Per Rina

L’ho temuto. Se n’è sempre stato lì, tipo spauracchio. Ho sempre temuto e immaginato questo momento. Eri la mia nonna eterna, quella che si rialzava sempre, puntuale, dopo ogni apparente k.o. Eppure, io, questo momento me lo sono sempre immaginato. Ora eccomi qui, con una tastiera e i ricordi da mettere in sequenza prima che il tempo si faccia vento e me li soffi via, come sempre inesorabile. Ora sono qui. Io che non piango, io che sono il più becero dei bugiardi. Perché la pioggia lì fuori cade al tempo della mia. Mentre tu sorridi anche da di là.

Tornerò a sorridere anch’io, ma per ora è pioggia. Tornerò a sorridere. Te lo prometto, nonna. Sarà il mio modo di portarti dentro, ora che qui fuori non ci sei più. Tornerò a sorridere, ed è una promessa vera. Perché è quello che mi hai insegnato anche senza insegnarmelo. Tu non davi lezioni. Davi esempi. Ho imparato più cose osservandoti che in anni e anni di studi. Perché un cuore grande è il più grande dei maestri. E, quando si ferma, non si ferma mai davvero. Continua a battere in altri petti. Per nuovi sorrisi, contro una nuova pioggia.

Sono qui, con il solito flusso che fatica sempre più spesso ad arrivare, mentre inscatolo i momenti per non smarrirli tra il disordine di pensieri che sembrano non avere inizio né fine. Sono qui che rinuncio agli automatismi della mente, e appena ci riesco è di nuovo pioggia. Ma io non piango. Io sono il più becero dei bugiardi. Sono qui che cerco di emularti. Sono qui che mi ripeto che sono tuo nipote, ed è come se non fossi autorizzato a perdere liquidi dagli occhi. Perché tu sorridevi, sorridevi sempre. Lo sanno tutti. E mi sento come se io, adesso, non potessi piangere. All’inizio mi sono sentito come dentro un film. All’improvviso, però, qualcosa è cambiato. In quella camera mortuaria l’aria condizionata era la stessa, ma il cinema ormai era chiuso. E fa ancora un freddo irreale. Le proiezioni sono finite da un po’, in questo raggelante clima da obitorio. La pellicola finisce nel momento in cui realizzi che il film non è mai iniziato. È come quando si frantuma la quarta parete. I personaggi ti parlano, e tu cominci a credere che non ci sia niente di finto. Finalmente la realtà morde. La bolla di finzione è scoppiata. E io con lei. In lacrime.

Lacrimo a tratti, come singhiozzi rapidi e incontenibili. Mi hanno privato di uno grossa parte di me, ma sono come anestetizzato da un presente che corre e che non si fa afferrare. La ferita è fresca. Senza strappi, ma c’è. Nessuno poteva immaginare. Nessuno, tranne te, che in quell’ultima maledetta domenica hai detto che sarebbe stato il tuo ultimo giorno. Il corpo lo sa. Lo sa prima di tutti. A noi non resta che questo smarrimento, la consapevolezza che niente sarà più come prima. Ma non puoi vedere tutta la voragine, finché ci sei dentro. Ti accorgi sempre tardi dei sorrisi che mancano. Di quelli più belli, che sono anche quelli più dolorosi, quando li perdi. Funziona così con le belle donne. Funziona così con le belle nonne.

Dirti addio è stato un pugno allo stomaco, un cazzotto in faccia. Ma non uno di quelli finti che piacevano a te. Eri pacifica, e a dirlo erano i tuoi sorrisi. Non importa se ora si è fermato: tu avevi il cuore d’oro, e lo sanno tutti. Eppure ti lasciavi sedurre da quei cazzotti sparati a salve, senza cattiveria. Avevi gli occhi da angelo, ma ti sganasciavi con Bud Spencer. Ti divertivi a guardare la boxe e le moto che cadevano. Chiedevi: “Cu fa, Valentino?”, ma ho il sospetto che fantasticassi sui potenziali capitomboli di quei centauri, proprio come durante il Tour de France, quando domandavi: “Ma le ròt en fat del légn?!”. E poi dicevi: “En tutti atachèti… Se se tocne fan un macèl”.

Ricordi. Ricordi. Montagne di ricordi. Sono cresciuto anche con te, che sei sempre stata la mia mamma in seconda. Lo sei stata per tanti, ma tu nemmeno lo sai. Generi, nipoti, amici dei nipoti. Sei stata la matriarca silenziosa di una famiglia che va oltre le parentele più dirette. Tu non hai idea di quante persone ti apprezzassero. Ho contaminato internet con le tue perle, le tue espressioni improbabili, le tue parole inventate ma mai fuori tema. “Era diventata un po’ anche la nostra nonna”, mi ha scritto qualcuno in questi giorni di buio inatteso. “Tua nonna è immortale, io non la dimenticherò. Resta un mito di ironia e cuore”, ha detto qualcun altro che non ti ha mai visto se non in foto, ma che di te aveva già capito tutto. Ne ha fatta di strada, la “mulinàra”. Anche se con una gamba un po’ più infelice dell’altra, anche con il girello e con il tremolìo. Sorrisi e schiettezza superano i limiti di un corpo a orologeria. Ed entrano nel cuore di chi sa capire.

L’ultima foto che ho di te è quella di una specie di pranzo hippie consumato sul tuo letto, con intorno diverse persone che ti vogliono bene. Tu che mangiavi da sola la tua insalata di riso, “perché el ris fat acsì me piec”. Ma poi? Cosa resta, ora, in questo spartiacque così irreversibile? Cosa rimane dei nostri riti della domenica? E delle tue mele a metà? Cosa resta delle rose che non ho finito di regalarti? E delle mezzore che rubavo al mio eterno dovere per venirti a trovare, consapevole che un giorno mi sarei pentito di ogni minuto non speso insieme? A pensarci bene di cose ne restano tante, oltre i letti e le poltrone vuote dentro una casa senza più televisori con il volume alle stelle. Restano i ricordi. Resta il mio appetito irrefrenabile così simile al tuo, e l’immagine di me che cercavo di distrarti dai pensieri brutti chiedendoti cos’avessi mangiato a pranzo. Restano i tuoi sguardi luminosi impressi sulla retina, nella mente, in mille e più fotografie. Restano le tue parole ficcanti come frecce. Colorite, colorate, imprevedibili. Restano i miei cantanti, quelli che parlano invece che cantare. Resta il sospetto che tu, in realtà, abbia scelto consapevolmente quando andartene. Hai aspettato di rivedere tutti i tuoi nipoti. Tutti. Hai aspettato che quelli più lontani riprendessero i loro aerei per venirti ad abbracciare. Hai aspettato persino quel mio amico che vive in Giappone ma che tu hai visto crescere, e che un tempo si era fatto ventisette ore di volo. E tu: “Du vai? A l’inférne?!”. Hai stretto di nuovo tutti, come fossimo i bulloni del tuo charter diretto in paradiso. Poi ti sei congedata, in un sonno così profondo da farsi eterno, non a caso nel giorno numero 23.

E c’è chi non ha fatto in tempo a conoscerti. La tua magia più grande, forse, è proprio questa. C’è qualcuno che non ti ha mai visto, eppure ti adora già da un po’. È il miracolo della mulinàra, della Paradisi. Mai un cognome era stato così profetico. Poteva, una faccia d’angelo come la tua, non chiamarsi così? Tu che hai fatto ridere e sorridere gente sparsa in tutto il mondo. Era questa la tua forza. Ed è questa, ora, la tua eredità. Se solo si potesse, brevetterei già domattina la tua voglia di vivere, al dì là dei pessimismi ostentati e della stanchezza di una vita accomodata su una poltrona arancione. Ma tu sei sempre stata tu, quella che diceva di non volere il loculo con vista mare, per carità, “perché dop, malì, fa fredd”. Sei quella delle assurdità autorizzate, della bontà sconfinata, dei sorrisi regalati senza chiedere niente in cambio. Sorrisi che oggi, con questa pioggia dentro, si fanno ombrelli.

Ma adesso basta lacrime. Gli ombrelli non servono più. Penso al tuo sguardo e alla tua spontaneità. Penso alla gioia che trasmettevi come una profetessa non autorizzata. Ed è anche questo il tuo retaggio, la tua pesante eredità, che si fa leggera al pensiero di te. Non c’è niente per cui piangere. Saluta nonno, e fate i bravi. Noi restiamo qui, finché possiamo, a spargere sorrisi in giro con sopra il tuo marchio. Per portare un pezzo di Paradisi in più in questa Terra che ha sempre più bisogno di cuori come il tuo.

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Rumoroso silenzio, inesorabili lancette

Oggi è già ieri, e un altro tuo compleanno se ne va via così, nel rumoroso silenzio di tutto il nostro da fare. Ne avresti compiuti novantaquattro, nonno. Io non me li so proprio immaginare, i novantaquattro. Ti chiedo come sono, ora che sei lassù ormai da un po’. Raccontameli, lo sai che mi piacciono le storie. E dimmi pure come ci si sente a guardarci dall’alto verso il basso, ora che le candeline sono finite, ma non la mia voglia di celebrarti.

Auguri, nonno.
Gli angeli hanno imparato, poi, a riparare gli orologi? Perché qua il tempo scorre troppo, e in un modo un po’ strano. Secondo me c’è qualcosa che non va. Ce lo butti tu, un occhio?
Grazie.

Con affetto.

 

-Simo-

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Duna Park (2017, grazie)

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Mille uomini intorno a me. La mia faccia, le mie movenze. Mille me. Li guardo, li osservo. Mi riconosco senza riconoscermi in loro. Sono mille versioni di me – con la mia faccia, le mie movenze -, ma non so se credere che sono davvero io. Ho paura. Non so più chi sono, in questa stanza degli specchi non deformanti. Mi guardo intorno e trovo facce note, con le mie particolarità, i miei tic, i miei annosi difetti. Difficile cedere all’idea di essermi trovato. Sono proprio io quell’uomo lì – ragazzo fino a ieri – piantato dentro lo specchio e moltiplicato per mille? Io ho paura, ho paura a crederci. Perché tra un anno potrei non riconoscermi più. Potrei non ritrovarmi più. Perché oggi sono io, tra un anno chissà. Perché in trecentosessantacinque giorni sono stato costretto a cambiare pelle, faccia, corpo. Oggi mi specchio, e vedo mille me. Un me che, un anno fa, proprio non c’era.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Quello allo specchio, oggi, è un uomo irriconoscibile, segnato dagli eventi, agitato dalle prospettive. L’uomo di un anno fa era pieno di preoccupazioni. Quello di oggi ne ha altrettante, ma sono tutte cambiate. Vorrei – vorrei davvero -, ma non so vivere senza tensioni. La loro natura muta nel tempo, così come muto io, che muto non so stare. Ho bisogno di parlare. Ho bisogno di scrivere. Non ho bilanci da fare, soltanto sommosse interiori e poco sommesse di cui dare conto. Sono un narratore, io, e ne sono sempre più convinto. Un artigiano del racconto con in mano ancora troppi pochi ferri del mestiere. Io che oggi mi guardo, e che mi sorrido in modo beffardo prima di raccontare di me. Di me e del mio ultimo anno, prima – chissà – di cambiare ancora. Un anno di rotture e di riparazioni fallite. Ho provato a rammentare lì dove c’erano buchi, ma non avevo per le mani delle toppe abbastanza grandi, tantomeno robuste. Nell’ultimo anno ho chiuso il cuore a chi non sapeva più come appagarlo, e l’ho aperto altre due volte rischiando di perderlo una volta per tutte, annegato nel dispiacere e nello sconcerto. Ho messo fine a un autoscontro che fatica a salvarsi, al netto di qualche constatazione amichevole. Poi ho chiesto la mano a due persone diverse, ma la prima me l’ha fatta restituire. Ha deciso di scendere da quella che credevo fosse la nostra bellissima giostra, attratta da altre luci, ormai incapace di vedere la mia. Porto ancora i segni di quello strappo senza preavviso. Poche cose mi hanno segnato così, poche volte ho sognato così. Ma i sogni si fanno a occhi chiusi. Ora li ho aperti. Ho faticato, metà del mio anno l’ho trascorso a domandarmi dove stesse l’errore, a formulare risposte sempre diverse, a scacciare i demoni della memoria tenendo fede alla mia versione dei ricordi. Credevo di vedere degli angeli, in quella che, in realtà, era la casa delle streghe. Senza scopa, senza rughe, senza apparenti difetti. Con un bel paio d’ali, per giunta. Vibrazioni fatate per una folgorazione fatale. Sono state le streghe stesse a scacciarmi. Mi han fatto uscire di forza dalla loro casa fumosa, senza più esser certo di cosa avessi visto. Certi calcinculo fanno davvero male, in questo arido e sabbioso Duna Park fatto di sentimenti mal pescati. Come quando vorresti il peluche più grande, quello più morbido, ma te ne torni a casa con un pesciolino rosso che di lì a poco finirà a pancia all’aria nella tua boccia di squallido vetro che ha scambiato per mare aperto. Ora, di aperto, ci sono soltanto i miei occhi. Oggi sono pronto a guardare. Vedo me, mille me riflessi in uno specchio più nitido. Me e una mano nuova, da provare a stringere con la stessa delicatezza di un cardiochirurgo. Un intervento sperimentale, a cuori aperti. Entrambi aperti, entrambi infranti, entrambi da ricostruire. Ho chiuso con gli angeli. Ora una sirena mi fissa, e io sono finalmente disposto ad annegare nei suoi occhi, a nuotare con lei. Di giorno in giorno imparo a lasciarmi andare, e a vedere la sua coda come un pregio, le sue squame come una ricchezza. Una ricchezza vera, non di carta.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Avevo ancora pochi gettoni avanzati dal 2016, ma quelli che mi rimanevano mi sono stati rubati. Ora sono pronto a farmeli restituire, anche a costo di spaccarmi le nocche contro un punching ball che sa di onerosa e onorevole rivalsa. Ho vagato per settimane in questo Duna Park senza guardie e con molti ladri, fino a che non mi sono incontrato. Mi sono regalato dei gettoni nuovi, raccolti sulla strada dei sogni incolti e delle inclinazioni tradite. Mi sono guardato senza aver bisogno di uno specchio, fino a trovare un nuovo sentiero. Con il dubbio che, in realtà, sia stato lui a trovare me. Sono finito in una nuova sala giochi. Alle leve, ai pulsanti, ai comandi – questa volta – c’ero io. Ho appreso i primi rudimenti della narrazione. Ho imparato a muovermi tra storie serie e serie che sono storie. Ho preso confidenza con un mondo tutto nuovo, ma che in fondo era già mio. Una volta uscito mi son sentito diverso. Ho cominciato a vedere il mondo a pixel, sorprendendomi, spaventandomi, con il sospetto di non poter più tornare indietro. Come un orologiaio del racconto, ho deciso di onorare mio nonno smontando e rimontando cose, scoprendo ingranaggi, con la prospettiva di un futuro fatto di storie svizzere. Io che sono sempre in ritardo, pure con sogni. Soprattutto con i sogni.

Dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Ho girato tra i chioschi, ho provato sapori diversi, fino a che non mi hanno detto che mi sarei potuto fermare. Lì, in un posto che sapesse di casa. Un posto che, d’ora in poi, chiamerò “casa”. Ho un chiosco tutto mio, e che ogni giorno che passa mi somiglia di più. Come un figlio da crescere tra le gioie e le fatiche, e la benevolenza e le pretese di nonni generosi ma talvolta esigenti. Oggi ho un chiosco tutto mio dove cucinare i miei hot dog, invitare passanti, riposare la notte. La mia vita è una carovana, e la certezza di avere una mia carrozza fa tutta la differenza del mondo. Amo il cuore di chi me l’ha concessa, odio la mia incapacità di capacitarmi da subito di quanto accaduto, di cosa avessi per le mani. Un chiosco, bello e spazioso. Tutto mio. Mio e per le mie paure, le mie speranze, le mie ambizioni da arredare.

Sono stati dodici mesi di piccole e grandi rivoluzioni. Esco dalla stanza degli specchi. Voglio ritrovarmi altrove: in quello che dico, in quello che faccio, in quello che sento. A giudicare dalle stelle, quello appena iniziato sarà un anno di risalita. Scarpinerò, sì, ma verso il cielo. Girovagherò lungo i viottoli di un un nuovo carrozzone itinerante – “2018”, dicono si chiami – ma senza scendere dalla giostra che si muove come me. Come me, sì, ma non con me, per questo dovrò ripensare i miei tempi, rivedere i miei modi. Le stelle sanno, le stelle non aspettano. Mostrerò a me stesso, ai passanti e a tutti viandanti del nuovo Duna Park che so stare ancora in piedi. Anche dopo le montagne russe, il saliscendi di emozioni e di possibilità, di sentimenti e di occasioni che l’ultimo anno ha voluto offrirmi. La gioia della salita, il terrore della discesa. Dal basso ho guardato le cose con sotterranea preoccupazione, dall’alto ho goduto di tutta un’altra prospettiva, ma non con meno timore. Sono montagne russe mendaci, perché travestite da ruota panoramica. Ti mostrano il cielo, ti espongono ai venti, ti fanno vedere tutto quello che c’è, ma intanto ti fanno strabuzzare gli occhi, strapazzare il cuore, frullare la mente da dentro un calderone che era già magmatico di suo.

Ora ringrazio il brucomela degli affetti, famiglia e amicizie che, quando hanno saputo e potuto, mi hanno permesso di placarmi mentre la giostra – vorticosa – non accennava a fermarsi. Ringrazio chi ha saputo parare le mie martellate, che ho sferrato per inerzia e per necessità, ma anche per provare a me stesso che ho ancora tutta la mia forza, mentre il mondo era impegnato a offrirmi poteri nuovi di cui sono ogni giorno più consapevole. Ringrazio chi ha saputo sopportare i postumi di un saliscendi frenetico che mi ha scompigliato capelli e anima, mentre oggi mi arrovello nel mio nuovo mantra esistenziale. Respira di più e meglio, abbi fiducia nel flusso, metti benzina nel serbatoio dei sogni e accenditi davvero. Tra vecchi e nuovi stimoli, tra cicatrici annose e inedite, mi sono diretto all’uscita con l’intenzione di avere più fegato, ma con meno calcoli. Sulla soglia ho ritrovato le storie vere, quelle che – forse – da domani ricomincerò a raccontare, ma senza più azzardarmi ad abbandonare le altre storie. Quelle mie, quelle che forse, nel loro essere fasulle, sono in realtà le più vere di tutte. La sala giochi mi ha insegnato a essere giocatore, non più personaggio. Alla fine della giostra ho trovato quella nuova mano da stringere. Ho cominciato ad accarezzare la sirena, perché se lo merita, e perché in fondo me lo merito anche io. Sulla soglia, poi, ho rincontrato anche il gatto che credevo quasi di aver perso. Lui, animale selvatico che assomiglia tanto al mio creare. Lui, felino aristocratico ma che sa sorprendermi quando e dove serve. Ora sono fuori da quell’amatissimo e fottutissimo Duna Park, in cui tutto cambia forma al primo colpo di vento, in cui la sabbia si muove frenetica e improvvisa per generare nuove possibilità. Saluto le montagne russe, quelle che non dormono mai e che non mi hanno fatto mai russare. Sono uscito stringendo mani, mani che voglio siano quelle giuste. Me ne sono andato con un affanno un po’ più tenue, un respiro più regolare, perché nelle mani e negli occhi ho squame lucenti, e un impeto nuovo di fare bene. E del bene. Ho cammino oltre la soglia, salutato il Duna Park. Ora vado oltre. In tasca un tintinnio. Ho ancora tutti i miei gettoni.

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Chi ama il Natale

Se la prendono tutti con le feste. Dicono che ti obblighino a indossare l’abito buono, a ostentare sorrisi senza fondamenta, a stringere mani non più amiche, a far finta che vada tutto bene. Dicono che ti inducano a recitare nella più squallida delle commedie, a portare delle maschere. Maschere. Proprio quelle che – a voler guardare oltre la nebbia – il Natale e bestialità simili ti costringono a levare. Le feste, a volte, ti mettono all’angolo, fino a farti tirar fuori un’identità che non hai. Ma questa è soltanto la superficie. La gente odia il Natale perché non lo sa capire. Lo considera un grande teatrino. Ipocrita, irreale, commerciale. Io non conosco nessuna verità. Io diffido di ogni presunta verità, soprattutto se assoluta. Ma di una cosa sono sicuro, sì: il Natale, la maschera, te la fa calare.

C’è chi finge di fronte a parenti e amici, chi schiva domande, chi elude risposte. Il fatto è che ognuno ha la sua percezione della festa, ed è quella la vera domanda. È quella la vera risposta. Puoi mentire ai tuoi cari, puoi ingannare familiari e conoscenti di vario grado, ma non potrai mai truffare te stesso. Fuori il teatro, dentro lo svelamento. Chi ama il Natale non è un ipocrita, né un buonista. Chi ama il Natale – a differenza degli altri – ha soltanto la consapevolezza di essere più o meno felice, e di saper cogliere il bello al di là della finzione. Chi ama il Natale lo sa che ogni 25 dicembre rischia di finire su un palco indesiderato, ma sa anche vedere le persone dietro i personaggi del presepe, l’essenziale al di là degli addobbi, le luci – quelle vere – oltre le luminarie artificiali. Chi ama il Natale non è vittima del consumismo. Chi ama il Natale può anche non fare regali: il suo regalo è il Natale stesso, il tempo condiviso, la maschera calata. Perché chi ama il Natale sa vedere quel che c’è da vedere, oltre l’ostentazione di un cinismo che è ormai status symbol. Chi ama il Natale non è un cretino senza spirito critico. Chi ama il Natale si gode la famiglia che c’è e onora quella che non c’è più. Chi ama il Natale ti sorride in faccia oltre la tua patetica finzione. Chi ama il Natale ti incita a scoprire perché sei arrivato a detestare le festività. Chi ama il Natale sa che il Natale è un’occasione. Ché se sei felice va bene così, ma se le luci del centro t’infastidiscono, se innaffi il tuo l’albero soltanto con le lacrime, se sei più cadente tu di quella famosa stella, allora il tuo problema non è il Natale. Il problema sono gli occhi attraverso cui hai osservato gli ultimi trecentosessantaquattro giorni, il modo in cui li hai vissuti. Io, oggi, assolvo il Natale. Lo scagiono. Lo sollevo da ogni responsabilità sul nostro stato d’animo. Il Natale non è una luce di scena. Il Natale è un faro puntato su quello che hai dentro. Il Natale è lo specchio di ciò che sei diventato durante il resto dell’anno. In attesa di quello nuovo. Un nuovo anno. Un nuovo Natale. Un nuovo inizio. I buoni propositi cominciano qui.

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L’elefante e la bambina

A guardarla bene si direbbe che dentro vi sia nascosto un angelo. I suoi occhi parlano di un mondo altro, di un universo parallelo e allo stesso tempo coincidente con quello in cui viviamo. Noi, e l’elefante. A guardarla bene si direbbe che quella bambina sia davvero un angelo, una creatura diversa da tutta le altre. Un corpo da piccina, con una mente semplice e fervida. E dentro, incastonata, un’entità che tutto e niente ha a che vedere con questo pianeta. L’elefante, una bambina così, non l’aveva mai vista. L’elefante, un angelo così, non l’aveva mai neppure sognato. L’animale ha sempre tanti occhi puntati addosso, ma mai e poi mai degli occhi così si erano posati sulla sua pelle dura, sulla sua scorza grigia, su quella corazza che lo separa da un mondo complesso, che lo vuole attrazione, che lo vuole freak, che lo vuole mostro buono, che lo vuole giocattolo. L’elefante, da tempo, non era più una cosa sola con la vita, con la sua spontaneità, con la sua stessa natura. Il circo dell’esistenza lo aveva reso un personaggio, un’anima mascherata da mostrare a un pubblico avido e poco empatico. C’è poca purezza negli sguardi di chi entra sotto il tendone dopo essersi fatto strappare il biglietto. C’è poca comprensione, poco coraggio di ribellarsi di fronte all’ingiusta giostra di uno spettacolo che, alzando il sipario, uccide la vera libertà dei suoi protagonisti. L’elefante è docile, un po’ arreso alle sue sventure. Non accenna segni di ribellione. L’elefante resta sempre lì, sotto quel tendone, ad aspettare che nuove centinaia di occhi si posino su di lui. Ma mai e poi mai si sarebbe aspettato di poter godere di così tanta luce, all’improvviso, scaturita dalle due fessure di quel piccolo volto. Candido. Angelico.

La bambina ha infranto le regole. Con uno scatto piccolo ma efficace, si è allontanata dalla sua famiglia. A fine esibizione, ha approfittato della confusione del momento per correre verso l’animale che le aveva rapito l’attenzione. Stava contando i minuti prima di poter accarezzare quella magica creatura, con il suo sguardo tenero e un po’ sofferente, con quelle zampe giganti, perfette per un abbraccio imponente. Se solo avesse potuto. Se solo avesse potuto, l’elefante avrebbe stretto la bambina in una morsa tenera ed eterna, facendo attenzione a non farle male in alcun modo. Se solo avesse potuto. Se solo non fosse successo quel che poi è successo. Se solo si fossero intesi. Se solo la risonanza tra le loro anime non fosse deragliata come un treno impazzito e fuori da ogni controllo. Se solo. Se solo l’elefante non fosse di nuovo solo, forse, sarebbe di nuovo un animale felice. Nonostante il circo. Nonostante la vita. La bambina ha infranto le regole. Sua madre si è accorta di quel gesto sconsiderato, ma ha permesso alla piccola di allontanarsi un po’ per andare a vedere da vicino quell’enorme ammasso di tenerezza grigia. Durante lo spettacolo l’aveva guardata negli occhi. La mamma della bambina ha sempre avuto un buon intuito, per lei sua figlia è sempre stata un libro aperto. Tra le pagine delle sue sfere verdi e tanto tanto luminose, aveva intravisto la voglia di raggiungere il docile animale, di provare ad accarezzarlo. Di infrangere le regole e di andare dietro le quinte di uno spettacolo che doveva ancora davvero cominciare. Lo spettacolo, quello vero. Quello di un sentimento che va oltre le differenze, oltre le origini, oltre la stazza, oltre la mente. Soltanto gli occhi negli occhi, soltanto la pelle sulla pelle avrebbero potuto decifrare quell’alchimia, darle un nome, decodificarla e farne qualcosa di comprensibile all’uomo. Anima contro anima, a stretto contatto. Per questo sua madre le aveva permesso di andare. Aveva percepito che l’animale non avrebbe rappresentato un pericolo. Anestetizzato dalla sua vita soffocata, non avrebbe mai torto un capello alla sua bambina. E poi si vedeva da lontano quanto quell’animale fosse buono. Così la bambina ha infranto le regole. Le regole di suo padre. Distratto, come sempre, nel suo camminare senza mai guardarsi troppo indietro – e tantomeno intorno -, l’uomo non si è accorto di quanto la sua piccola si fosse allontanata. E la madre zitta, complice, a godersi l’entusiasmo della figlia, che in quell’elefante aveva visto una luce misteriosa. Non si trattava soltanto di una curiosità bambina, ma di un’attrazione fatale, di una risonanza magica, di una collisione di pelli e di arti che non era più evitabile.

La piccola ha sollevato il telo che ancora la separava da quel poderoso elefante. Che impertinenza dividere due creature così. Che cosa indicibile. Ma ormai niente e poi niente avrebbe potuto separarli. Niente, o quasi. Una volta oltre il telo, la bambina ha continuato ad avvicinarsi all’animale, a passo lento, seppur fosse smaniosa di arrivare, seppur non vedesse l’ora di toccarlo, per capire cosa davvero l’avesse spinta fin lì. Il colosso grigio si è subito accorto di lei. Non si aspettava quella visita, ma soprattutto non credeva potesse esistere così tanta leggiadria. Mai e poi mai avrebbe immaginato che tra gli occhi famelici di quel pubblico pagante se ne potesse nascondere un paio come quello. L’elefante si è voltato leggermente verso di lei. Sin dal primo contatto oculare ha scorso qualcosa di indecifrabile. Quella non era una semplice umana. Quella non era una semplice bambina. Quella di lei non era una banale voglia di saperne di più. C’era una chimica innaturale, tra i due, e allo stesso tempo la più naturale possibile. Soltanto che era inaspettata. L’animale ha molti più anni di lei. Ne ha viste di cose, nonostante il tendone del circo sia da tempo una frontiera invalicabile. Ma oramai era consapevole del mondo e delle sue fragilità, delle contraddizioni degli uomini, e credeva vi fosse un tetto, un limite alla bellezza. Se n’era convinto, come in una sorta di triste rassegnazione. A dirla fino in fondo, poi, quella bambina non era neanche la più magnifica di tutte. Ma era magnetica, leggera nel suo saltellare fino a lui, così che, una volta arrivata a un palmo dalle sue zampe enormi, non ha più capito se si trattasse di un sogno o della più favolosa e spettacolare delle realtà possibili. La bambina gli ha sorriso con fare timido, un’altra dimostrazione della sua innata tenerezza. Se solo avesse potuto ricambiare, l’animale le avrebbe risposto con un gesto simile, ma si è limitato a strizzare gli occhi. Occhi che però, tutto a un tratto, sembravano parlare. Sembravano voler dire qualcosa alla bambina. «Ti stavo aspettando», «Dove sei stata fino adesso?», «Da che nuvola sei caduta?», «Ma Dio non si arrabbierà per questa tua improvvisa a avventata trasferta?». L’elefante ha elaborato tante domande dentro di sé, ma non ha mai avuto alcun modo per formularle. La bambina, dal canto suo, si è limitata a rispondere senza sapere precisamente a cosa, persistendo con il suo sguardo inimitabile, uno di quelli che ti lasciano pensare che di meglio, in fin dei conti, proprio non ce ne siano. Poi un altro passo, la collisione, il contatto. L’inizio di qualcosa che sembrava non dover finire, ma che, purtroppo, finirà. La mano era piccina, come si addice a una bimba. Si è appoggiata lieve su quella scorza provata dal tempo e dalla finzione dei giorni. L’elefante si è sentito come un malato che ha appena trovato la sua cura, la sua terapia. La purezza e la leggerezza di quel momento hanno cancellato l’indicibilità di certi giorni, ridefinendo lo stesso concetto di meraviglia. L’animale non scorderà mai quelle sensazioni, certo che mai occhi così si poseranno di nuovo su di lui, sicuro che mai mani così lo accarezzeranno in quel modo. L’animale ha scosso lievemente le orecchie, come a ringraziare, come a esprimere il suo compiacimento. Ha sussurrato un barrito per esternare la sua approvazione. Come a dire: «Ricambierei, se potessi». La bambina ha sorriso, ha sorriso in un modo che sulla Terra non si era mai visto. La piccola ha concentrato tutto lo splendore che è in grado di condensare in quel semplice gesto, durante il quale denti e labbra stavano danzando con una perfezione che imbarazza e che quasi scandalizza. L’elefante si è sentito grato. Dai suoi occhi è scesa una piccola lacrima di gioia. Avevate mai visto un elefante piangere per il bene provato? Si era mai visto un gigante buono divenire così buono, d’improvviso, grazie a una carezza, a due occhi angelici e a un sorriso che sembra venire da un altro pianeta? Ora sì. Ora si era visto. L’elefante ha sorriso a suo modo, con lo sguardo e con il corpo. Era commosso, ha provato un inedito e spudorato senso di appagamento. Non è stato tanto il calore della mano, quanto la verità di quel gesto, a rendere tutto così intenso, così autentico. Così irripetibile. Così irrinunciabile. Così doloroso al solo pensiero di un improvviso addio.

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La piccola mano non ha sprecato nemmeno un secondo. Ha continuato a scivolare, impacciata ma mai incerta, sulla dura pelle dell’animale. L’elefante si è goduto il momento. Stupito, compromesso dalla spudorata e intensa bellezza di quell’istante, ha abbandonato ogni sua difesa, convincendosi che tutto ciò potesse durare in eterno. In quel preciso frangente, sia la bambina sia l’enorme bestia felice stavano desiderando che tutto quel tenero amore proseguisse per sempre. Come se fuori non ci fosse un mondo, come se non ci fosse un marcio con cui fare i conti. Come se i due innamorati non dovessero dar peso alle loro reciproche fragilità, alle loro intrinseche debolezze, come se non dovessero più subire i limiti di chi deve vivere con i piedi e con le zampe per terra. Come se non esistessero più quelle stramaledette regole, quelle che la bambina aveva appena infranto. «Potrei andarmene», le ha detto lei così d’improvviso. «Mio padre potrebbe chiamarmi da un momento all’altro». E il sogno si è rotto, la sfera delle emozioni impazzite è caduta frantumandosi, la magia si è spezzata, l’elefante ha cambiato improvvisamente pelle. Si è fatta più dura, più scorza. È successo tutto in un attimo, in un battito di ali di farfalla. L’elefante neppure si è reso conto di cosa gli stesse accadendo dentro, e di come stesse inconsapevolmente per reagire. L’animale aveva imparato qualcosa della lingua degli uomini, e le parole di quella bambina avevano finito per aprirgli dentro una piccola ferita. Di fronte a tanta bellezza e lievità, l’idea di rinunciarvi, l’idea di un distacco, era qualcosa di realmente inaccettabile. L’elefante non lo avrebbe sopportato. Mai e poi mai avrebbe voluto perdere il contatto con quella bambina, porta per un mondo diverso, per una pura autenticità che mai prima aveva toccato. L’elefante non voleva tornare ai suoi giorni fissi e tutti uguali, tra spettacoli che non sono suoi, di fronte a occhi famelici e mai amorevoli. Mai così. Mai come i suoi. Mai come gli occhi di quella incredibile bambina. È per questo che ha ruotato leggermente il capo, finendo per sfiorarla con la proboscide. Un gesto inatteso, da entrambi, dettato dalla paura di perdere l’amore per colpa di una chiamata dall’esterno, e dell’obbligo che la bambina sente di avere nei confronti del suo genitore. Il gigante buono non voleva spaventarla, ma ha finito per riuscirci, creando un primo insormontabile confine tra sé e la piccina. La bambina non si aspettava una mossa del genere. Fino a quel momento aveva creduto di avere a che fare con una creatura tenera, fino all’inverosimile, perfetta anche nei suoi difetti. Spaventosa perché grande, ma immensamente buona. Sorpresa e impaurita ha fatto un piccolo ma fulmineo passo indietro. L’elefante era dispiaciuto. Lui voleva soltanto capire, di certo non metterle paura. Ha avuto soltanto l’insopportabile timore di doverla salutare presto. Ma qualcosa era già cambiato. La bambina stava già indossando altri occhi, come se ne avesse un secondo paio in stanca. Occhi diversi, meno lucenti, intrisi di dubbio e di rammarico. È bastato un attimo per farle cambiare sguardo. Le due sfere verdi sembravano voler dire qualcosa di molto meno gradevole, come se il docile animale di fronte a lei si fosse improvvisamente trasformato in un mostro. Ma se solo lei avesse capito, se solo i due avessero potuto parlare la stessa lingua, se solo non si fossero riaperte certe vecchie e innominabili ferite in quella bellissima e fragile bambina, ora la piccola umana e l’enorme animale sarebbero ancora una cosa sola. La chiamata del padre non era mica arrivata, eppure l’idillio si era già spezzato. Come accade a uno specchio che precipita dall’alto, l’impatto col suolo è stato rovinoso, definitivo, nonostante le attese. Non era prevedibile che finisse così, non in quel modo maledetto. Per la proboscide di un elefante innamorato che, muovendosi in un sussulto di terrore, ha urtato inavvertitamente il capo di una piccola bambina. Nello sguardo dell’animale c’era stampato un profondo dispiacere, anche se si sentiva enormemente frustrato per non essere stato capito. L’incomunicabilità tra i due ha reso impossibile qualsiasi potenziale risoluzione. Quel passo indietro ha allontanato gli arti e le pelli. Il contatto si è perso, la magia svanita. L’elefante si è mosso verso di lei, barrendo con decisione, come a dire: «Non te ne andare, non è come credi». La bambina era terrorizzata. Dagli occhi stavano sgorgando le prime lacrime, dopo il rossore, dopo il malinteso. Il fraintendimento ha dato il via a una catena di piccole e grandi follie, gesti improvvisi e sconsiderati da ambo le parti. Invece di scappare, la bambina, mossa dalla paura più estrema e dal ricordo di quei traumi inenarrabili, ha preso la direzione opposta all’uscita e si è avventata sulle zampe posteriori dell’animale. Come una gattina impazzita, ha irrigidito e digrignato le manine mettendo in mostra le unghie, corte ma inspiegabilmente taglienti. La pelle dell’elefante non sembrava più poi così dura, come se le difese interiori, oramai inesorabilmente cadute, avessero ammorbidito la scorza, aprendo la strada a un dolore improvviso e che sa tanto di condanna. La bimba si è accanita sull’animale. Le zampe erano enormi, sì, ma sensibili come forse mai erano state. L’animale ha barrito con forza e docilità, come a dire: «Fermati, non c’è bisogno di fare così!». Ma la piccola non sentiva ragioni, e non le avrebbe sentite nemmeno se avessero parlato la stessa lingua. Le unghie hanno proseguito la loro guerra a senso unico – e comunque senza senso -, continuando a far patire tanta e inutile sofferenza a quell’enorme monolite grigio. La bambina ha spinto i suoi finti artigli sempre più dentro la pelle di lui, fino a che, senza ragione alcuna, l’elefante ha cominciato a sanguinare. Il suo barrito si è fatto sempre più potente, la bambina sempre più spaventata e allo stesso tempo più aggressiva. Alla violenza del suo gesto ha corrisposto la reazione dell’animale, in modo quasi chirurgico nel suo essere proporzionale, in una corsa verso il peggio e verso un doloroso e indesiderato addio. L’elefante non ce l’ha fatta più a subire tanta violenza, anche perché non la riteneva per niente giusta. Lui aveva soltanto paura di perderla, e la sua reazione, per quanto inaspettata, non era stata capita. Ed ecco il tremendo risultato: una bambina inferocita che sfoga la sua frustrazione su un gigante buono, dimenticando del tutto quanta dolcezza avesse scorto nei suoi occhi fino a un attimo prima. Il dolore si era fatto insopportabile, così l’animale ha barrito con grande decisione. La bimba ha fatto due passi indietro, è scoppiata in lacrime, ha gridato. Era delusa come non mai. L’elefante ha capito di aver esagerato, ma d’altronde le unghie della piccola si erano trasformate in coltelli. Così, senza un perché, come se entrambi fossero vittima di un sortilegio il cui scopo fosse dividerli per sempre.

L’elefante ha letto lo sgomento e il terrore negli occhi della bambina, oramai certo che gli splendidi e indescrivibili sorrisi degli inizi nascondessero una verità impossibile da prevedere. Una fragilità che va oltre ogni pronostico, provocata da un male del tutto ignoto. L’angelica bambina nascondeva un lato oscuro per il quale non ha mai avuto colpe, ma che l’ha resa ugualmente colpevole dell’inutile dolore provocato all’animale che, abbagliato da tanta luce, non era riuscito a vedere oltre i confini di quel mondo incantato e inedito che gli si era parato davanti con così tanta fretta e senza preavviso. Ma la bambina era vittima del suo stesso terrore. L’empatia a puttane, l’intesa ridotta a un illusorio ricordo. I modi dell’elefante erano oramai diventati il capro espiatorio per argomentare una fuga imminente. Ma l’animale ha deciso di provare a salvare il salvabile, in nome dell’amore che li aveva fatti trovare e poi uniti. Ha direzionato il corpo interamente verso di lei, per guardarla negli occhi strizzando le sue grandi sfere nere, come aveva fatto all’inizio, ma questa volta con la proboscide spenta e le orecchie basse. L’animale ha flesso le zampe posteriori, nonostante i lividi e gli scorticamenti. Era un inchino quello che l’elefante stava mostrando e dedicando alla bambina, alla sua piccola dea fuori dalla grazia di Dio. Era un gesto estremo e compassionevole, intriso di affetto, di rispetto. Non ha avuto paura di umiliarsi, neppure quando dagli occhi gli sono scese altre lacrime, stavolta copiose, non più per la commozione, ma per il dolore e per il dispiacere. La bambina l’ha degnato di uno sguardo, uno soltanto: quello di chi è già altrove, di chi non riesce più a sostenere quello scambio di azioni e di reazioni, perché vittima delle sue fragilità infantili. Poi ha voltato i tacchi delle sue scarpette e se n’è andata correndo, certa che quell’energumeno grigio, in fondo, non fosse che una bestia come tutte le altre. Come se si fosse illusa, come se non ci avesse capito niente di quella belva lì. Di quale fosse la sua reale, tremenda e terrificante natura. Poco importano i contatti degli inizi, poco importa la chimica irrazionale e potente che si era da subito rivelata. Poco importa il ricordo di un amore vero che le assurdità del presente stavano minando dalle fondamenta. Tutto è stato cancellato, tra uno sfioramento di proboscide e un accanimento di unghie. La bambina non ha capito quanto l’elefante l’amasse. E in un attimo, per paura, ha dimenticato pure quanto lei amasse lui. Ed eccolo di nuovo solo, sotto quel tendone, al di là un telo che non gli fa vedere cosa c’è oltre, costretto a mettere da parte tutto, come se dovesse improvvisamente rinunciare a una parte di sé, perché con quella mole, di correrle dietro, proprio non se ne parla. Una mole che forse aveva rappresentato un problema sin dall’inizio, perché fonte di disparità, di timore. Di paura, da ambo le parti, di non essere all’altezza. Infine l’elefante ha barrito, ha barrito ancora. Ha gridato, pianto, tutto nella sua lingua. Ma nessuno poteva capirlo. Nessuno poteva più sentirlo, neppure quella fanciulla ormai lontana, corsa tra le braccia di suo padre, mentre la madre la guardava sgomenta perché sicura che sarebbe andato tutto bene. Ma così non era stato. D’altronde anche gli elefanti hanno paura. D’altronde lei era un angelo, sì, ma pur sempre intrappolato dentro una bambina.

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Questo racconto l’ho scritto due mesi fa. Non so più se sia l’esatta metafora di quel che è successo. Probabilmente è soltanto una verità parziale, forse la meno dolorosa. “L’elefante e la bambina” è il vostro racconto di fine estate. Anche perché è gratis. Offro io. Con le cicatrici e tutto.

Per Ermo

Non ricordo bene come ridevi. È come un vuoto, una macchia invisibile, un tassello mancante in mezzo a un groviglio di ricordi ancora vivi. E vividi. Ricordo cosa ti piaceva, però. Ricordo che ridevi di fronte a Tom & Jerry, anche se non ricordo come. Ricordo che ti piaceva andare a caccia, anche se questa cosa ci faceva battibeccare. Ero alto ancora un metro e quaranta, e ti rispondevo che io, quando giocavo a basket, non ammazzavo mica i canestri. Eravamo diversi, io e te, ma uguali nella nostra comune natura di voler fare quello in cui crediamo. Ti chiamavano “fatigòn”, ma era un nomignolo infame. Tu hai sempre lavorato. Semplicemente non eri fatto per la zappa, tu, ma vallo a spiegare a chi, della Terra con la “t” maiuscola, conosce soltanto la terra con la “t” minuscola. Non eri fatto per la zappa, per questo hai cercato fortuna tra la gente, nella città che pulsa e che regala occasioni, lontano dai saliscendi della campagna, dove un giorno un problemino alla bici ti ha fatto cadere, trasformando Ermo nel famigerato “Sensafréno”, e ha fatto sì che al tuo passaggio la gente ti guardasse dicendo “Eccle, è arivàt el matt!”.

Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo a memoria le storie tratte dalle tue molte vite. Ricordo quella in cui partivi in treno, solo, di mattina, per andare a vendere le uova nella grande Roma. Monteverde ti è rimasto dentro, in quella città che chiamano eterna. Eterna, ora, un po’ come te. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo quanto amassi il miele, i racconti sulle api di tuo zio e la vita in cui tu stesso hai imparato a smielare. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo che hai suonato alla Rotonda per sostituire un batterista ammalato. Ricordo che sei stato il re delle serate al Ragno Verde. Ricordo che hai fatto la barba ai militari. Ricordo la tua soddisfazione nel raccontarmi come il tuo mentore-orologiaio ti avesse detto “Ma allora tu si fà!”, un po’ sbigottito, nel vedere quanto tu, ancora garzone, fossi portato per la difficile arte di aggiustare il tempo, tu che a un certo punto hai cominciato a vivere in un tempo sbagliato in cui tutto viene vissuto come fosse ieri.

Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo le tue parole storpiate. Tu non sai quante volte ho “sentùto”, io, del “Carnovàle” e delle altre cose di cui amavi parlare. Non ricordo bene come ridevi, ma ricordo la tua poca fretta nell’alzarti la mattina, ed è qui che capisco che sono davvero tuo nipote. Ricordo le poesie bambine che ti scrivevo da piccolo, quando ti dicevo che “Caro nunìno tu sei molto carino”. Tra i fumi della memoria ricordo anche qualche viaggio con te che guidavi la tua vecchia Uno, di cui hai chiesto notizie per lungo tempo. Ricordo le foto di Monteverde che ho scattato per te. Ricordo te e il tuo bastone, sulla pedana, lì in cantina, a fare il direttore artistico di mille e più vendemmie. Ricordo tutto, tranne come ridevi. Ricordo a memoria le storie tratte dalle tue molte vite, quei racconti resi interminabili dalla malattia, ma che per me rappresentano tuttora dei piccoli tesori. Distillati di vita da bere a piccoli sorsi, piccoli e continui. Chissà, ora, quale di quelle vite tu stia vivendo. T’immagino a vendere le uova agli angeli, a fare il miele con le api del mondo di là, a suonarle alla morte con la tua batteria, a fare la barba ai santi con un rasoio tutto nuovo, a dimostrare al Cielo intero che “allora tu si fa’” davvero a riparare gli orologi, anche lì dove il tempo non conta e non si conta più. Dove tutto va avanti un po’ così, “alla marinara”, tra un cartone di Tom & Jerry e le lancette dell’eterno ancora ferme lì da sincronizzare.

Non ricordo bene come ridevi, ma ripensando a te piango e sorrido, sorrido e piango. E all’improvviso un lampo, l’immagine ferma della tua risata. Il suo suono lontano. Il ricordo che torna. Il tuo orologio che riparte perché in fondo, io lo so, non si è mai fermato davvero. Uno come te non l’avrebbe mai permesso.

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Sex Criminals 1

C’era una volta Simone Celli, quello che scriveva sempre di fumetti. Simone Celli c’è ancora, ma di fumetti, oramai, scrive davvero molto poco. Troppo poco. Ogni tanto ci mette una pezza. Ogni tanto tipo qualche giorno fa, quando ha rinfrescato la sua ormai pluriennale collaborazione con Comicus.it con la recensione di Sex Criminals 1. Qui tutte le altre cose da lui scritte per il suddetto sito. Lui, Simone Celli. Che poi sarei io, e che farei meglio a scrivere più spesso di fumetti. Così non avrei più il tempo di scrivere di me in terza persona.

sex criminals 1– CLICCA QUI PER LEGGERE LA RECENSIONE –