Segreto come il sole

Diario. Un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Io ho perso il senso. Ho perso il senso del mio diario. Perché un diario è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Non una vetrina.

Da oggi scriverò. Scriverò ogni giorno, tranne nei giorni pari e in quelli dispari. Mi sto impegnando a scrivere qui dentro tutti i giorni. Tutti i giorni in fila. Uno dopo l’altro. Saltandoli tutti. Perché non ho bisogno di impegni, ma di stimoli. E io lo voglio. Io voglio scrivere qui dentro. In questo diario virtuale. Che è un diario, cazzo. Una cosa che si aggiorna. Un flusso. Una continuità verbale. Il mio diario, segreto come il sole in cielo. Io che sono un uomo in vetrina, sì – una vetrina stretta -, ma che non lo fa per esporsi. Un uomo, in vetrina, sì, che ha soltanto uno smodato bisogno di raccontarsi.

Segreto come il sole

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Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Buoni spropositi (2)

Caro LetaMario,
saranno le moke anarchiche, oppure la caffeina che mando giù nelle piccole e grandi occasioni. Sarà quel che sarà, ma sento il nuovo anno che mi vibra dentro. E dire che secondo qualcuno sarà l'ultimo. Sarà per questo che mi appresto a viverlo proprio come se lo fosse? Freno a mano non più tirato. Un Io ci sarò alla Piero Pelù. A prescindere da tutto. A prescindere da tutti. E non saranno soltanto parole. Il 2012 è degli entusiasti. Non sarà. E'. Perché il 2012 vibra già. Nelle mie corde oppure no non fa alcuna differenza.

Anni. La fine di questo mi ha colto sul fatto. Il fatto era che non lo stavo vivendo. Non più. La fine di questo è un messaggio dall'alto, anche se alla fine tutto nasce dal basso. La fine di questo è un'insegna luminosa che m'insegna che senza luminosità non va. E non si va. Da nessuna parte. Che a parte la parte dell'attore, sotto c'è una persona e pure un po' sopra. Alla fine tutto nasce dal basso, sì. Recito un me che me non è. Sono sempre io, ma non per questo sono io sempre. La fine di questo mi vede dentro una stanza di vetro. Lucido le pareti e vedo un fuori. Vedo un fuori e mi accorgo di non poterlo toccare. Spingo appena il muro. Si sposta. Capisco che il vedere non mi basta più. Ora devo toccare. Ora devo vivere. Esco.

Il complemento oggetto è la più grande menzogna. Non c'è niente in particolare che io toccherò. Non c'è niente di specifico che io vivrò. C'è il tutto, ed è il mio minimo sindacale. La minima cosa che sono disposto ad accettare per il mio futuro prossimo. Il tutto. Non avrò più paura de miei buoni spropositi. Ho smesso di fare sconti a chi non ne fa a me. Guarderò avanti senza smettere di guardarmi intorno. Farò sorrisi in circo-stanze di vetro, in un eterno spettacolo in cui le fiere siamo noi, e i domatori ingoiano fruste a mezzanotte come fosse lenticchia. Fiero di esser fiera alla fiera del West. Lontano ma vicino. E incredibilmente selvaggio.

Ho le vene che mi pulsano. Tutto scorre. Con la s o senza non fa più differenza. E' inutile. Gli orologi non hanno freni, e da oggi nemmeno io. E' una battaglia persa, e in fondo un'amicizia mancata. Prendo il tempo a braccetto senza dirgli niente di che. Nessuna parola di riavvicinamento, nessun armistizio da firmare. Non gli chiedo quanto ne ce n'è ancora per me, ma gli prometto che sarà sempre e comunque il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Non c'è fretta, se non quella di ritrovarsi. Senza percorsi emozionali, senza trascorsi emozionanti. Solo io e la mia idea di me. Mi guardo. Mi fulmino. Mi cambio. Buon anno.

Vinco la mia lotteria istantanea di Capodanno. Non aspetto nemmeno l'estrazione. Estraggo il nido di vespe urlacchianti che mi si è formato dentro. Non lo brucio. Lo tiro fuori e lo lascio andare. Mi tiro fuori e mi lascio andare.

Firmato,
l'ape Maya

Nel paese delle merdaviglie

Nel paese delle merdaviglie le cose all'insù sono tutte un po' all'ingiù. Nel paese delle merdaviglie i sorrisi durano il tempo un flash, che la foto del minuto dopo è già intrisa di amarezza. Nel paese delle merdaviglie le frustrazioni si scaricano sugli altri. Nel paese delle merdaviglie i water si rifiutano di fare il loro sporco lavoro. Nel paese delle merdaviglie il passato è un coltello rigirato nella piaga. Nel paese delle merdaviglie il presente è nebbia mentale. Nel paese delle merdaviglie il futuro è una promessa senza grandi premesse. Nel paese delle merdaviglie ci sono silenzi che gridano fino a spaccare i timpani. Nel paese delle merdaviglie ci si ammala nell'aria e nelle sinapsi. Nel paese delle merdaviglie confidi un malessere, ma poi ti spalano merda in faccia. Nel paese delle merdaviglie la buona fede diventa malafede. Nel paese delle merdaviglie il carisma è una colpa, pure quando non c'è. Nel paese delle merdaviglie si cova tutto dentro, nel nido del rinfacciamento a posteriori. Nel paese della merdaviglie non si parla quando è ora, ma solo quando il tuo interlocutore è già affranto da qualcos'altro. Nel paese delle merdaviglie le feste sono svuotate dal vuoto interiore degli altri, così come dal correre di una vita che non conosce freni. Nel paese delle merdaviglie ci sono cani che non mangiano abbastanza, ma una pezza ci se la mette di sicuro. Nel paese delle merdaviglie i problemi hanno un cuore, ma si fa caso soltanto alla milza. Nel paese delle merdaviglie si cambia casa per cancellare i sentimenti, come se il domicilio fosse una pagina nuova su cui scrivere. Nel paese delle merdaviglie ci sono capodanni che dovrebbero assomigliare di più a una vendemmia: un bel gioco dell'uva e non se ne parla più. Nel paese delle merdaviglie i condizionali sono reato, e l'accusa è che il tuo essere indeciso stravolge gli equilibri di un mondo e mezzo (o così dicono). Nel paese delle merdaviglie se passi all'indicativo sta sicuro che ti danno del tiranno, visto che poco ci manca già con il condizionale. Nel paese delle merdaviglie si argomenta con aneddoti che risalgono a Carlo Magno. Nel paese delle merdaviglie se dormi con la tua ex sei un approfittatore. Nel paese delle merdaviglie le verità pensate le si racconta ridendo, ma fanno male lo stesso. Nel paese delle merdaviglie cerchi un "full" di serenità, poi nel giro di due o tre ore scopri che nessuno ha capito un cazzo di te. Nel paese delle merdaviglie si confondono i favori con l'uccisione della privacy. Nel paese delle merdaviglie fai del bene, ma poi ti rinfacciano di aver fatto il male. Nel paese delle merdaviglie le opinioni cambiano a seconda del vento. Nel paese delle merdaviglie non ce n'è uno soddisfatto, o la località avrebbe di certo un altro nome. Nel paese delle merdaviglie non trovi il tempo per leggere nemmeno quando sei in ferie. Nel paese delle merdaviglie essere possibilisti significa gettare le basi per una manipolazione di gruppo. Nel paese delle merdaviglie esprimere un'opinione senza imporre nulla è mancanza di flessibilità. Nel paese delle merdaviglie c'è chi l'ultimo dell'anno si vuole svegliare dal suo torpore, e se non sei d'accordo sul "come" allora ti parlano alle spalle. Nel paese delle merdaviglie le palle che contano non sono quelle degli occhi, quelle in cui ci si dovrebbe guardare, ma quelle altre che fanno tanto uomo, da misurare col goniometro di fronte a una scala mancata. Nel paese delle merdaviglie c'è chi scopre le sue carte solo di fronte ad altre carte. Nel paese delle merdaviglie ci sono amici che distinguono tra pastori e pecore, dimenticandosi che è comunque di amici che si sta parlando. Nel paese delle merdaviglie si vedono spesso gli altri come degli strafottenti di serie A, ma il problema è che qualcuno a casa ti aveva messo in testa di non essere più che un dilettante. Nel paese delle merdaviglie ti vengono dette rare parole di stima, ma va a finire che quei tuoi presunti pregi stanno sul cazzo a qualcuno. Nel paese delle merdaviglie fai mattina, ma non perché sia stata una buona notte. Nel paese delle merdaviglie trovi parole di conforto scritte su un quaderno appoggiato sul letto, ma il giorno dopo sembra quello dei saluti. Nel paese delle merdaviglie vuoi scrivere, scrivere e scrivere, non perché ti si è aperta una vena ma perché ti se n'è chiusa un'altra. Nel paese delle merdaviglie il tempo è libero, ma la mente no. Nel paese delle merdaviglie finisce che brami la solitudine, tu che ti sei sempre detto un animale sociale. Nel paese delle merdaviglie sogni un inizio di anno migliore rispetto alla fine del precedente. Nel paese delle merdaviglie vuoi scrivere una storia diversa con te stesso come protagonista, la tua fabula rasa. Nel paese delle merdaviglie pensi agli altri e gli altri pensano ad altro. Nel paese delle merdaviglie ti dicono che sei di buon cuore, ma anche che metti te stesso prima del resto. Nel paese delle merdaviglie si dice tutto e il contrario di tutto. Nel paese delle merdaviglie vedi un gran sole e ti viene voglia di fare un giro, ma c'è un vento freddo che ti taglia la faccia come fossi un pandoro, e allora rinunci. Nel paese delle merdaviglie gli amici volano fino all'inferno ma non trovano il paradiso che cercavano. Nel paese delle merdaviglie vorresti ci fossero più meraviglie, ma il mondo intorno non te le concede, e in fondo tu ci metti del tuo. Nel paese delle merdaviglie ci si chiude come ricci, mentre tu non stavi cercando che un centro di positività permanente. Nel paese delle merdaviglie per un post del genere passerai sicuramente per un vittimista saturo di orgoglio, e forse avranno pure un po' ragione. Ma nel paese delle meraviglie non ti avrebbero mai dato modo di diventarlo.

Io, Dio, l'odio e lo iodio

Riempitore di bicchieri già pieni a metà. Ho trovato il mio nuovo bellissimo mestiere. Penso positivo perché son vivo, ma non è così che funziona. Sento e risento cose che non vorrei sentire. L'umore è un'altalena come la stessa cosa che comincia con la a. Il fegato mi dà sfoghi che io non riesco a darmi, e non sono sicuro sia tutta colpa del Natale. Se mi guardassi dentro, se lo facessi davvero, vedrei un megafono spento davanti a una bocca disumanizzata dall'urlo. Inespressività indotta e dedotta. Non sono tipo che arranca, sono tipo che tentenna. Ho tutti e due i piedi su di un filo di nylon. Non cadrò giù. Io non voglio cadere.

Io sono quello che sono, amplificatore per storie di vita non vissuta. Mi sono sentito Dio a scrivere un romanzo in meno di un mese, a muovere pedine come un campione di scacchi improvvisato su di una scacchiera immaginaria e immaginata. E mi sono sentito sputare via il veleno, un veleno non mio. Ho orecchie da mercante, di quelle che vendono ma che non sanno mai comprare. Odio, mi avevano detto, per poi ritrattare come fosse la peggiore politica. E il mio scopo è sempre lo stesso: trovare il sale della vita. Penso positivo perché son vivo, ma non è così che funziona, no. Accarezzo lo iodio, lo faccio vibrare. Metto un senso dove il senso non c'è. A scrivere di vite inesistenti ho apprezzato il potere mentre mi attraversava. Vorrei riversare quella stessa forza sulla mia. Sulla mia vita che invece esiste davvero. Voglio risvegliarmi Babbo Natale, rosso ma non per gli sfoghi e con molta meno pancia. Voglio fare doni senza badare a spese, che tutto ha un prezzo tranne la speranza che le cose possano andare sempre per il meglio. Vedo occhi spenti. Vorrei tanto trovare l'interruttore.

Cogito ergo boom

Disegnerò fiori d'arancio per bouquet fuori bersaglio. Colorerò futuri che non mi appartengono. Tratteggerò il buono che c'è perché è l'unica cosa che conta. Dipingerò tratti distratti di cuori maltrattati. Sfiderò la passione che si fa soffocare come fosse una sua perversione. Estrarrò a sorte il numero che la sorte mi ha assegnato. Metterò a segno anche senza assegno, che c'è un senso anche senza un assenso. Suonerò il mio monologo interiore, pizzicando solo quello che è nelle mie corde. Canterò lo strumento che sono. Ritroverò il mio ritmo perduto.

Vivo passivo. Viaggio selvaggio senza un orizzonte predefinito, che l'aria da stronzo ce l'ho già di default. Affondo sul fondo del logico che cogito. Ergo, boom.

Teleco(a)mando

Divo per un giorno, vivo per una vita. La festa è al suo calcio d’inizio. La mia festa è cominciata con un calcio dall’inizio. Calcerei contro tutti questi schermi, piatti come certi elettroencefalogrammi. Non è questione di digitale o di analogico, di led o di lcd. Il mondo è a colori e in full accaddì, ma c’è chi vede ancora tutto in bianco e nero. Non costringetemi a fare zapping, per favore.

Come sempre è un problema di ricezione. La ragione non ragiona, e le ragioni di chi vorrebbe ragionare vengono affossate dall’ego. Poi io me le lego, e ho corde sempre più spesse, sempre più strette. Vengo letto spesso da chi forse non mi dovrebbe leggere. La cosa non mi alletta, ma anche chi mi allatta ha diritto a sapere di me. E’ che il me che sono resta in me, perché in loro non fa presa. Insofferenti allo scarto generazionale, prendono la mia generazione come qualcosa da scartare.

So quello che dico, e se lo dico è perché lo so. So che la comprensione è una merce sempre più rara. La vendono gli antiquari, ma non è roba per gli antichi. Il limbo è un bimbo che non dà vita facile. Se pure il tetto crolla, fanculo mondo.

Telecomando. Datemi un telecomando. Da oggi voglio telecomandare io. Il mio televisore si chiama vita mia, e cambio canale quando lo dico io.

I letti a due non hanno mai fatto male a nessuno, ma nella casa dei problemi inventati a tavolino (e intorno a un tavolino) è come se tutto dovesse precipitare da un momento all’altro. Sempre. La vita ha distratto chi è rimasto distratto, preso da cose senza senso fino a perdere il senso delle cose. Pure la sensibilità è un’abilità che ha perso senso. Che gli schermi non sono piatti, ma appiattiti da anni resi difficili dalla poco conoscenza di sé.