Per Rina

L’ho temuto. Se n’è sempre stato lì, tipo spauracchio. Ho sempre temuto e immaginato questo momento. Eri la mia nonna eterna, quella che si rialzava sempre, puntuale, dopo ogni apparente k.o. Eppure, io, questo momento me lo sono sempre immaginato. Ora eccomi qui, con una tastiera e i ricordi da mettere in sequenza prima che il tempo si faccia vento e me li soffi via, come sempre inesorabile. Ora sono qui. Io che non piango, io che sono il più becero dei bugiardi. Perché la pioggia lì fuori cade al tempo della mia. Mentre tu sorridi anche da di là.

Tornerò a sorridere anch’io, ma per ora è pioggia. Tornerò a sorridere. Te lo prometto, nonna. Sarà il mio modo di portarti dentro, ora che qui fuori non ci sei più. Tornerò a sorridere, ed è una promessa vera. Perché è quello che mi hai insegnato anche senza insegnarmelo. Tu non davi lezioni. Davi esempi. Ho imparato più cose osservandoti che in anni e anni di studi. Perché un cuore grande è il più grande dei maestri. E, quando si ferma, non si ferma mai davvero. Continua a battere in altri petti. Per nuovi sorrisi, contro una nuova pioggia.

Sono qui, con il solito flusso che fatica sempre più spesso ad arrivare, mentre inscatolo i momenti per non smarrirli tra il disordine di pensieri che sembrano non avere inizio né fine. Sono qui che rinuncio agli automatismi della mente, e appena ci riesco è di nuovo pioggia. Ma io non piango. Io sono il più becero dei bugiardi. Sono qui che cerco di emularti. Sono qui che mi ripeto che sono tuo nipote, ed è come se non fossi autorizzato a perdere liquidi dagli occhi. Perché tu sorridevi, sorridevi sempre. Lo sanno tutti. E mi sento come se io, adesso, non potessi piangere. All’inizio mi sono sentito come dentro un film. All’improvviso, però, qualcosa è cambiato. In quella camera mortuaria l’aria condizionata era la stessa, ma il cinema ormai era chiuso. E fa ancora un freddo irreale. Le proiezioni sono finite da un po’, in questo raggelante clima da obitorio. La pellicola finisce nel momento in cui realizzi che il film non è mai iniziato. È come quando si frantuma la quarta parete. I personaggi ti parlano, e tu cominci a credere che non ci sia niente di finto. Finalmente la realtà morde. La bolla di finzione è scoppiata. E io con lei. In lacrime.

Lacrimo a tratti, come singhiozzi rapidi e incontenibili. Mi hanno privato di uno grossa parte di me, ma sono come anestetizzato da un presente che corre e che non si fa afferrare. La ferita è fresca. Senza strappi, ma c’è. Nessuno poteva immaginare. Nessuno, tranne te, che in quell’ultima maledetta domenica hai detto che sarebbe stato il tuo ultimo giorno. Il corpo lo sa. Lo sa prima di tutti. A noi non resta che questo smarrimento, la consapevolezza che niente sarà più come prima. Ma non puoi vedere tutta la voragine, finché ci sei dentro. Ti accorgi sempre tardi dei sorrisi che mancano. Di quelli più belli, che sono anche quelli più dolorosi, quando li perdi. Funziona così con le belle donne. Funziona così con le belle nonne.

Dirti addio è stato un pugno allo stomaco, un cazzotto in faccia. Ma non uno di quelli finti che piacevano a te. Eri pacifica, e a dirlo erano i tuoi sorrisi. Non importa se ora si è fermato: tu avevi il cuore d’oro, e lo sanno tutti. Eppure ti lasciavi sedurre da quei cazzotti sparati a salve, senza cattiveria. Avevi gli occhi da angelo, ma ti sganasciavi con Bud Spencer. Ti divertivi a guardare la boxe e le moto che cadevano. Chiedevi: “Cu fa, Valentino?”, ma ho il sospetto che fantasticassi sui potenziali capitomboli di quei centauri, proprio come durante il Tour de France, quando domandavi: “Ma le ròt en fat del légn?!”. E poi dicevi: “En tutti atachèti… Se se tocne fan un macèl”.

Ricordi. Ricordi. Montagne di ricordi. Sono cresciuto anche con te, che sei sempre stata la mia mamma in seconda. Lo sei stata per tanti, ma tu nemmeno lo sai. Generi, nipoti, amici dei nipoti. Sei stata la matriarca silenziosa di una famiglia che va oltre le parentele più dirette. Tu non hai idea di quante persone ti apprezzassero. Ho contaminato internet con le tue perle, le tue espressioni improbabili, le tue parole inventate ma mai fuori tema. “Era diventata un po’ anche la nostra nonna”, mi ha scritto qualcuno in questi giorni di buio inatteso. “Tua nonna è immortale, io non la dimenticherò. Resta un mito di ironia e cuore”, ha detto qualcun altro che non ti ha mai visto se non in foto, ma che di te aveva già capito tutto. Ne ha fatta di strada, la “mulinàra”. Anche se con una gamba un po’ più infelice dell’altra, anche con il girello e con il tremolìo. Sorrisi e schiettezza superano i limiti di un corpo a orologeria. Ed entrano nel cuore di chi sa capire.

L’ultima foto che ho di te è quella di una specie di pranzo hippie consumato sul tuo letto, con intorno diverse persone che ti vogliono bene. Tu che mangiavi da sola la tua insalata di riso, “perché el ris fat acsì me piec”. Ma poi? Cosa resta, ora, in questo spartiacque così irreversibile? Cosa rimane dei nostri riti della domenica? E delle tue mele a metà? Cosa resta delle rose che non ho finito di regalarti? E delle mezzore che rubavo al mio eterno dovere per venirti a trovare, consapevole che un giorno mi sarei pentito di ogni minuto non speso insieme? A pensarci bene di cose ne restano tante, oltre i letti e le poltrone vuote dentro una casa senza più televisori con il volume alle stelle. Restano i ricordi. Resta il mio appetito irrefrenabile così simile al tuo, e l’immagine di me che cercavo di distrarti dai pensieri brutti chiedendoti cos’avessi mangiato a pranzo. Restano i tuoi sguardi luminosi impressi sulla retina, nella mente, in mille e più fotografie. Restano le tue parole ficcanti come frecce. Colorite, colorate, imprevedibili. Restano i miei cantanti, quelli che parlano invece che cantare. Resta il sospetto che tu, in realtà, abbia scelto consapevolmente quando andartene. Hai aspettato di rivedere tutti i tuoi nipoti. Tutti. Hai aspettato che quelli più lontani riprendessero i loro aerei per venirti ad abbracciare. Hai aspettato persino quel mio amico che vive in Giappone ma che tu hai visto crescere, e che un tempo si era fatto ventisette ore di volo. E tu: “Du vai? A l’inférne?!”. Hai stretto di nuovo tutti, come fossimo i bulloni del tuo charter diretto in paradiso. Poi ti sei congedata, in un sonno così profondo da farsi eterno, non a caso nel giorno numero 23.

E c’è chi non ha fatto in tempo a conoscerti. La tua magia più grande, forse, è proprio questa. C’è qualcuno che non ti ha mai visto, eppure ti adora già da un po’. È il miracolo della mulinàra, della Paradisi. Mai un cognome era stato così profetico. Poteva, una faccia d’angelo come la tua, non chiamarsi così? Tu che hai fatto ridere e sorridere gente sparsa in tutto il mondo. Era questa la tua forza. Ed è questa, ora, la tua eredità. Se solo si potesse, brevetterei già domattina la tua voglia di vivere, al dì là dei pessimismi ostentati e della stanchezza di una vita accomodata su una poltrona arancione. Ma tu sei sempre stata tu, quella che diceva di non volere il loculo con vista mare, per carità, “perché dop, malì, fa fredd”. Sei quella delle assurdità autorizzate, della bontà sconfinata, dei sorrisi regalati senza chiedere niente in cambio. Sorrisi che oggi, con questa pioggia dentro, si fanno ombrelli.

Ma adesso basta lacrime. Gli ombrelli non servono più. Penso al tuo sguardo e alla tua spontaneità. Penso alla gioia che trasmettevi come una profetessa non autorizzata. Ed è anche questo il tuo retaggio, la tua pesante eredità, che si fa leggera al pensiero di te. Non c’è niente per cui piangere. Saluta nonno, e fate i bravi. Noi restiamo qui, finché possiamo, a spargere sorrisi in giro con sopra il tuo marchio. Per portare un pezzo di Paradisi in più in questa Terra che ha sempre più bisogno di cuori come il tuo.

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Rumoroso silenzio, inesorabili lancette

Oggi è già ieri, e un altro tuo compleanno se ne va via così, nel rumoroso silenzio di tutto il nostro da fare. Ne avresti compiuti novantaquattro, nonno. Io non me li so proprio immaginare, i novantaquattro. Ti chiedo come sono, ora che sei lassù ormai da un po’. Raccontameli, lo sai che mi piacciono le storie. E dimmi pure come ci si sente a guardarci dall’alto verso il basso, ora che le candeline sono finite, ma non la mia voglia di celebrarti.

Auguri, nonno.
Gli angeli hanno imparato, poi, a riparare gli orologi? Perché qua il tempo scorre troppo, e in un modo un po’ strano. Secondo me c’è qualcosa che non va. Ce lo butti tu, un occhio?
Grazie.

Con affetto.

 

-Simo-

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Nel grigio dipinto di grigio

Grigio il cielo che fa da tetto a questa naturale assurdità. Grigio l’asfalto su cui aspetto la carovana delle frecce a due ruote. Grigio io che sto cercando di lavorare con un pezzo di cuore altrove. Grigio tu che ne stai andando in questo momento. E nel mentre piove.
Piove grigio anche per te.

Ciao Grigione. La tua ultima volata è finita. Ti ricorderò per il tuo sguardo torvo ma tenero. Per le pennichelle con la fronte piantata in basso. Per le finte fughe in giardino, senza staccare mai lo sguardo da me. Per la tua voracità. Per gli “strozzoni”. Per il pelo malconcio. Per la paura che mi allontanassi le gatte. Per la dolcezza che non ci siamo scambiati.

Soprattutto ti ricorderò perché hai scelto il nostro tappeto – quello all’ingresso – per venirci a dire che te ne stavi andando. Forse avevi paura. Forse è stato il tuo modo di chiederci aiuto. Semplicemente, forse, non volevi morire solo, tradendo ogni leggenda sulla tua specie. Quel che è certo è che hai scelto noi per i tuoi ultimi istanti, e ora non so dirti se mi senta più grato o più lusingato. So che ti ricorderò per i nostri sguardi fugaci. Che mi resterai dentro soprattutto per la tenerezza del tuo gesto finale. E per l’unica carezza che ti ho fatto. Chissà se l’hai sentita.

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Fanum fortuna è

La scorsa notte ho fatto una delle cose che amo di più. La scorsa notte ho passeggiato per la mia città, e senza fissare l’asfalto. Brutto vizio, il mio, quello di guardare in basso con la testa sempre piena di pensieri. Ma quando passeggio per la mia città, soprattutto di notte, la poesia del momento vince su tutto. Mi metto a scrutare case, luci, angoli che di giorno non vedo. Guardo le cose con un piglio diverso, forse perché le cose, di notte, creano tutta un’altra alchimia con i miei occhi e con il mio sentire.

Io amo la mia città. Amo la sua dimensione intermedia, la sua essenzialità a portata di mano, le sue forme perfette. Fano, per me, è come una bella donna che non riesco a smettere di fissare. Anche se ha un animo provinciale, nonostante l’orizzonte sconfinato che si propone oltre le onde. Anche se pressapochismo e frustrazione dominano il pensiero di molti, compreso quello di chi l’amministra, oggi come ieri. Anche se qui i ladri scaraventano i bastardini dai terrazzi. Anche se qui si annullano i concerti per il quieto e reiterato dormire. Anche se qui si reagisce ai problemi con hashtag idioti, con la politica che s’infila pure tra le molecole d’ossigeno, e con le rassegne stampa commentate come se si fosse all’osteria.

Non mi toglierete la mia poesia. Non mi toglierete la voglia di passeggiare la notte tra le vie della mia Fano. Non potrete mai rubare l’animo incompreso di questa città. Che è mia quanto vostra, ma che non la sapete amare.

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(Foto di Chiara Mei Mais)

Per Ermo

Non ricordo bene come ridevi. È come un vuoto, una macchia invisibile, un tassello mancante in mezzo a un groviglio di ricordi ancora vivi. E vividi. Ricordo cosa ti piaceva, però. Ricordo che ridevi di fronte a Tom & Jerry, anche se non ricordo come. Ricordo che ti piaceva andare a caccia, anche se questa cosa ci faceva battibeccare. Ero alto ancora un metro e quaranta, e ti rispondevo che io, quando giocavo a basket, non ammazzavo mica i canestri. Eravamo diversi, io e te, ma uguali nella nostra comune natura di voler fare quello in cui crediamo. Ti chiamavano “fatigòn”, ma era un nomignolo infame. Tu hai sempre lavorato. Semplicemente non eri fatto per la zappa, tu, ma vallo a spiegare a chi, della Terra con la “t” maiuscola, conosce soltanto la terra con la “t” minuscola. Non eri fatto per la zappa, per questo hai cercato fortuna tra la gente, nella città che pulsa e che regala occasioni, lontano dai saliscendi della campagna, dove un giorno un problemino alla bici ti ha fatto cadere, trasformando Ermo nel famigerato “Sensafréno”, e ha fatto sì che al tuo passaggio la gente ti guardasse dicendo “Eccle, è arivàt el matt!”.

Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo a memoria le storie tratte dalle tue molte vite. Ricordo quella in cui partivi in treno, solo, di mattina, per andare a vendere le uova nella grande Roma. Monteverde ti è rimasto dentro, in quella città che chiamano eterna. Eterna, ora, un po’ come te. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo quanto amassi il miele, i racconti sulle api di tuo zio e la vita in cui tu stesso hai imparato a smielare. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo che hai suonato alla Rotonda per sostituire un batterista ammalato. Ricordo che sei stato il re delle serate al Ragno Verde. Ricordo che hai fatto la barba ai militari. Ricordo la tua soddisfazione nel raccontarmi come il tuo mentore-orologiaio ti avesse detto “Ma allora tu si fà!”, un po’ sbigottito, nel vedere quanto tu, ancora garzone, fossi portato per la difficile arte di aggiustare il tempo, tu che a un certo punto hai cominciato a vivere in un tempo sbagliato in cui tutto viene vissuto come fosse ieri.

Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo le tue parole storpiate. Tu non sai quante volte ho “sentùto”, io, del “Carnovàle” e delle altre cose di cui amavi parlare. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo la tua poca fretta nell’alzarti la mattina, ed è qui che capisco che sono davvero tuo nipote. Ricordo le poesie bambine che ti scrivevo da piccolo, quando ti dicevo che “Caro nunìno tu sei molto carino”. Tra i fumi della memoria ricordo anche qualche viaggio con te che guidavi la tua vecchia Uno, di cui hai chiesto notizie per lungo tempo. Ricordo le foto di Monteverde che ho scattato per te. Ricordo te e il tuo bastone, sulla pedana, lì in cantina, a fare il direttore artistico di mille e più vendemmie. Ricordo tutto, tranne come ridevi. Ricordo a memoria le storie tratte dalle tue molte vite, quei racconti resi interminabili dalla malattia, ma che per me rappresentano tuttora dei piccoli tesori. Distillati di vita da bere a piccoli sorsi, piccoli e continui. Chissà, ora, quale di quelle vite tu stia vivendo. T’immagino a vendere le uova agli angeli, a fare il miele con le api del mondo di là, a suonarle alla morte con la tua batteria, a fare la barba ai santi con un rasoio tutto nuovo, a dimostrare al Cielo intero che “allora tu si fa’” davvero a riparare gli orologi, anche lì dove il tempo non conta e non si conta più. Dove tutto va avanti un po’ così, “alla marinara”, tra un cartone di Tom & Jerry e le lancette dell’eterno ancora ferme lì da sincronizzare.

Non ricordo bene come ridevi, ma ripensando a te piango e sorrido, sorrido e piango. E all’improvviso un lampo, l’immagine ferma della tua risata. Il suo suono lontano. Il ricordo che torna. Il tuo orologio che riparte perché in fondo, io lo so, non si è mai fermato davvero. Uno come te non l’avrebbe mai permesso.

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Caro Jovanotti

Lo ammetto: era da un po’ che non mi sentivo più in piena sintonia con le tue canzoni. Ti ho sempre continuato a seguire, sono venuto al bel concerto di Ancona dello scorso anno, ma era come se si fosse rotto il filo tra me e la tua musica. Magari non proprio rotto, ma un po’ sfilacciato sì. Non lo so perché, sono quelle cose che succedono a pelle. L’ultimo album mi è piaciuto, l’ho consumato come faccio ogni volta anche esce qualcosa di nuovo dalla tua mente vulcanica. L’ho apprezzato davvero, ma sai, l’empatia va oltre la razionalità, e anche oltre il semplice piacere. E’ qualcosa che avviene in modo naturale, che sorprende, e che è caratterizzato da una sana incontrollabilità.

Ieri, però, con altrettanta incontrollabile naturalezza, si è ricucito qualcosa. Vengo da un periodo di stress, soprattutto lavorativo. Partivo da una condizione mentale probabilmente inquinata da questo mio sovraccarico sinaptico. Io penso sempre tanto, io penso sempre troppo. Nonostante tutto qualcosa si è mosso. Ieri, dicevo, ho riascoltato Ora. L’album, intendo. E’ successo per caso. Stavo correndo e, deluso dall’ultimo lavoro di Elisa, ho fatto partire le tue canzoni dal lettore mp3. Sento che quei testi hanno riallacciato un po’ di cose, che si è in buona parte rinsaldato quel filo empatico tra me e la tua musica. Le cose che dici, le cose che canti, sono spesso l’espressione di una leggerezza consapevole e matura, di un realismo oltre le cose che non tutti vedono, ma che io condivido. Grazie per le parole e per luci colorate – colorate e vere – che getti sulla realtà.

lettera a jovanotti

 

La gatta dei due anni

Le tue figlie parlano di te. Non parlano, perché non sono nate per farlo, eppure parlano di te. Stasera ho visto, guardato, osservato la piccola dalle zampe bianche, quella coi calzini, mentre leccava la testa alla sorella, lo stesso trattamento che di solito vede i due ruoli invertiti. Anche questo gesto parla di te. Le tue figlie parlano di te. Non parlano, perché non sono nate per farlo, eppure, sì, parlano di te. Parlano di te con le loro movenze, i loro colpi di lingua, i loro giochi circensi. Gli agguati. Dio, gli agguati. Quelli sì che li hanno imparati da te, le due sorelle e il fratello vagabondo, quello che ha preso la via della strada proprio come l’hai presa tu. Proprio come spero che l’abbia presa tu, che un po’ sulla strada lo sei sempre stata, ma che poi sei sempre tornata. Sempre. Mai una volta, mai, in cui non sei tornata. Ti sei presa tutte le tue libertà, ma poi, sì, sei sempre tornata.
Sempre.
Fino a tre settimane fa.

Per raccontarlo, e per raccontarmelo, ho bisogno dell’aiuto del solito Ludovico. Me lo dice piano, col suo piano, che è forse giunto il tempo della memoria. Di ricordare te, Silvestrina, la gatta dei due anni, arrivata la notte di Capodanno per poi sparire ventiquattro mesi dopo, alla vigilia di un nuovo giro di calendario. Non è il pianto della disperazione, non di quella più totale, perlomeno. E’ un saluto da lontano, in realtà quanto di più vicino si possa sognare. Ripenso a te, gatta dei due anni, ma per pensarti mi basta voltarmi. La figlia senza guanti ha preso esattamente il tuo posto, appollaiata nello stesso punto, tra i cuscini del mio letto oversize, mentre Ludovico mi suona in cuffia la sua serenata nostalgica.

Mi hai insegnato cosa sia la maternità, a me che madre non sarò mai. Ho visto la tua pancia crescere fuori misura, a te che eri ancora uno scricciolo, ma con in grembo ben cinque creature. Due non ce l’hanno fatta, le altre tre sono qui a ricordarmi chi sei. Non chi eri. Chi sei. Le altre tre, facciamo due, che il “bambolo” ha preferito il gelo dell’asfalto al calore delle coperte. E io sono qui, a cercare calore oltre il gelo della tua assenza reiterata, a spiegarmi il perché e il per come, a lottare coi fantasmi della ragionevolezza, ipotizzando scenari di una vita felina lontana da queste mura, da queste reti, da questi cancelli. Da queste mani. T’immagino nel mondo del chissàdove, certo che la tua sia stata una scelta consapevole. Libera, soprattutto. T’immagino così, ché tutte le altre alternative vanno ben oltre questa tremenda nostalgia, e sfociano nel mare agitato e paradossale della quiete eterna. E io non ce la faccio, non ce la faccio a immaginarti fredda come quell’asfalto. Fredda come questa tua assenza.

Sogno scenari ottimistici, pensandoti nelle mani di chissàchi. Ti penso già pronta per il sole che verrà, in un giardino lontano da questo quartiere, lo stesso quartiere che fino a venti giorni fa era anche un po’ il tuo. Tu che sei venuta da chissàdove, e che ti sei lasciata “salvare” da me dalle grinfie di un gatto che – tu guarda la sorte – se n’è andato praticamente un mese esatto prima di te. Lui per sempre, davvero. Non ci credo tu abbia già raggiunto il tuo nemico di sempre. Tu sei lì, pronta per il sole che verrà. In fondo, lo stesso sole che proverà a sciogliere questo gelo. Quello che mi riscalderà il cuore, che metterà fine al freddo che hai lasciato.

Quella notte eri sotto la macchina del vicino, l’alzatore seriale di tergicristalli. Eri lì che miagolavi. Eri lì, tu e il tuo lamento strano, piccolo e strano. Piccolo come te, che eri ancora lontana dal compiere un anno. Eri lì, mentre io ero appena tornato da un finto bagordo di fine anno. Sei e trenta del mattino. Io, te e il Signor Simpson in tutta la sua arroganza. E pensa un po’, mi manca pure quella, pure quell’arroganza che ho visto diventare dura come il marmo, e fredda come il freddo asfalto su cui l’ho trovata. Un giorno dovrò curarla davvero, dovrò prenderla davvero sul serio questa mia innata propensione alla nostalgia. E’ l’effetto dell’affetto, lo stesso che mi lega a questa poltrona e a questa tastiera, a Ludovico e alle sue serenate che sbrigliano le parole. Lo stesso che mi fa stare qui, a ricordarti, e a dedicarti queste due righe diventate venti, diventate duecento.

I numeri non contano. Eppure certe coincidenze sono assurde e allucinanti. Arrivata a Capodanno, ci hai dato il tuo arrivederci praticamente due anni esatti dopo. Il giorno, poi, parla da sé. Era il 30 dicembre, quando mia nonna ha compiuto gli anni, proprio lei che di recente se n’era uscita dicendo di avere un secondo nome, e non un nome a caso: Silvestrina. Il tuo nome. Non siamo proprio sicuri di poterle credere. Rivelare di avere un secondo nome alla veneranda età di novantun’anni… Ma la coincidenza non è tale, anche perché io, alle coincidenze non ho mai creduto. Non hai scelto un giorno a caso per il tuo arrivederci, costringendomi qui, ora, a ricordare e a ricordarti, e a fare i conti con la razionalità di un arrivederci che puzza un po’ troppo di definitivo.

La mattina del Capodanno di due anni fa ti ho fatto mangiare. “Non entrare però, eh”, e tu mi guardavi con quegli occhi che…

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Con quegli occhi che…

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Che.
Punto.

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Stavi tra il cancello e il portone. Non ti ho permesso di venire oltre, non volevo essere linciato dai miei per aver portato un gatto in casa. Ti ho chiamata sul retro, e ti ho fatto mangiare qualcosa. Da lì il sodalizio biennale. Per un po’ di tempo non te ne sei più andata. Non ti facevamo entrare per via di un malsano pudore, per non abituarti ad agi da cui, poi, avremmo fatto fatica ad allontanarti. Ti accucciavi sotto il telo verde che copriva i divanetti del giardino. Bastava chiamarti, e tu uscivi per i tuoi balletti rasoterra, gli stessi che ora fanno i tuoi figli, gli stessi che hai sempre continuato a fare anche quando ci venivi incontro nella via qui a fianco. Lì dove ora ti cerco, ma senza risultati. Eri sempre lì, tu, sotto quel telo verde. E, di conseguenza, erano sempre lì anche i nostri sorrisi.

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Col tempo sei entrata. In pochissimo tempo sei entrata. Ti sei impossessata di sedie, divani, gambe, tavolini. Vedevo i progressi del tuo dominio dalle foto di mia madre, mentre me ne stavo a Milano a portare avanti un lavoro che poi ha deciso di portarsi avanti anche senza di me. Tornavo ogni tanto, ma tu oramai ti eri legata a mia madre. A mia madre e alle sue crocchette. Ma ero felice per te. Ero felice per noi. Ero felice per questa casa, che aspettava da tempo un animale che la ravvivasse, ma il pudore di cui sopra aveva sempre bloccato chi qui dentro comanda davvero. Questa, però, è un’altra storia. Ora m’interessa soltanto la storia di Silvestrina, la gatta dei due anni, che bruciando le tappe ha preso possesso della casa e attirato gatti grossi il doppio di lei nel nostro giardino, pronti a fare chissà quale gang bang felina. Il risultato è stata quella pancia spropositata. Il risultato è stato il parto dell’8 aprile del 2014. Il risultato, al netto dei due che non ce l’hanno fatta, è stato questo qui:

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Mi hai insegnato la maternità, dicevo, a me che madre non sarò mai. La mattina del parto ho rimandato la partenza per Milano. Non lavoravo già più, e ad ogni modo tu e i tuoi cuccioli avete sempre avuto più importanza di qualunque cazzo di contratto. Il contratto con la vita non è eguali. Ho voluto assistere al parto, ed ero così ansioso che mi è venuto il dubbio inconscio di essere io, forse, il padre dei pargoli pelosi. Ma le gang bang feline non fanno per me. Gli animali, invece, gli animali li ho sempre avuti dentro, nel DNA. Avete sempre fatto parte di me. Sarà per questo che questa tua assenza sa di sorella scomparsa, di un’amica che è venuta a trovarmi in camera – chissà – per un’ultima volta, per poi scendere le scale in attesa di cibo e andarsene senza più la voglia di fare ritorno. Senza nemmeno mangiare. due soffiate ai tuoi figli, compreso il maschio incrociato nel solito stanzino. E poi ciao. Arrivederci. Chissà.

Potrei raccontare e raccontarti per ore, ma in fondo sarebbe soltanto un raccontarmela. Sono qui per sublimare il peso insopportabile di un’assenza. Sono qui per sfidare la fottuta ragionevolezza della ragione, per sperare ancora in bene, per credere che un giorno ti affaccerai di nuovo sulla porta-finestra del giardino, la stessa da cui hai avuto da me le prime crocchette. Torna, e trasforma questo fiume di parole in un ridicolo gioco, in una prova di stile dettata dalla necessità di un’iniezione di fiducia.

E’ stata dura metterti il pannolone dopo la sterilizzazione. Ricordo ancora i nervi esplosi di mia madre, l’impotenza di mio padre, il mio stesso impaccio. E’ stato ancora più duro scegliere di sterilizzarti. L’ho sempre trovata una violazione della tua dignità, e ora quasi me ne pento. Potresti essere altrove, a figliare ancora, inseguendo la natura come tu sai fare. Tu che mi hai insegnato cosa sia la maternità, a me che madre non sarò mai. Hai leccato via la placenta come se l’avessi sempre fatto. Hai allattato con regolarità anche senza saper leggere l’orologio. Hai scaldato col pelo i tuoi pargoli, gli stessi che, una volta fuori, hai fatto giocare. Tu, ragaTTa madre che mentre educavi al diletto e alla caccia, in fondo, credo ti volessi anche un po’ divertire. Ricordo gli agguati e le corse a quattro nel vialetto del giardino, tra steli d’erba un po’ più alti che facevano da trincea invisibile. Avete inventato giochi e movenze che rasentano l’arte, e io ho perso ore ed ore ad ammirarvi tra la primavera e l’estate, in fondo senza perderle davvero. Guardandoti educare, mi sono un po’ educato alla vita. Alla spontaneità delle cose. Ai meccanismi non meccanici di cui voi animali siete splendidi portavoce.

Mi hai insegnato cosa sia la maternità, eppure non ho mai condiviso la tua aggressività post-svezzamento. Ti abbiamo anche sgridato, ma ogni urlo, ora, appare soltanto come il più inutile degli echi. Molto prima di quei goffi rimproveri viziati dalla morale c’è stato il tempo delle gite in famiglia, tue e dei tuoi figli, nella via dopo l’angolo, e i recuperi disperati al tramonto tra le case degli altri, prendendovi in braccio oppure per la gola con la scusa della pappa. Ti chiedevamo rabbiosamente di non portarli di là, ma col senno di poi ho imparato che senza il tuo prezioso lavoro ora non avrei qui con me tre gatti educati alla casa quanto alla strada. Ti ho sempre ammirato, e non lo dico per un effetto collaterale della nostalgia. Sei stata perfetta da subito, dopo la gravidanza, da lacrime agli occhi, quelle che in effetti mi hai fatto venire più volte. Occhi umidi, a guardarti curare i tuoi figli a suon di lingua e di morsi prolungati, che li hanno educati all’affetto e all’aggressività, al gioco e alla caccia, alla vita e a tutto ciò che la riguarda.

I tuoi figli sono un prolungamento di te, anche se a un certo punto li hai ripudiati seguendo attentamente il libretto d’istruzioni di madre natura. Non tolleravi più la loro presenza dentro le tue stesse mura, per questo da un circa un anno e mezzo alternavi la strada alla casa. Ed è questa tua abitudine a farmi ancora sperare in un tuo ritorno. Perché so che potresti anche aver deciso di fare una gita più lunga del solito. Perché negli ultimi tempi eri stata tantissimo a casa, a mangiare, dormire e a prender coccole, e mi auguro che tu ne voglia ancora. E ancora. E ancora. Ti aspetto, gatta dei due anni. Spegni queste parole sofferte e riaccendimi il sorriso. Sbuca sotto la macchina dell’alza-tergicristalli seriale. Spunta dalla porta-finestra del giardino. Sfoggia i tuoi occhi grandi e puntali di nuovo contro i miei. Insegnami ancora qualcosa della vita, tra una crocchetta e una trasferta, tra un gioco troppo aggressivo e la tua dolcezza nascosta sotto la scorza della belva selvatica. Torna, gatta dei due anni. Il terzo è ancora tutto da vivere.

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