Ho imparato

Quella di ieri è stata una giornata poco edificante, ma ho imparato tante cose. Ho imparato che si perde anche quando si vince. Che l’orgoglio non è una scusa per non chiedere scusa. Che i vicini sono lontani, se non conosci le loro storie. Che ogni casa è un romanzo, e che la tragedia è una pagina senza segnalibro. Che perdiamo troppo tempo, quando il tempo è probabilmente l’unica cosa che non dovremmo perdere. Che cercare schemi mentre tutto è astratto ci protegge ma, allo stesso tempo, ci paralizza. Che forse il tè è più buono senza zenzero. Che i gatti sono spiriti della notte che possono anche decidere di non farsi trovare. Che i mostri sono il colore che ci stampiamo sugli occhi. Che la carta mi rende bulimico. Che mi (dis)perdo in un bicchier d’acqua. Che mi spengo troppo facilmente. Che la rabbia è una costante da rendere variabile. Che se vivi nel nero ti devi procurare una torcia. Che c’è un fottuto bisogno di sorriderci di più, e che una lacrima può curarti quasi quanto un sorriso.

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Il teorema del topo liberato

foto 2Che poi io, il fumetto, l’ho sempre amato. E’ che non gli ho mai dato uno chance, non ho mai creduto in questo sentimento, non fino in fondo. Avevo paura fosse una passione a senso unico. Io amo lui ma lui non ama me. Fine. Punto. E a capo. E invece no. Io, il fumetto, l’ho sempre amato, ma non avevo mai capito che sotto sotto, in fondo in fondo, qualcosa per me lo provasse anche lui.

Ho sempre avuto paura, poi, che sarebbe stato a malapena un amore filosofico. Teorico. Di testa. Di testa e basta. Una storia in cui io mi faccio le storie, e lì finisce tutto, perché tanto, poi, chi me le disegna? Non una cosa fisica, passionale, con una sua concretezza, qualcosa di viscerale e intenso, tanto da assumere una forma un po’ meno astratta di una storia mentale fine a se stessa. Bene. Ecco. Di mentale credo ci fossero soltanto le mie seghe. I miei paletti. I miei limiti auto-imposti. I miei fermi da motorino represso. I miei tantononsofare. I miei tantosetoccolamatitasisquaglia.

Io non so disegnare. Non ho mai saputo farlo, e di certo non ho imparato di colpo grazie a un roditore e a un cagnaccio con troppe rughe. Io non so disegnare, ma da qualche giorno sento che i miei paletti sono un po’ meno saldi, che i miei limiti sono diventati degli ologrammi assolutamente innocui, che i fermi si possono levare anche in mezzo pomeriggio, e che tantononsofare, no, ma ‘fanculo, cipossosempreprovare.

E c’ho provato. Mi son trovato a subire il contropiede di un destino che sghignazza di fronte ai miei affanni meno sensati. Matita in mano, un foglio bianco da sporcare, e davanti agli occhi una sequenza di foto. Topi e mastini, mastini e topi. Prima di cominciare non mi è stato spiegato niente, e io l’unica cosa che sapevo è che la matita s’impugna tenendo sempre la punta verso il basso, che a fare il contrario non si sa mai. Una mossa sbagliata e si diventa ciechi, come con le seghe mentali. In effetti io ero davvero orbo. Mi sono sempre raccontato di non saper disegnare, e in effetti non avevo tutti i torti, ma il peccato originale è stato quello di credere che non avrei mai potuto imparare. Come se uno che sa usare la penna non potesse fare due scarabocchi sensati con la matita. Anche se fosse avrei sempre potuto farli con la Bic. Tiè. Ma non li ho mai fatti. Non ho mai creduto a questo amore con il fumetto, anche se io, il fumetto, l’ho sempre amato. Tra le rughe di quel mastino, però, ho scorto una scintilla. Negli occhi di quel topo ho visto una mezza luce, mezza soltanto. Una luce che adesso ho voglia di vedere davvero. La voglio vedere tutta intera.

Questo è il teorema del topo liberato, quello che mi è uscito dalla matita quasi per sbaglio, per dirmi che per trentadue anni mi sono comportato come uno stronzo represso, a non credere nel fumetto e in quel po’ di grafite che mi scorre nelle vene. Quel topo si è liberato, e ha liberato un po’ anche me. E ora ho tutta l’intenzione di godermi questa ritrovata libertà.

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Sex Criminals 1

C’era una volta Simone Celli, quello che scriveva sempre di fumetti. Simone Celli c’è ancora, ma di fumetti, oramai, scrive davvero molto poco. Troppo poco. Ogni tanto ci mette una pezza. Ogni tanto tipo qualche giorno fa, quando ha rinfrescato la sua ormai pluriennale collaborazione con Comicus.it con la recensione di Sex Criminals 1. Qui tutte le altre cose da lui scritte per il suddetto sito. Lui, Simone Celli. Che poi sarei io, e che farei meglio a scrivere più spesso di fumetti. Così non avrei più il tempo di scrivere di me in terza persona.

sex criminals 1– CLICCA QUI PER LEGGERE LA RECENSIONE –

Birdman

BirdmanAveva le ali, ma poi il suo volo ha perso lentamente quota. Lui era un attore acclamato, una di quelle stelle dei cinecomics come oggi ce ne sono tante. Robert Downey Jr. e Jeremy Renner sono soltanto due dei nomi che potremmo chiamare in causa, ma arriveremmo tardi: a citarli ci ha già pensato Alejandro González Iñárritu, sfottendo con garbo un intero genere. Quello dei supereroi sul grande schermo, a cui Birdman ammicca tra una presa in giro e l’altra. La scelta stessa dell’attore protagonista rappresenta il colpo di genio di un film che, nonostante alcune pecche, è di per sé geniale. Capostipite dei vigilantes cinematografici dell’era moderna, Micheal Keaton ha vestito i panni di Batman nei due apprezzati film di inizio anni ’90 griffati Tim Burton. E’ lui che ha “affrontato” il Joker di Jack Nicholson, molti anni prima che Christian Bale rinnovasse l’eroe nerovestito ed Heath Ledger – prematuramente scomparso e mai dimenticato – rivoluzionassero la figura del pazzo criminale travestito da clown. La genialità dell’aver scelto Keaton sta tutta nella parabola discendente del personaggio di Riggan Thompson, alias Birdman, da lui interpretato. Un attore acclamato, appunto. La stella (cadente, anzi caduta) dei cinecomics in cerca di riscatto. Un personaggio che sembra essere la metafora della carriera dell’attore chiamato a prestargli anima e corpo. E le analogie non finiscono qui. Nel film, l’anno dell’ultimo capitolo della saga di Birdman interpretato da Thompson (1992) corrisponde a quello dell’ultimo Batman di Keaton, il cui percorso è poi proseguito tra le periferie hollywoodiane, in una serie di saliscendi tra ruoli spesso di secondo piano, fino alla candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista proprio per Birdman. Ma per la statuetta non c’è stato niente da fare. Un volo mancato, anche se lui e il suo ultimo film le ali le hanno eccome.

Lo dimostrano i quattro premi che la pellicola ha comunque incassato durante l’ultimo red carpet. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia: il gioiellino di Iñárritu ha fatto letteralmente incetta dei riconoscimenti più importanti dell’ultima stagione cinematografica. Quello da lui diretto è un lucido delirio che corre imbizzarrito sul filo del surreale. Ma è soprattutto un esercizio di tecnica sopraffina, un tripudio di movimenti di macchina davvero da manuale e di recitazione eccellente. Complici anche i bravissimi Edward Norton ed Emma Stone, ripescati dal calderone dei supereroi in pellicola – rispettivamente hanno interpretato Hulk e Gwen Stacy, la ragazza di Peter Parker/Spider-Man, in produzioni tutt’altro che memorabili – come a dimostrare che bastano un buon copione e una regia un po’ più audace per far esplodere al meglio le capacità drammaturgiche degli attori in scena. Come a ribadire che i veri eroi del cinema non hanno bisogno di maschere e di muscoli in computer grafica.

Intanto il pianosequenza non molla mai la presa. La camera è mobile e mai scontata, mostrandosi capace di tutti i piccoli e continui adeguamenti necessari per dare la giusta profondità a ogni singolo gesto o movimento. Un continuum visivo che spiana la strada a una storia che però è un po’ troppo avara di scossoni. La sceneggiatura ha vinto un Oscar più che meritato, ma più per i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi che per lo sviluppo della trama, sostanzialmente incentrata sul desiderio di rinascita di un uomo dall’ego smisurato quanto ferito. Il film si può leggere in più modi. I temi trattati sono tanti, vividi, attuali e ben districati. L’unica pecca, appunto, è l’andamento un po’ monocorde della storia, che tenta di rimediare con un finale che cerca la tragedia e lo straniamento di chi guarda. Forse senza nemmeno riuscirci. Ma resta quel trionfo assoluto della tecnica, preziosa e luccicante. Un esempio di cinema matrioska che, con la scusa di aver (ri)scoperto l’intensità del teatro, ne approfitta per parlarsi parecchio addosso, ammiccando sarcastico al mondo dei supereroi di celluloide e alla Hollywood del blockbuster a tutti i costi.

Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Guardiani della Galassia

Guardiani della Galassia - poster

Il segreto è una vecchia musicassetta. Nel walk-man ci sono i brani di una volta, suonati a loop per non lasciarli andare. Per non lasciarsi andare. E per non lasciare andare qualcuno che proprio non vogliamo che se ne vada. Lì c’è il passato che attraversa il presente per creare il futuro. Un po’ come i Guardiani della Galassia, i paladini dell’universo griffati Marvel che con la loro colonna sonora bizzarra e un po’ retrò (anni ’70 e ’80) hanno dichiarato guerra agli aspiranti dominatori intergalattici. Strizzando l’occhio a Star Wars e, allo stesso tempo, (r)innovando il genere dei cinecomics.

Già. Non è la solita musica quella che passa il convento dei Marvel Studios, che questa volta il miracolo l’hanno fatto davvero. Perché creare dei buoni personaggi, inserirli in un canovaccio efficace e condire il tutto con musiche dall’impronta epica è ormai un compitino (quasi) di routine. Ma farlo così bene è una sorta di prodigio. Ed è difficile, oramai, decretare quale sia il miglior super-film ispirato agli eroi della Casa delle Idee, tanti ne hanno già sfornati. Ma una cosa è certa: oltre a fare un uso inedito, prepotente, efficace e fortemente simbolico della musica, Guardiani della Galassia arriva dove nessuna produzione Marvel era mai arrivata: far ridere senza per questo rendersi ridicola. Spingere sull’acceleratore della comicità senza perdere il controllo del mezzo. Fare della risata un valore aggiunto, e non un fardello dai risultati apocalittici. E ci voleva un novellino come James Gunn, che a suo modo s’intende sia di eroi in calzamaglia sia di toni scanzonati (suoi il film Super e un episodio dell’apprezzato Comic Movie), per compiere l’impresa. Per imprimere la leggerezza sulla pellicola come nessun regista Marvel (Studios e non) era mai riuscito a fare. Grazie a una sceneggiatura che spiazza lo spettatore, perché obbliga lo sfacciato Star-Lord, la seducente Gamora, il cinico Rocket, il tenero Groot (difficile credere che dietro ci sia quel duro e puro di Vin Diesel) e l’avventato Drax a compiere gesti inattesi, a dare forma ai dialoghi che meno ti aspetti. Guadagnandoci in profondità e umanità. Loro che ci fanno ridere e commuovere. Che sono così lontani, eppure così vicini. I non-eroi del pianeta accanto che le suonano ai cattivi. E fanno tutta un’altra musica. Con o senza walk-man.

Non mi cambierete per una nocciolina

Non mi cambierete perché convinti del vostro credo. Non mi cambierete perché la frenesia vi ha ucciso il buon senso. Non mi cambierete perché il dogma prevale sul rispetto. Non mi cambierete perché la vostra bolla ha pareti troppo spesse. Non mi cambierete, perché non sapete cosa dite. Non mi cambierete perché non dite ma poi esigete comprensione. Non mi cambierete perché volete la ragione quando per voi la ragione è un optional. Non mi cambierete, perché siete infelici e vi si legge in faccia, e io non ho nessun interesse a diventare come voi. Non mi cambierete senza il mio consenso: sono il guardiano di me stesso, e sono piuttosto severo. Non mi cambierete con le urla. Non mi cambierete con i gesti assurdi. Non mi cambierete per così poco. Non mi cambierete per una nocciolina. Le uniche noccioline che mi possono cambiare sono quelle di Schulz, e voi non siete Schulz. Il mio cambiamento è sempre pronto, parcheggiato ma con il motore sempre acceso. E’ che il mio cambiamento vale molto di più, molto di più di quella vostra nocciolina. Il mio cambiamento ha un prezzo, e voi non ve lo potete permettere.

Non mi cambierete per una nocciolina