Sex Criminals 1

C’era una volta Simone Celli, quello che scriveva sempre di fumetti. Simone Celli c’è ancora, ma di fumetti, oramai, scrive davvero molto poco. Troppo poco. Ogni tanto ci mette una pezza. Ogni tanto tipo qualche giorno fa, quando ha rinfrescato la sua ormai pluriennale collaborazione con Comicus.it con la recensione di Sex Criminals 1. Qui tutte le altre cose da lui scritte per il suddetto sito. Lui, Simone Celli. Che poi sarei io, e che farei meglio a scrivere più spesso di fumetti. Così non avrei più il tempo di scrivere di me in terza persona.

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Per dono (ma anche no)

Se fossi una bilancia starei più in equilibrio. Ma sono un sagittario, e qui son cazzi. Trasudo orgoglio e libertà, che detta così sembra il nome di un partito di estrema destra. Invece son qua, a incassare destri che sono in realtà dei colpi sinistri. E io che sarei per la par condicio, io che bilancia non sono, mi sbilancio e perdo l’equilibrio. Resto pur sempre un sagittario. Trasudo orgoglio e libertà, e facendo leva su questo mi rialzo, forte anche del mio terzo pilastro da arciere col culo da cavallo. Il senso di giustizia. Per questo peso e ripeso i destri sinistri che ricevo. Li peso e li ripeso come fossi una bilancia, io che invece son sagittario, e che son condannato a esserlo a vita. Così sono costretto a farlo, a mettere quei colpi su una bilancia che non ho e che, soprattutto, non sono. In base al peso, ai colpi presi attribuisco un prezzo. Poi li espongo sui miei scaffali più sporchi, nel grande negozio della vita. Qualcuno dovrà pur passare di qua. Qualcuno dovrà pur pagare per loro. Ché nel perdòno per dono tutti quanti pèrdono, uscendo dal negozio della vita senza un po’ di saggezza in più.

Per dono

Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Imparare

Se non è disastrata non t’insegna niente. E’ la dura legge della strada, quella che non ammette sfide che non siano anche crescita. E’ la rigorosa regola dell’imparare. Devi saper ascoltare, devi saper vedere gli errori segnati con l’evidenziatore. Devi prender l’umiltà e trasformarla nella tua arma migliore. La devi prendere, impugnare, portarla in alto. Metterla davanti a tutto.

Ieri ho imparato che so fare molto. E che, allo stesso tempo, so fare ancora troppo poco. Ho imparato che niente è univoco. Che l’oggettivo è un lusso illusorio buono soltanto per certi scienziati. Che la mia arte non è arte, ma creatività in tutto e per tutto, che è esattamente ciò che voglio. Ho imparato che le parole sono la solita massa informe, e che non tutte le forme che son disposto a dare loro sono omologate per il tempo che vivo. Non tutte sono conformi agli occhi di chi le leggerà. Ho imparato che la mia fantasia conquista e spiazza, ma che certe impalcature vanno avvitate meglio. Ho imparato che c’è tanto da imparare, e tantissimo lavoro da fare. Io sono qua. Con le maniche rimboccate e gli occhi rossi e indiavolati.

Imparare

Guardiani della Galassia

Guardiani della Galassia - poster

Il segreto è una vecchia musicassetta. Nel walk-man ci sono i brani di una volta, suonati a loop per non lasciarli andare. Per non lasciarsi andare. E per non lasciare andare qualcuno che proprio non vogliamo che se ne vada. Lì c’è il passato che attraversa il presente per creare il futuro. Un po’ come i Guardiani della Galassia, i paladini dell’universo griffati Marvel che con la loro colonna sonora bizzarra e un po’ retrò (anni ’70 e ’80) hanno dichiarato guerra agli aspiranti dominatori intergalattici. Strizzando l’occhio a Star Wars e, allo stesso tempo, (r)innovando il genere dei cinecomics.

Già. Non è la solita musica quella che passa il convento dei Marvel Studios, che questa volta il miracolo l’hanno fatto davvero. Perché creare dei buoni personaggi, inserirli in un canovaccio efficace e condire il tutto con musiche dall’impronta epica è ormai un compitino (quasi) di routine. Ma farlo così bene è una sorta di prodigio. Ed è difficile, oramai, decretare quale sia il miglior super-film ispirato agli eroi della Casa delle Idee, tanti ne hanno già sfornati. Ma una cosa è certa: oltre a fare un uso inedito, prepotente, efficace e fortemente simbolico della musica, Guardiani della Galassia arriva dove nessuna produzione Marvel era mai arrivata: far ridere senza per questo rendersi ridicola. Spingere sull’acceleratore della comicità senza perdere il controllo del mezzo. Fare della risata un valore aggiunto, e non un fardello dai risultati apocalittici. E ci voleva un novellino come James Gunn, che a suo modo s’intende sia di eroi in calzamaglia sia di toni scanzonati (suoi il film Super e un episodio dell’apprezzato Comic Movie), per compiere l’impresa. Per imprimere la leggerezza sulla pellicola come nessun regista Marvel (Studios e non) era mai riuscito a fare. Grazie a una sceneggiatura che spiazza lo spettatore, perché obbliga lo sfacciato Star-Lord, la seducente Gamora, il cinico Rocket, il tenero Groot (difficile credere che dietro ci sia quel duro e puro di Vin Diesel) e l’avventato Drax a compiere gesti inattesi, a dare forma ai dialoghi che meno ti aspetti. Guadagnandoci in profondità e umanità. Loro che ci fanno ridere e commuovere. Che sono così lontani, eppure così vicini. I non-eroi del pianeta accanto che le suonano ai cattivi. E fanno tutta un’altra musica. Con o senza walk-man.

Come Tex nessuno mai

Suo padre, mio padre. Non abbiamo lo stesso cognome, e io ho tutta un’altra età rispetto a lui, l’uomo che c’era e che adesso non c’è più. Ma i suoi racconti sembrano i miei, quelli di quando spiego come sono arrivato fin qui. A vivere di parole, e con la testa sempre tra le nuvole. Gianluigi era un baluardo del fumetto italiano, una colonna vestita da texano. E il giovane Sergio, suo figlio, andava sempre all’edicola con lui. A farsi comprare un Topolino, o chissà quale altro sogno su carta. Lui ha cominciato così, al netto dell’imprinting. Quello dovuto a una vita trascorsa sempre in mezzo ai giornaletti.

La prima redazione dei Bonelli era il salotto di casa. Sergio e la madre si giocavano a testa o croce l’onere di scrivere il titolo dell’albo di turno. Ma la passione era tanta, ed è sempre stato così. Il futuro patriarca di via Buonarroti è stato dapprima un fattorino, un redattore tuttofare, un autore acerbo poi maturato alla grande, infine il più grande editore di nuvole parlanti sul suolo italico. Un anno fa se n’è andato. Ma qualcuno ha deciso di tenere viva l’eredità del Bonelli di mezzo. Sergio, quello dopo Gianluigi e prima di Davide. Non un monumento, ma il ricordo di un amico. Parola di Giancarlo Soldi, autore del documentario Come Tex nessuno mai. Undici anni di interviste. Un concentrato unico di testimonianze, di pile di fumetti che straripano, di cellulosa sparsa dappertutto, di inchiostro a fiumi come se fosse impossibile che ne sia avanzato per gli altri. Un Picasso visivo pieno di intimità. A colpire è soprattutto la forza emozionale di questo doppio passaggio del testimone. Da Gianluigi a Sergio. Da Sergio a Davide. Ora sono sue le redini dell’azienda di famiglia. E’ lui il custode dell’immaginazione di tanti, dell’avventura nel senso più stretto. Quella che soltanto certi fumetti riescono ancora a rievocare. E guardarsi questo documentario tre file davanti a lui (prima, dopo e durante il doppio applauso finale) è un’emozione che in pochi riescono a capire.

Tossisco. Tossisco. A Parco Sempione fa un po’ troppo freddo. Eppure il paradosso. Eppure c’è calore. Saranno le lacrime di alcuni, l’emozione che altri sanno nascondere un po’ meglio, e le risate di chi sa cogliere appieno l’ironia di fondo di queste immagini. E’ la prima proiezione in pubblico. In platea ci sono i Bonelli al completo, cosa che detta così sembra ci siano tutti i loro albi messi in fila. Il sogno di tanti. E per le tasche di pochi. Lo stesso Sergio si sorprendeva con fare fontozziano alle aste a tre cifre per certi cimeli della sua azienda.

Il proiettore spara frammenti di passione pura. Gli artisti della nona arte parlano del Bonelli di mezzo con totale trasporto. Qualcuno sfiora la poesia, nascosto tra le tavole appese e le pile di carta di quel formato inconfondibile. Ho visto un angolo di libreria che sembra essere uscito da camera. Una libreria bianca e ingolfata di roba. Non abbiamo lo stesso cognome, ma i nostri habitat si assomigliano molto. Anche lui andava al cinema con suo padre, come faccio a volte anche io con il mio. A dividerli erano certi gusti. Sergio non ha mai amato il classico cappa e spada, mentre il suo genitore amava Dumas. Questione di vedute, divergenze di pensiero che hanno poi trovato una precisa espressione nelle storie di Tex. Al di là delle apparenze, il personaggio di punta di via Buonarroti non è stato sempre uguale a se stesso. Gianluigi ne aveva fatto un eroe infallibile, una figura determinata e allergica al dubbio. Forse anche per una questione di ego, dato che  se ne andava in giro a ripetere una certa frase. “Tex sono io”. Poi, quando il testimone è passato in mano a Sergio, qualcosa è cambiato. Il ranger per eccellenza ha finalmente conosciuto la perplessità, l’incertezza, la sofferenza. Si è fatto meno uomo, ma più umano. E i classici saranno pur sempre i classici. Ma Dio benedica lo scarto generazionale. Anche se quello tra i lettori appare fin troppo netto. Qui al Sempione l’età media sarà intorno ai quarantacinque. Il passato è d’oro, ma il futuro, a vederlo così, ha un po’ troppi capelli grigi.

A parlare sono parecchie labbra illustri. Soldi ha dato la parola a Ricky Tognazzi, Bernardo Bertolucci, Milo Manara, Tiziano Sclavi (colui che piange quando scrive la morte di un personaggio), il giornalista Luca Raffaelli e tanti altri. Tutti pronti a elogiare l’editore che non c’è più, l’autore che ha rinnovato certe icone, il viaggiatore instancabile che lasciava le sue fotografie ai disegnatori per aiutarli a ritrarre i luoghi, le ambientazioni delle storie. L’uomo che se n’è andato, e che ha lasciato un vuoto nel cuore di certi veterani della lettura. Il direttore di un’orchestra che è più che altro una fabbrica della fantasia, oggi come ieri. E come l’altroieri. Un quaderno preserva i suoi appunti. Dicono ne prendesse di continuo, che annotasse ogni cosa. Schizzi d’immaginario, idee abbozzate, pensieri divenuti eterni, parole e scarabocchi imbalsamati sulla carta dal bambino che fu. Quello che a ottant’anni suonati cercava ancora l’anello col teschio dell’Uomo Mascherato nei negozi per punk. Quel bambino che è sempre stato tale, anagrafe a parte. E che da un anno a questa parte ha ripreso a svaligiare le edicole insieme a un certo Gianluigi.

The Words

Una storia nella storia. Nella storia. Una matriosca narrativa, scatole cinesi che parlano di un furto a suon di narrato, e che sa tanto di perdita dell’anima. Un fiume di parole. Che scorre troppo lento, eppure troppo veloce. The Words dura appena noventasette minuti. Ha un incipit possente, il resto è pura filosofia. La tensione cala presto, ma questa è di per sé una sorpresa. Un modo diverso di raccontare, rispetto ai canoni iperbolici del solito cinema.

Certi film non li si apprezza per il ritmo, ma per lo spirito. E per l’onestà. Quella che manca ai protagonisti, ma non di certo agli attori. Jeremy Irons, su tutti, nei panni di uno scrittore mancato. L’unico, in fondo, ad aver dato l’anima alle parole, quelle che fanno da cuore al film. Ma poi gli sono state rubate, e questa è un’altra storia. Un’altra storia da raccontare, tra un drink, una bella ragazza e uno specchio in cui non ci riesce più a vedere.