Caro Jovanotti

Lo ammetto: era da un po’ che non mi sentivo più in piena sintonia con le tue canzoni. Ti ho sempre continuato a seguire, sono venuto al bel concerto di Ancona dello scorso anno, ma era come se si fosse rotto il filo tra me e la tua musica. Magari non proprio rotto, ma un po’ sfilacciato sì. Non lo so perché, sono quelle cose che succedono a pelle. L’ultimo album mi è piaciuto, l’ho consumato come faccio ogni volta anche esce qualcosa di nuovo dalla tua mente vulcanica. L’ho apprezzato davvero, ma sai, l’empatia va oltre la razionalità, e anche oltre il semplice piacere. E’ qualcosa che avviene in modo naturale, che sorprende, e che è caratterizzato da una sana incontrollabilità.

Ieri, però, con altrettanta incontrollabile naturalezza, si è ricucito qualcosa. Vengo da un periodo di stress, soprattutto lavorativo. Partivo da una condizione mentale probabilmente inquinata da questo mio sovraccarico sinaptico. Io penso sempre tanto, io penso sempre troppo. Nonostante tutto qualcosa si è mosso. Ieri, dicevo, ho riascoltato Ora. L’album, intendo. E’ successo per caso. Stavo correndo e, deluso dall’ultimo lavoro di Elisa, ho fatto partire le tue canzoni dal lettore mp3. Sento che quei testi hanno riallacciato un po’ di cose, che si è in buona parte rinsaldato quel filo empatico tra me e la tua musica. Le cose che dici, le cose che canti, sono spesso l’espressione di una leggerezza consapevole e matura, di un realismo oltre le cose che non tutti vedono, ma che io condivido. Grazie per le parole e per luci colorate – colorate e vere – che getti sulla realtà.

lettera a jovanotti

 

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La risposta a tutto

Il silenzio della notte. La nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. I gatti si danno il cambio tra le finte ronde nel giardino. Si alternano come il giorno e la notte. Loro non hanno quiete, non in senso stretto. Il loro è equilibrio, equilibrio puro. Equilibrio e basta. Camminano sul filo della vita senza guardare di sotto. Non è spavalderia, né mancanza di paura. I gatti sanno che guardare giù non serve a niente. Se non a smarrire la strada. Se non a perdere se stessi, il punto di vista delle cose, e allora, semplicemente, non ci guardano. Intanto l’acqua comincia a bollire. Perché io, stasera, ho bisogno di bere.

L’acqua bolle. La tazza è pronta. La bustina è già distesa sul quarzo che dà alla mia cucina una parvenza di lusso. Passa un attimo, e quella stessa bustina sta già facendo snorkeling nell’acqua bollente. C’ero quasi. C’ero quasi, cazzo, per una volta. Per una volta ero quasi riuscito a non far uscire l’acqua dal pentolino, ma ho il vizio di riempirlo quasi fino all’orlo, che poi al resto ci pensa l’ebollizione. C’ero quasi. C’ero quasi, stavolta. Ma l’ultima goccia mi ha tradito. L’ultima goccia, prima che io spegnessi il gas, si è precipitata giù dal pentolino ed è caduta sulla fiamma. Ma non importa. Non importa, perché io stasera ho bisogno di bere.

I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa. Chi caffè annacquati, chi camomille dagli effetti eccitanti, chi chissà cos’altro. I miei personaggi hanno sempre bisogno di bere qualcosa, o di mangiare qualcosa. Chi delle uova ridondanti, chi delle coppe piene di fragole con la panna. I miei personaggi sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. I miei personaggi prendono vita, e prendono vita anche per questo. Perché sorseggiano, ingurgitano, fagocitano. Bevono e mangiano, mangiano e bevono. E io, stasera, proprio come loro ho bisogno di bere. Il mio infuso si sta raffreddando, quel tanto che basta per poter essere bevuto. Ora prendo il miele e ci addolcisco quell’intruglio di zenzero e limone. E me lo bevo, come fossi uno dei miei personaggi. Io che scrivo storie di altri, e che facendolo, forse, scrivo un po’ anche la mia. Ci rifletto su, nel silenzio della notte, mentre la nebbia lì di fuori sembra suggerire una cosa, e una soltanto. Sembra voler dire che la quiete sia la risposta. La risposta a tutto. Ma ora respiro e penso sotto la luce al neon della mia cucina. L’unica nebbia che vedo è quella provocata dall’infuso che mi sta ancora aspettando. Bevo, e mi sento come uno dei miei personaggi, perso in un flusso surreale senza capire il senso della corsa di questo immenso tram.

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Il teorema del topo liberato

foto 2Che poi io, il fumetto, l’ho sempre amato. E’ che non gli ho mai dato uno chance, non ho mai creduto in questo sentimento, non fino in fondo. Avevo paura fosse una passione a senso unico. Io amo lui ma lui non ama me. Fine. Punto. E a capo. E invece no. Io, il fumetto, l’ho sempre amato, ma non avevo mai capito che sotto sotto, in fondo in fondo, qualcosa per me lo provasse anche lui.

Ho sempre avuto paura, poi, che sarebbe stato a malapena un amore filosofico. Teorico. Di testa. Di testa e basta. Una storia in cui io mi faccio le storie, e lì finisce tutto, perché tanto, poi, chi me le disegna? Non una cosa fisica, passionale, con una sua concretezza, qualcosa di viscerale e intenso, tanto da assumere una forma un po’ meno astratta di una storia mentale fine a se stessa. Bene. Ecco. Di mentale credo ci fossero soltanto le mie seghe. I miei paletti. I miei limiti auto-imposti. I miei fermi da motorino represso. I miei tantononsofare. I miei tantosetoccolamatitasisquaglia.

Io non so disegnare. Non ho mai saputo farlo, e di certo non ho imparato di colpo grazie a un roditore e a un cagnaccio con troppe rughe. Io non so disegnare, ma da qualche giorno sento che i miei paletti sono un po’ meno saldi, che i miei limiti sono diventati degli ologrammi assolutamente innocui, che i fermi si possono levare anche in mezzo pomeriggio, e che tantononsofare, no, ma ‘fanculo, cipossosempreprovare.

E c’ho provato. Mi son trovato a subire il contropiede di un destino che sghignazza di fronte ai miei affanni meno sensati. Matita in mano, un foglio bianco da sporcare, e davanti agli occhi una sequenza di foto. Topi e mastini, mastini e topi. Prima di cominciare non mi è stato spiegato niente, e io l’unica cosa che sapevo è che la matita s’impugna tenendo sempre la punta verso il basso, che a fare il contrario non si sa mai. Una mossa sbagliata e si diventa ciechi, come con le seghe mentali. In effetti io ero davvero orbo. Mi sono sempre raccontato di non saper disegnare, e in effetti non avevo tutti i torti, ma il peccato originale è stato quello di credere che non avrei mai potuto imparare. Come se uno che sa usare la penna non potesse fare due scarabocchi sensati con la matita. Anche se fosse avrei sempre potuto farli con la Bic. Tiè. Ma non li ho mai fatti. Non ho mai creduto a questo amore con il fumetto, anche se io, il fumetto, l’ho sempre amato. Tra le rughe di quel mastino, però, ho scorto una scintilla. Negli occhi di quel topo ho visto una mezza luce, mezza soltanto. Una luce che adesso ho voglia di vedere davvero. La voglio vedere tutta intera.

Questo è il teorema del topo liberato, quello che mi è uscito dalla matita quasi per sbaglio, per dirmi che per trentadue anni mi sono comportato come uno stronzo represso, a non credere nel fumetto e in quel po’ di grafite che mi scorre nelle vene. Quel topo si è liberato, e ha liberato un po’ anche me. E ora ho tutta l’intenzione di godermi questa ritrovata libertà.

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Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

Il pallino della luna

Il filtro che fa sbarazzino. Ci si sbarazza del tempo andato andando ognuno contro il tempo dell’altro. Le volontà si fanno antagoniste di altre volontà. Incontri in cui non ci si incontra affatto. Di fatto quel che è fatto è fatto. E’ un dato di fatto.

Birre ritrovate ristabiliscono le priorità. Il fondo del fondo lo capisci toccando il fondo del fondo di una bottiglia vuota. Le foglie si agitano, le figlie cercano nuova collocazione. Stop alla smania, all’ansia da azione prestata, agli occhi che ballano ancora quella loro danza sbagliata. Io, controllore senza salario su un autobus senza più destinazione. Guardo in faccia i passeggeri ma so che non dovrei. Lo dice pure il nome, loro sono solo di passaggio. Mi porto a passeggio lungo il mio respirare. Assaggio e massaggio l’idea di un altro domani. Io e il vento. Io che divento. Io che invento. Io, solo senza più lune con il pallino. Io, sole senza più il pallino della luna.

Rivoluzione nel mondo delle parole stampate

Cinque volte, o quasi. Questa palla piena d'acqua ha fatto in tempo a girare intorno alla palla piena di fuoco per ben cinque volte. O quasi, sì. Cinque rivoluzioni. Cinque scarse, dai. E adesso la rivoluzione arriva davvero.

Era il 24 febbraio 2006 quando feci la famigerata Prova 1. Lì nacque Letamaio, anche se all'epoca non si chiamava proprio così. Era —> K —>, con un Thor come testata e un Silver Surfer sullo sfondo dei post che rendeva illeggibbili alcuni passaggi. Quel nome, a suo modo, era azzeccato. Esprimeva il concetto di qualcosa che arriva e che poi riparte. Da dove? Da me. K. KrAkKa, come qualcuno mi chiama ancora. Anche se a farlo sono sempre di meno. Il tempo passa per tutti, e alla fine dei conti è il nome di battesimo a salire sul gradino più alto del podio.
Poi è stato il tempo delle Escoriazioni di mezzanotte. Sfondo nero e mezzaluna in alto, dopo essermi accorto che durante la notte, e sempre verso la metà, per me l'ispirazione era come un rubinetto aperto. In un certo senso, con lo scandire dei calendari ho sentito la necessità di tornare alle origini. Ho voluto ripescare il concetto di entrata e di uscita, di movimento perpetuo, di interscambio di energie tra un dentro e un fuori con me come catalizzatore. Un catalizzatore strano, uno che alla fine di ogni singola corsa si riscopre un po' alterato. Ho percepito un bisogno, un bisogno davvero. Quasi corporale. Esprimere il concetto di spontaneità con una metafora tra le più spontanee. Volevo che la mia scrittura fosse viscerale, liberatoria. Qualcosa che mi venisse da dentro, e che fosse pronto a concimare il fuori. Letamaio è arrivato così. Un nome che non riesco più a cambiare ormai da anni. Forse perché non voglio. Senza forse. Mi rappresenta. O meglio, rappresenta la concezione che ho, e soprattutto che vorrei avere, di questo mio spazio. Vitale come linfa, vitale come letame. Checché se ne dica. Prima una pagina bianca. Titolo in stile "Chiller" che non tutti sono riusciti a visualizzare bene per via di un "font" latitante. Qualcuno mi ha detto che dall'impostazione sembrava un giornale. Un possibile segno del destino, dato che poi sono diventato giornalista. E poi un "logo in progress", fino alla trovata dell'amico di sempre. Un Tao rielaborato per l'occasione che poi ho modificato e che se ne sta ancora qua.

Fine dell'amarcord. Letamaio cambia casa. Splinder ci saluterà alla fine di questo mese, e prevenire è sempre meglio che curare. Non ho alcuna intenzione di perdere tutto questo. E' un pezzo della mia storia, un pezzo di me. Nessuno vuole perdere pezzi di sé. Spero che durante il trasloco, come sempre accade, non vada smarrito qualcosa. Sto ancora mettendo a punto la nuova dimora. Sto scegliendo la disposizione dei mobili dopo aver dato una prima tinteggiata. Rigorosamente di verde, al massimo marrone. Non so.

Questo è un post di saluti. Un arrivederci a stretto giro, non di certo un addio. Non abbandonate questo luogo, inodore a dispetto delle apparenze. Invito tutti nella nuova casa. Intanto saluto Splinder, la piattaforma che mi ha ospitato per quasi cinque giri di Terra intorno al Sole. Cinque rivoluzioni. Ora la rivoluzione sta arrivando davvero.

Buoni spropositi (2)

Caro LetaMario,
saranno le moke anarchiche, oppure la caffeina che mando giù nelle piccole e grandi occasioni. Sarà quel che sarà, ma sento il nuovo anno che mi vibra dentro. E dire che secondo qualcuno sarà l'ultimo. Sarà per questo che mi appresto a viverlo proprio come se lo fosse? Freno a mano non più tirato. Un Io ci sarò alla Piero Pelù. A prescindere da tutto. A prescindere da tutti. E non saranno soltanto parole. Il 2012 è degli entusiasti. Non sarà. E'. Perché il 2012 vibra già. Nelle mie corde oppure no non fa alcuna differenza.

Anni. La fine di questo mi ha colto sul fatto. Il fatto era che non lo stavo vivendo. Non più. La fine di questo è un messaggio dall'alto, anche se alla fine tutto nasce dal basso. La fine di questo è un'insegna luminosa che m'insegna che senza luminosità non va. E non si va. Da nessuna parte. Che a parte la parte dell'attore, sotto c'è una persona e pure un po' sopra. Alla fine tutto nasce dal basso, sì. Recito un me che me non è. Sono sempre io, ma non per questo sono io sempre. La fine di questo mi vede dentro una stanza di vetro. Lucido le pareti e vedo un fuori. Vedo un fuori e mi accorgo di non poterlo toccare. Spingo appena il muro. Si sposta. Capisco che il vedere non mi basta più. Ora devo toccare. Ora devo vivere. Esco.

Il complemento oggetto è la più grande menzogna. Non c'è niente in particolare che io toccherò. Non c'è niente di specifico che io vivrò. C'è il tutto, ed è il mio minimo sindacale. La minima cosa che sono disposto ad accettare per il mio futuro prossimo. Il tutto. Non avrò più paura de miei buoni spropositi. Ho smesso di fare sconti a chi non ne fa a me. Guarderò avanti senza smettere di guardarmi intorno. Farò sorrisi in circo-stanze di vetro, in un eterno spettacolo in cui le fiere siamo noi, e i domatori ingoiano fruste a mezzanotte come fosse lenticchia. Fiero di esser fiera alla fiera del West. Lontano ma vicino. E incredibilmente selvaggio.

Ho le vene che mi pulsano. Tutto scorre. Con la s o senza non fa più differenza. E' inutile. Gli orologi non hanno freni, e da oggi nemmeno io. E' una battaglia persa, e in fondo un'amicizia mancata. Prendo il tempo a braccetto senza dirgli niente di che. Nessuna parola di riavvicinamento, nessun armistizio da firmare. Non gli chiedo quanto ne ce n'è ancora per me, ma gli prometto che sarà sempre e comunque il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Non c'è fretta, se non quella di ritrovarsi. Senza percorsi emozionali, senza trascorsi emozionanti. Solo io e la mia idea di me. Mi guardo. Mi fulmino. Mi cambio. Buon anno.

Vinco la mia lotteria istantanea di Capodanno. Non aspetto nemmeno l'estrazione. Estraggo il nido di vespe urlacchianti che mi si è formato dentro. Non lo brucio. Lo tiro fuori e lo lascio andare. Mi tiro fuori e mi lascio andare.

Firmato,
l'ape Maya