Birdman

BirdmanAveva le ali, ma poi il suo volo ha perso lentamente quota. Lui era un attore acclamato, una di quelle stelle dei cinecomics come oggi ce ne sono tante. Robert Downey Jr. e Jeremy Renner sono soltanto due dei nomi che potremmo chiamare in causa, ma arriveremmo tardi: a citarli ci ha già pensato Alejandro González Iñárritu, sfottendo con garbo un intero genere. Quello dei supereroi sul grande schermo, a cui Birdman ammicca tra una presa in giro e l’altra. La scelta stessa dell’attore protagonista rappresenta il colpo di genio di un film che, nonostante alcune pecche, è di per sé geniale. Capostipite dei vigilantes cinematografici dell’era moderna, Micheal Keaton ha vestito i panni di Batman nei due apprezzati film di inizio anni ’90 griffati Tim Burton. E’ lui che ha “affrontato” il Joker di Jack Nicholson, molti anni prima che Christian Bale rinnovasse l’eroe nerovestito ed Heath Ledger – prematuramente scomparso e mai dimenticato – rivoluzionassero la figura del pazzo criminale travestito da clown. La genialità dell’aver scelto Keaton sta tutta nella parabola discendente del personaggio di Riggan Thompson, alias Birdman, da lui interpretato. Un attore acclamato, appunto. La stella (cadente, anzi caduta) dei cinecomics in cerca di riscatto. Un personaggio che sembra essere la metafora della carriera dell’attore chiamato a prestargli anima e corpo. E le analogie non finiscono qui. Nel film, l’anno dell’ultimo capitolo della saga di Birdman interpretato da Thompson (1992) corrisponde a quello dell’ultimo Batman di Keaton, il cui percorso è poi proseguito tra le periferie hollywoodiane, in una serie di saliscendi tra ruoli spesso di secondo piano, fino alla candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista proprio per Birdman. Ma per la statuetta non c’è stato niente da fare. Un volo mancato, anche se lui e il suo ultimo film le ali le hanno eccome.

Lo dimostrano i quattro premi che la pellicola ha comunque incassato durante l’ultimo red carpet. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia: il gioiellino di Iñárritu ha fatto letteralmente incetta dei riconoscimenti più importanti dell’ultima stagione cinematografica. Quello da lui diretto è un lucido delirio che corre imbizzarrito sul filo del surreale. Ma è soprattutto un esercizio di tecnica sopraffina, un tripudio di movimenti di macchina davvero da manuale e di recitazione eccellente. Complici anche i bravissimi Edward Norton ed Emma Stone, ripescati dal calderone dei supereroi in pellicola – rispettivamente hanno interpretato Hulk e Gwen Stacy, la ragazza di Peter Parker/Spider-Man, in produzioni tutt’altro che memorabili – come a dimostrare che bastano un buon copione e una regia un po’ più audace per far esplodere al meglio le capacità drammaturgiche degli attori in scena. Come a ribadire che i veri eroi del cinema non hanno bisogno di maschere e di muscoli in computer grafica.

Intanto il pianosequenza non molla mai la presa. La camera è mobile e mai scontata, mostrandosi capace di tutti i piccoli e continui adeguamenti necessari per dare la giusta profondità a ogni singolo gesto o movimento. Un continuum visivo che spiana la strada a una storia che però è un po’ troppo avara di scossoni. La sceneggiatura ha vinto un Oscar più che meritato, ma più per i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi che per lo sviluppo della trama, sostanzialmente incentrata sul desiderio di rinascita di un uomo dall’ego smisurato quanto ferito. Il film si può leggere in più modi. I temi trattati sono tanti, vividi, attuali e ben districati. L’unica pecca, appunto, è l’andamento un po’ monocorde della storia, che tenta di rimediare con un finale che cerca la tragedia e lo straniamento di chi guarda. Forse senza nemmeno riuscirci. Ma resta quel trionfo assoluto della tecnica, preziosa e luccicante. Un esempio di cinema matrioska che, con la scusa di aver (ri)scoperto l’intensità del teatro, ne approfitta per parlarsi parecchio addosso, ammiccando sarcastico al mondo dei supereroi di celluloide e alla Hollywood del blockbuster a tutti i costi.

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Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Non mi cambierete per una nocciolina

Non mi cambierete perché convinti del vostro credo. Non mi cambierete perché la frenesia vi ha ucciso il buon senso. Non mi cambierete perché il dogma prevale sul rispetto. Non mi cambierete perché la vostra bolla ha pareti troppo spesse. Non mi cambierete, perché non sapete cosa dite. Non mi cambierete perché non dite ma poi esigete comprensione. Non mi cambierete perché volete la ragione quando per voi la ragione è un optional. Non mi cambierete, perché siete infelici e vi si legge in faccia, e io non ho nessun interesse a diventare come voi. Non mi cambierete senza il mio consenso: sono il guardiano di me stesso, e sono piuttosto severo. Non mi cambierete con le urla. Non mi cambierete con i gesti assurdi. Non mi cambierete per così poco. Non mi cambierete per una nocciolina. Le uniche noccioline che mi possono cambiare sono quelle di Schulz, e voi non siete Schulz. Il mio cambiamento è sempre pronto, parcheggiato ma con il motore sempre acceso. E’ che il mio cambiamento vale molto di più, molto di più di quella vostra nocciolina. Il mio cambiamento ha un prezzo, e voi non ve lo potete permettere.

Non mi cambierete per una nocciolina

C’ho visto anche il mare

Che oltre questi binari, io, c’ho visto anche il mare. E c’è voluto un bello sforzo, a immaginarmi le onde oltre tutto questo sferragliare. Lo stesso sferragliare che le prime notti, no, non mi ha fatto dormire. Ce ne sono volute un paio per abituarmi a tutto questo incrociarsi di treni, in arrivo o in partenza da Lambrate come se questo quartiere, così grigio ma anche così vivo, fosse il centro del mondo. Ma no. Lambrate non è che un porto di mare in cui si viene per studio o per lavoro. Sarà per questo che io c’ho visto anche i pesci e la spuma della salsedine. Io, per interposto personaggio. Io che c’ho ambientato un romanzo, in questo circondario che ora sto per lasciare. E ci lascio ricordi indelebili. Di bottiglie di plastica conservate per colpa di un vuoto che non potevo conoscere. Di scatole di un cioccolato speciale che non getterò mai. Di una rosa rimasta per mesi a morirmi addosso, ma da cui sto per separarmi soltanto adesso. Io non ce la faccio ad abbandonare le cose senza lasciarci sopra un pezzo di cuore.

c'ho visto anche il mare

Anche adesso lo sento gridare, col suo lamento antico ma che sa comunque di futuro. Il 23 è un tram dall’animo vecchio, ma fa gli stessi versi di un animale ancora ruggente. E anche adesso lo sento gridare, anche adesso lo sento ruggire, mentre torna alla sua tana per l’ultima volta prima di una nuova notte. Io lo sento, il 23, ed è da un po’ che lo sento. Così come sento i suoi passeggeri, portatori sani di storie che ho provato a derubare in silenzio. Ho provato a entrare dentro di loro. Sono il ginecologo delle loro anime.

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Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Le casse d’acqua portate a casa col carrello della Lidl. Le corsette a guardar più culi che asfalto. E i cani, quanti cani in questo quartiere di bipedi sempre così di fretta. Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Di Milano nemmeno parlo. Io e lei abbiamo ancora due o tre conti da saldare. E potrebbero volerci mesi, anni, forse una vita. Intanto mi prendo una pausa. Intanto porto i saluti dei culi, dell’asfalto e dei cani all’altra mia città. Quella da cui provengo. Che oltre i suoi binari, io, c’ho visto anche il mare. Perché lì il mare c’è davvero. E mi sta aspettando a onde aperte.

Non siamo ancora pronti

Ché se anche il mare ancora sonnecchia un motivo ci sarà. Il mare, lui. Con la sua spuma latente. La sua voglia di devastarci i corpi e le anime. Quelle anime che un tempo erano candide, ma che quello stesso tempo, di giorno in giorno, ha reso un po’ meno pure.

A dirlo è l’aria che abbandona di getto la bocca. Le parole che escono, i pensieri immessi nell’atmosfera, di sfogo e di prepotenza. A dirlo sono i nostri occhi, puntati più sul pavimento di un lungomare desolato e desolante che verso il cielo. Più sulla solita terra che verso il mare. Ché se ancora sonnecchia un motivo ci sarà. Significa che non siamo pronti a riprenderci le nostre vite. Significa che non siamo pronti per la bellezza di tutto quel sole. Significa che non siamo ancora abbastanza fermi, calmi, non abbastanza restii all’inquietudine per poterci stendere su di una spiaggia accogliente.

Per ora i sassi si alternano ai ciottoli, ai rami secchi, ai rifiuti di un inverno che a tratti fa ancora capolino. La sabbia sembra un po’ più propensa a fagocitare i nostri corpi e le nostre anime. Di certo il mare è lì, che come sempre ci attende. Di certo c’è che noi, ancora, siamo dei pedoni nomadi sul lungomare della nostalgia e delle prospettive latenti e latitanti. Fuori, tra le nuvole e il vento che non concede scampo né scampoli di primavera, si susseguono i cartelli Affittasi di case tutte da riempire. Un po’ come noi. Un po’ come i nostri corpi e le nostre anime. Noi che non siamo ancora pronti per la bellezza di tutto quel sole. Noi che quel sole lo aspettiamo già da un po’.

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La grande bellezza

La grande bellezza

L’infelicità nel suo vestito migliore. In un certo senso, l’insostenibile leggerezza dell’essere. Dell’essere mondani, e non. Dell’essere uomini e donne senza più un perché.

Mai dire regista. Sorrentino è un esteta e un romanziere per immagini, anche se la trama è quasi immobile eppure densa di significato. La grande bellezza è un trattato visivo, potente e pieno di senso su un’umanità che invece un senso non sa più darselo, vizio e difetto di fabbrica di una specie che si veste a festa senza avere più alcuna festa dentro di sé.

Toni Servillo è Jep Gambardella. La sua ironia è forbice e acido. Taglia e corrode, la sua lingua di scrittore al tramonto, di anima sola al di là dei party affollati e dei trenini senza destinazione. E’ lui il protagonista, il Cicerone tra le macerie di una “Roma bene” che però non sta bene per niente, in un film dilatato oltremodo in cui la fotografia vale di per sé un Oscar, sostituendosi alla trama con un gioco di prestigio.

E poi il mare dagli occhi

La risposta in un bacio. La risposta nel mare dagli occhi. La risposta in un bacio, ché gli incastri non nascon mica sempre perfetti. Ché gli incastri, a volte, sono pura utopia. Ché gli incastri, a volte, non esistono proprio. Sono mera illusione, aspirazione dal tintinnìo celestiale, visione angelica. Miraggio. Ma il bacio no, il bacio esiste, e con lui la sua risposta. Quella che sta in un bacio, e nel mare dagli occhi. Piovuto subito prima, piovuto nel mentre, piovuto ancora un po’ più tardi.

Ho capito che il cuore non ci sta a farsi imbrigliare dentro le impalcature. Ho capito che il cuore non si controlla, e che è il cuore in realtà a controllare noi. Ho capito che il cervello ci mette del suo, cerca di dominare il gioco con la sua consueta prepotenza. Ma ho capito che c’è poco da starci a pensare. Ho capito che così deve andare, e che è così che va. Ho capito che il mondo gira, e noi con lui. Ho capito che il senso delle cose sta tutto nella risposta nascosta in un bacio, nascosta nel mare dagli occhi. Vedevo nero. Ci vedevo nero, tanto nero. Vedevo il sentimento incancrenito, i battiti spenti tenuti in vita da una macchina che altro non è se non una convenzione sociale. Ma la risposta in un bacio e nel mare dagli occhi mi hanno fatto capire che mi sbagliavo. Vedevo nero, e forse vedo nero anche adesso. Ma ieri uno spiraglio di luce. Ieri uno spiraglio di bianco. Ieri la risposta in un bacio. La risposta nel mare dagli occhi.

Cambia lo scenario e con lui il colore. Il treno mi ha riportato verso le terre del dovere. Il treno mi ha riportato lontano da quel bacio e da quel mare. E la mente va. La mente va ad altri baci e ad altri mari. A fotografie rubate al destino, tenute nascoste come fossero il più grande tesoro. Al centro, capelli scompigliati dal vento e sguardi tremendamente accesi. Sguardi vivi, di vita vera. E so che troverei la risposta in un bacio. So che troverei una risposta anche nel mare dagli occhi. Ma ho capito che si piange di gioia e non di dispiacere. Ho capito che una moglie può far piangere il marito con un filmato a sorpresa. Ho capito che ci sono gioie che vanno vissute. Bisogna prima riscoprirle, dopo che si sono incancrenite nei giorni più neri, ma mai scalfite, mai cancellate. Sono sempre lì. Basta la spinta giusta. E poi un bacio. E poi il mare dagli occhi.

Ho imparato che vedevo nero, e che forse vedo nero anche adesso. E ho imparato a non dare giudizi affrettati, anche laddove vedo il male più oscuro, perché forse quel male non c’è. Spesso l’amore si annida sul fondo dei nidi. Spesso l’amore s’incrosta sul fondo delle nostre padelle. Ci appoggiamo nel lavandino e non ci laviamo più. Eppure basterebbe un bacio, basterebbe lavarsi con un po’ di mare dagli occhi. Basterebbe così poco. Eppure, se penso a me, penso a una lezione uguale e contraria. Eppure, se penso a me, so di essere l’attore non scritturato di uno squallido spettacolo. Figurante tutt’altro che figurato, che figurati se non me n’accorgevo che era tutto un teatrino. Nella terra del dovere la mente si stanca senza una vera ragione, a sbollattarsi qua e là mentre c’è chi costruisce il suo impero sulle nostre ossa. Mentre il cuore batte, ma è un battere sempre più stanco. Ho imparato una lezione uguale e contraria. Che bisogna imparare a spendersi soltanto per chi ci vuole veramente comprare. Che voglio rispondere soltanto ai baci, e al mare dagli occhi. Non so, però, se abbasserò questo mio scudo. Forse non voglio. Forse so semplicemente che non devo. Forse, anzi sicuro, credo proprio che non l’abbasserò.

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