Un po’ più eroi

Schermi piatti per scenari profondi. Profondi e violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Costringendo quello stesso signore, dotato di esse maiuscola, a correre all’anagrafe. A cambiare nome per la vergogna. Pino. Da oggi chiamatelo così.

Schermi piatti per vite profonde. I progetti si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo. Io sono un pilota distratto. Al di là della montagnola c’è un mare stupendo, burrascoso e stupendo. E io non posso fare a meno di guardarlo. Non posso fare a meno di sbandare guardandolo. Non posso fare a meno di distrarmi, mentre il mio go kart va, impazzito, sulla pista di un tempo che non ammette tempo. E’ che io mi sento figlio di quello stesso mare, della sua spuma profonda e violenta. Burrascosa e stupenda. Lui. Mare d’inferno in un inverno ancora in cerca di assestamento, tra scosse e controscosse, percosse e riscosse, discussioni e riscossioni. Tra gli sciami di umani disumani. E tra progetti che si susseguono come go kart impazziti sulla pista del tempo, come ripetizioni imbizzarrite di un testo che ha bisogno di ripetersi perché gli preme farsi capire.

Sono qui per tatuare tra i bit i pensieri sull’anno che è andato e su quello che verrà. Sono qui perché ancora una volta i contabili celesti ci si son messi d’impegno. Il dare e l’avere hanno fatto il loro gioco, in questo gioco in cui non c’è mai spazio e non c’è mai tempo – un tempo che non ammette tempo – per i bilanci definitivi. Ma un uomo lo sa. Un uomo che non sia ancora disumano lo sa cos’ha avuto e cos’ha dato. Cos’ha preso e cos’ha perso. Sa di quel suo amore andato, ad esempio, e di quel nuovo fuoco che era già lì, pronto ad accendersi. Se ne stava fermo, fermo e fremente, ad aspettare me e la mia diavolina. E diavolo se se ne stava lì. Lì ad aspettarmi. Come se non ci fosse altro fuoco all’infuori di me. Come se non avesse altro Pino al di fuori di me. Che poi io mi chiamo Simone, e detta così pare che i conti non tornino. Maledetti contabili celesti.

Un amore andato – e andato malamente – anche se un nuovo fuoco era già lì. La colonna contabile delle delusioni, poi, ha avuto il suo seguito. E’ strano – è strano e fa male – pensare di aver perso un fratello senza averlo perso davvero. E’ strano – è buffo e un po’ strano – pensare che lui pensi di aver perso me, senza accorgersi di essere lui ad aver perso se stesso. E io, vecchio amico con un paraocchi che non invecchiava mai, ero affezionato al vecchio amico che lui sapeva essere. Lui era quello che si palesava come in preda a chissà quale magia, quello del vengolìsenzapreavviso, e sempre nel momento del bisogno. Di un bisogno silente e possente. Lui era quello che c’era, mentre oggi è quello che non c’è. Lui, lui e me, protagonisti non scritturati di una commedia amara che, io lo so, non è ancora finita. No, non lo è.

A finire davvero, piuttosto, è stato l’impegno sotto contratto. E’ stato proprio quel contratto che, finendo, ha fatto finire l’impegno, forzato dagli eventi e dai giochi di potere di potenti impotenti. Il lavoro è stato strozzato da scelte discutibili di cui non ho più la forza di discutere. Né la voglia né il tempo, perché il tempo non ammette tempo. Oggi la mia corsa prosegue in altri modi e in altre vesti, a bordo di go kart impazziti. Progetti su cui rifletto, e che mi riflettono davvero. Ora il mio impegno non ha contratti. L’unico accordo, io, l’ho firmato con me stesso. Pino ha fatto da notaio. Pino è sempre qui, a ricordarmi del mio patto con me stesso. Pino, mentre l’altro Pino, quello col cognome che sembra un nome, se n’è andato col suo doppio funerale, raccontato da schermi piatti per scenari profondi. Profondi e anche violenti. Sulla scena sciami di umani disumani, signori della morte che causano morte in nome del loro signore. Il signor Pino piange ancora per loro, mentre due merli, dal tetto dei vicini, mi hanno appena ricordato che Pino, il Pino divino, forse è come la neve. Pino, in fondo, un po’ se ne frega di tutto il nostro vociare.

L’anno che è andato mi ha anche regalato tanto. Un nuovo fuoco subito pronto ad accendersi, sì, che ha dovuto patire le pene della mia diavolina tardiva. Poi un blocco di cellulosa rilegata, riprodotta in serie e contenente le mie parole più studiate di sempre, e che spero nessun fuoco brucerà mai. Infine – ma in realtà all’inizio – quattro meravigliose palle di pelo, sempre tra le palle anche se le mie sono soltanto due. L’anno che è andato mi ha tolto cose importanti, ma mi ha anche regalato tanto. Davvero. Il nuovo, invece, è appena iniziato, eppure la posta è già sul piatto. Dovremo essere un po’ più noi e un po’ più eroi, o il 2015 non ci lascerà in pace. Un po’ più noi e un po’ più eroi, con il mantello invisibile e lo stemma di chi siamo stampato bene sul petto. Un po’ più noi e un po’ più eroi. Che poi è spesso la stessa cosa.

Un po' più eroi

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Sabato

Io, come tanti, l’ho sempre apprezzato soprattutto per la sua grande positività. Eppure, paradossalmente, la cosa che più mi intriga di questa canzone – ma ancor più del video – è il cinismo umano e corporeo che si riesce a respirare, il suo tentativo più che riuscito di lasciar trasudare una precisa urgenza. Quella di doverci rialzare. Ma per farlo, per una volta, Lorenzo Jovanotti Cherubini ha preferito raccontarci il prima di quel dopo che da sempre caratterizza le sue canzoni. Scattando la foto un istante prima del solito, ha immortalato il momento che precede quella stessa positività. L’affanno. La confusione. Il limbo di un sabato sera finto come certi luna park, ma che preannuncia l’arrivo di una grande domenica.

Nina

nina
Un bambino come coscienza e una normalità da schivare. Una crisi esistenziale, silenziosa come la periferia romana a Ferragosto. Una solitudine esteriore, ma soprattutto interiore. L’incapacità di sentire, l’impossibilità di sentirsi. Nina è un racconto visivo di formazione. Diane Fleri (Come te nessuno mai, Mio fratello è figlio unico) offre a questa produzione minore (come appetibilità commerciale, non di certo come anima) le sue doti innate in comodato d’uso. Tra le altre, una bellezza semplice e d’impatto, e una erre moscia che male si sposa con il nome del cane che porta quasi sempre al guinzaglio. Quattro zampe, una coda e una presunta depressione: la dogsitter improvvisata fa di Omero un alibi per mettere il naso fuori di casa. Per incontrare il nulla cosmico dell’Eur, arso dalla calura e spopolato dalle ferie.

Ma la bellezza è sempre dietro l’angolo. Il film di Elisa Fuksas, al suo esordio con un lungometraggio, è proprio come il quartiere romano. Freddo, nonostante la colonnina di mercurio, ma soltanto in apparenza. Vuoto, ma in realtà pieno. La regista è bravissima a raccontare questa pienezza attraverso la furba illusione del niente. Figlia di Massimiliano, celebre architetto, e laureata a sua volta in architettura, sfrutta il suo occhio allenato per mettere a fuoco la bellezza delle strutture, dei colonnati, dei marciapiedi, dei pochi bar aperti nei paraggi. Dove la vita sembra essere andata in vacanza. Quella di Nina, invece, è proprio da qui che potrebbe ripartire.

Non servono drammi o traumi indelebili per conferire a un personaggio la dovuta profondità. E’ come se la crisi dell’esistere fosse già in natura, come se l’equilibrio della persona fosse condannato a spezzarsi semplicemente perché è così che devono andare le cose. La vita di Nina è piena di tutto, ma in realtà è un mare senz’acqua. Fa compagnia a cani e porcellini d’India. Insegna canto. Studia cinese con un eccentrico maestro (il teatrale Ernesto Mahieux). Dribbla i potenziali amori. Corre sotto il sole cocente per smaltire le torte da sei che divora la notte. Anche il sonno, per i cuori solitari, è una specie di optional.

E’ in questo desolante scenario che incontra le poche persone (e i pochi animali) che no, non la porteranno a ritrovare se stessa, ma le faranno capire da che lato si guarda uno specchio. Tra queste anche Ettore, un bambino che sembra vivere da solo nel niente, che si insinua quando e come vuole nell’appartamento in cui alloggia la ragazza. Come un piccolo fantasma fatto di carne e di ossa, quelle di Luigi Catani, prodigio sfrontato della recitazione che non potremo che rivedere presto. Lui la farà sedere sulla poltrona di uno studio dentistico svuotato dalle vacanze, come fosse il lettino di uno psicologo. Lei la paziente, lui il dottore. Ma Nina è una figura ancora più eterea di questo enigmatico bambino. Non la proiezione olografica dell’Italia precaria, ma quella di un’intimità raffreddata dal tempo (o da chi per lui) e che ora fatica a cedere ai sensi e ai sentimenti.

Per raccontare la fuga di Nina dalla normalità, dalla minaccia di un futuro prossimo omologato che la vorrebbe con un lavoro vero, una casa e un fidanzato con cui riempire le giornate, alla Fuksas è bastato un cast essenziale, un uso moderato ma poetico della parola, un’espressività visiva e registica che parla da sé, una cura visiva che sfocia in una lucida e provvidenziale ossessione. E una trama minimal, ma densa di spirito.

L’oceano in un abbraccio

Ci si chiama amore a migliaia di chilometri di distanza. Il filo lega e collega. Supera il mare, e lo stesso fa con il tempo di queste clessidre vuote. Non c’è sosta. E’ una corsa continua verso l‘aldiqua, ma le due sorelle hanno trovato il modo di chiamarsi amore. L’hanno trovato lo stesso. Per l’ultima volta. Oltre il mare. Oltre le clessidre vuote.

Quasi due anni fa il rifiorire di ricordi. Quasi due anni fa le mezze lacrime, vere e intercontinentali. Quasi due anni fa quattro occhi che non s’incontravano da tempo, in un sguardo mediato ma sincero come pochi. Noi nipoti abbiamo fatto il nostro dovere. Quello di tenere viva la memoria, di portare avanti il bagaglio di sogni accumulati, avverati o infranti che siano. Quello di sfruttare i mezzi di oggi per far rincontrare gli interi di ieri. Famiglie spezzate dal bisogno, mani che non sono quasi più tornate a stringersi. Perché l’oceano è bello, straordinario. Ma nessuno sa come lo si possa abbracciare.

Oggi una di quelle mani è diventata fredda. Così, all’improvviso. Di caldo è rimasto il ricordo, l’affetto infinito dei suoi cari. Le due famiglie, divise dal mare ma legate dalle due sorelle-nonne, sono oramai una cosa sola. I confini si sono fatti più sottili. E loro, sì, hanno fatto appena in tempo per quell’ultimo sguardo. L’ultimo davvero. Prima del male. Prima della lenta morte della memoria. Prima della mano fredda, tenuta calda dall’amore di una famiglia che può dirsi vera.

Ciao zia Anita. Io la tua mano non l’ho mai sentita. Stringerò per te quell’altra mano, quella di mia nonna. E sarà come se l’uomo, per la prima volta, potesse davvero abbracciare l’oceano.

Vorrei leccare il mondo

vorrei_leccare_il_mondo

Struzzo senza becco, di fronte a una luce anche troppo virtuale. Il collo balla e sa di chitarra. Elettrica. La schiena mi fa male, e sento che non è il gioco giusto per me. Faccio ore così piccole che quasi non le vedo, nomade sotto una luna dark, a inseguire una giostra mentre io non mi giostro più. Voglio una fiesta tosta, non questa misera merendina indurita dal tempo. Divorerei i continenti ma me la faccio troppo sotto, e sento che in questa frase manca quantomeno un prefisso.

Ho rotto gli schemi. Ora faccio i conti con me, anarcoide scaleno. Romboide arcobaleno. Vado brado, vago e quando posso pago. Ho fatto cose che hanno un prezzo. Vorrei leccare il mondo, partirei da questa grande nazione e farei il gioco dello squalo. Ma sono tutti buoni a parlare al condizionale. E’ che la mia valigia è piena di niente. Tu dimmi dei nazi. Io ti dirò la mia, ma che resti tra te e me. I Litfiba sono tornati, e io me ne sono accorto solo ora.