vuol sentire. Le mie orecchie sono piene di suoni che il cuore cattura senza saperli trasporre in melodia. La musica cambia. Per me il juke box suonerà un blues cullante e un po' insolente. Nell'attesa che una canzone country e un po' banale mi dica poi chi sono davvero.

RIVOLI

Che quando l'acqua brucia è perché il fuoco ha perso intensità. Paradosso. La maschera fa rivoli da tutte le parti. Nella mente sento sentimenti mentire a fin di fine. Che il bene è annegato nell'acqua rovente di un rivolo non richiesto.

IMMATURO

Limbo di bimbo in un corpo che divora calendari. La mela resta verde ma non per scelta. Ho un mucchio di foto da tenere a mente, scogli per naufraghi tra vortici di domande e spirali che non danno risposte.

BIP

E la notte ha tinte fosche e un po' troppa foschia. Sento che mi chiama, mentre la mia segreteria non ne vuole più sapere di lanciare segnali acustici. Lasciate un messaggio dopo la nebbia. Un giorno qualcuno lo ascolterà

NELLA NOTTE DEI POST-IT

Nella notte dei post-it mi ricordo di ricordare ricordi indelebili. La mia mente non è simpatica come certi inchiostri. Il vetro sul mondo non mi regala scialuppe. Navigo a svista tra lenti appannate e tarme appagate da teste di legno improvvisate. Volo a pelo d'acqua per non toccare il fondo.

Oggi c'è un sole bellissimo, ma non è per me.

CON VISTA (A)MARE

Ho sempre adorato i balconi. Ci vedi scorrere la vita come viavai di visioni intangibili. Miracoli elettrici di una virtualità più vera del vero. Corpi che trasudano voglia di altri corpi, fosse anche solo un contatto che rimetta a mente la densità dell'esistere. Lo sguardo s'infrange tra le frange di un vivere altrui. Mediti che meditando appaghi la mente ma turbi tutto il resto, che se sei senza pensiero non significa che sei spensierato. Sai, e non vuoi sapere, che quei corpi, anche i più malconci, sono più vivi del tuo vivere a metà tra uno schermo luminoso e una "o" ballerina. Balla. Balla. Balla. Balla la balla finché tutto s'imballa.

Caro LetaMario

Caro LetaMario,
grazie per il caffè, ma la prossima volta offro io. Che poi ho sbagliato, avrei dovuto prendere il mio solito deca. L'espresso normale mi snerva, mi fa ribollire anima e intestino. Pazienza. L'importante è che ci siamo rivisti. L'importante è aver ripreso contatto. Io mi sento di nuovo intimo, neanche fossi un detergente per le parti basse. E non fare battute idiote, che ti conosco.
Ti vedo perplesso, e credo di sapere che cos'hai. Non ti piace il nome che ti ho dato. Però so anche tu non sei un tipo banale, un diarietto da strapazzi come gli altri. E' che tu sei pur sempre il mio letamaio di fiducia, dove scrivo cagate dagli odori differenti, e in cui quello che conta è l'immediatezza della cosa. Di ogni cosa. Avevo bisogno di ritrovare questo. Tu lo sai, LetaMario, quanto peso io dia alla spontaneità.
Così sei diventato un incrocio tra il solito letamaio e il diario che vorrei tornassi a essere. Almeno ogni tanto, dai. L'importante è che io ti scriva addosso quando ne ho voglia. Il cosa lo si decide di volta in volta. Ma mi serviva un modo per chiamarti, un modo diverso e che non fosse banale. Che no, tu non sei il solito diariuccio. Se la cosa ti consola non ti storpierò ulteriormente il nome. Che so, potrei chiamarti direttamente Mario, ma mi poi sembrerebbe di star parlando con un idraulico, al massimo con un videogioco per la Wii.

LetaMario, ti voglio profondo ma pop. Perché i pensieri possono scendere quanto vogliono nelle viscere delle cose, ma sono pur sempre pop. Giù la maschera, o ti mando a riparare i tubi delle massaie annoiate. Ho capito, amico mio, ti ho appena dato un incentivo a diventare il nuovo Spider-Man. Vabbè. Domani però non mancare, che ti devo restituire il caffè. E ricorda, stavolta pago io, anche se poco fa hai pensato quella battuta di merda. "Nel tuo intimo c'è Celli". Pessimo. Sei davvero pessimo.


Firmato,
lo scroccaffé rottamatore di sillabe superflue