Mister O’Buffo

Vorrei uno, due, tremila Dario Fo. Io che l’ho sempre capito poco, ma che ho visto la sua energia a occhi nudi. Perché l’entusiasmo, l’allegria, la vitalità non hanno bisogno di essere capiti, ma semplicemente colti, vissuti. Vorrei uno, due, tremila Dario Fo, in questo mondo di gente spenta, ma con l’interruttore sempre pronto per essere acceso. Persone in attesa. Di cosa, poi, proprio non si sa. Forse resta questo, in fondo, il nostro grande mistero buffo.

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Fanum fortuna è

La scorsa notte ho fatto una delle cose che amo di più. La scorsa notte ho passeggiato per la mia città, e senza fissare l’asfalto. Brutto vizio, il mio, quello di guardare in basso con la testa sempre piena di pensieri. Ma quando passeggio per la mia città, soprattutto di notte, la poesia del momento vince su tutto. Mi metto a scrutare case, luci, angoli che di giorno non vedo. Guardo le cose con un piglio diverso, forse perché le cose, di notte, creano tutta un’altra alchimia con i miei occhi e con il mio sentire.

Io amo la mia città. Amo la sua dimensione intermedia, la sua essenzialità a portata di mano, le sue forme perfette. Fano, per me, è come una bella donna che non riesco a smettere di fissare. Anche se ha un animo provinciale, nonostante l’orizzonte sconfinato che si propone oltre le onde. Anche se pressapochismo e frustrazione dominano il pensiero di molti, compreso quello di chi l’amministra, oggi come ieri. Anche se qui i ladri scaraventano i bastardini dai terrazzi. Anche se qui si annullano i concerti per il quieto e reiterato dormire. Anche se qui si reagisce ai problemi con hashtag idioti, con la politica che s’infila pure tra le molecole d’ossigeno, e con le rassegne stampa commentate come se si fosse all’osteria.

Non mi toglierete la mia poesia. Non mi toglierete la voglia di passeggiare la notte tra le vie della mia Fano. Non potrete mai rubare l’animo incompreso di questa città. Che è mia quanto vostra, ma che non la sapete amare.

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(Foto di Chiara Mei Mais)

Elysium

Astronavi come gommoni. Terrestri come clandestini. Elysium come Lampedusa. Neill Blomkamp ci riprova. Dopo la fantascienza sociale di Distict 9 torna a sfiorare il tema dell’immigrazione attraverso trame futuristiche ma già molto attuali. Niente alieni. Questa volta gli emarginati, i ghettizzati, siamo proprio noi. Gli umani meno abbienti, condannati a vivere di stenti su un pianeta morente. La Terra. Mentre i ricchi bivaccano, cinici e palesemente infelici, nel lusso sfrenato di un mondo satellite in cui il controllo è estremo e le faide politiche sempre dietro l’angolo. L’Eden, in fondo, non esiste.

Elysium nasce e muore come un blockbuster. Un’epopea socio-avveniristica e velatamente cyberpunk, quella di un’umanità in cerca di giustizia ed equità. Di una democrazia medica. O più semplicemente di una disperata salvezza. Così la fantascienza popolare si esprime in un esercizio di buon cinema. Ritmo in climax ascendente e sceneggiatura che non sbava, non fosse per alcune coincidenze forzate che mandano avanti il tutto, ma che sono parte integrante di una narrazione che non ha l’obbligo alla verosimiglianza. Il vero rammarico riguarda proprio il regista, bravo anche alla prova del kolossal, ma che in nome di Hollywood ha dovuto rinunciare a certi suoi vezzi stilistici. In un prodotto come questo, destinato al grande pubblico, sarebbero apparsi anche loro come dei clandestini.

Benvenuto Presidente!

Un comico ci salverà. Nato per far ridere la gente, è finito nei piani alti del Paese. E adesso può cambiare le cose.  Davvero. Può mettere in atto una rivoluzione che parta dall’interno, scardinare il sistema per farci uscire da problematiche vecchie quanto il tricolore. L’Italia politica ha a che fare con un uomo bravo a strappare risate. Viene dalla Liguria, e no, non è Beppe Grillo. La rivoluzione non ha capelli. Il suo nome è Claudio Bisio, protagonista di Benvenuto presidente!. Più che un film è attualità fatta risata. Discordie parlamentari dietro cui si nascondono inciuci di lunga data. Un mondo, quello delle istituzioni, in balia di se stesso. I poteri forti dietro le quinte. I servizi segreti (deviati e nostalgici) che lavorano nell’ombra. Con la mafia sempre dietro l’angolo. Nel mezzo un Napolitano per caso. Uno di noi, ma molto più divertente.

Riccardo Milani non mette in piedi un mostro di tecnica cinematografica. Il suo film parte fiacco. Lascia pensare a una sceneggiatura senza tante pretese. Ma poi ingrana la marcia, proprio come fosse un diesel. E mentre si ride si pensa, grazie a un uomo qualunque (divorziato, ex-precario ora disoccupato, un fallito a detta del figlio) che si ritrova a ricoprire la più alta carica dello Stato. Tutta colpa di una forzatura narrativa, di un incidente, di una provocazione tra forze politiche che si fingono avverse, ma che fanno parte dello stesso microcosmo fatto di corruzione e opportunismo. Insieme, quasi per scherzo, hanno eletto nuovo Presidente della Repubblica un certo Giuseppe Garibaldi. L’originale, per ovvie ragioni, non è reperibile. Ma sulle montagne c’è un uomo semplice che vive di libri, di pesca alla trota e di sani principi. A lui si aprono le porte del Quirinale. Così si racconta un Paese, il nostro, tra un barbone raccolto per strada e una pizza drogata per sbaglio. Sullo sfondo le macchinazioni di chi trova scomoda la sua presenza, e un giornalismo spiazzato che non sa bene cosa fare di fronte alla rivoluzione dell’uomo qualunque al potere.

Inutile negarlo: Benvenuto presidente! è un film buonista. Il Peppino Garibaldi di Bisio non rispetta mai il protocollo (tutelato, quasi incarnato dalla zelante Kasia Smutniak), ma è troppo perfetto per essere vero. Pure quando sbaglia finisce per fare la cosa giusta. Poco importa. L’ex-mattatore di Zelig, insieme a un certo Beppe (Fiorello, non Grillo) e compagnia bella ci regala una lezione di politica. Anzi, di antipolitica. Quella vera. Quella che una volta arrivata nella stanza dei bottoni finisce per provocare uno tsunami. Quella di un comico al netto dell’ira, capace di ribaltare il Paese come un calzino. E di trasformare l’Italia in una nazione a cinque stelle.

Non ho più la pazienza

Caro LetaMario,
non ho più la pazienza per sopportare il lamento facile, la critica come hobby, la polemica trattata come sport nazionale.
Sono andato nella terra delle nuvole parlanti. Sono tornato con le tasche piene di carta e gli occhi pieni di idee. Idee su come va il mondo. Per il corso ho visto una città viva. Gente che viene, gente che va. Sarà stato il miracolo di Ferragosto, ma mi sono sentito una cosa sola con quel flusso. Ho percepito che c’è vita in questo piccolo pianeta mal amministrato, in cui anche una spiaggia libera per cani (motivo di vanto, pure mediatico) può diventare privata. Quel posto è un segno di civiltà. Ma anche la civiltà ha un prezzo, almeno secondo qualcuno.
E io no, LetaMario, non ho più la pazienza. Vedo gente che si guasta le ferie, mentre le mie rischiano di venir guastate da malanni fuori stagione. Tossisco. Mi sento la fronte. Mi sento la gola. Mi sento e sento che vivo. Che le cose funzionano nonostante le apparenze. Ma intorno a me vedo gente che non sa vivere. Persone come me, perché in fondo sono sicuro che nemmeno io so davvero come si fa. Ma scorgo l’infelicità come malattia, l’insoddisfazione come disagio cronico. Persone che muoiono da vive, e che vivono da morte. Certi individui sono come le videoteche. Trascorrono il poco tempo che resta all’inevitabile estinzione come se non ci fosse più niente da fare. Con la differenza che le videoteche, così come i negozi di cd, mi fanno una certa tenerezza. Compassione. Le persone no. Perché io non ho più la pazienza.

Firmato,
uno che sta male, ma che in fondo sta meglio di altri

Il più grande spettacolo dopo il weekend


Stima per Baldini, outsider di lusso. Ma i riflettori sono tutti puntati sul suo compagno di microfono, eroe di uno show calato nel lunedì televisivo per ragioni di share, ma che avrebbe avuto un suo perché anche prima o durante il weekend.

Quando l’autoreferenzialità non guasta. Fiorello non buca lo schermo: ci costruisce gallerie. Grande lettore dei tempi, l’ex portatore sano di coda è il perno di uno show che fa il verso all’amico Jovanotti e strizza l’occhio a Twitter dotandosi di “cancelletto” a inizio titolo. In fondo tutto era nato lì, a suon di “cinguettii”. L’ironia sfrontata fa il resto, grazie a un uomo che ha saputo svecchiare il varietà senza rinunciare al gusto del ricordo e dello spettacolo puro.

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Passo laterale

Caro LetaMario,
sono molto preoccupato. Mi guardo allo specchio e mi vedo basso. Basso e rifatto. Leggo nei miei occhi la stanchezza della vecchiaia, in barba all'età che presumo di avere. Vorrei fargli specchio riflesso, ma capisco che i tempi dell'asilo sono lontani, e il pensiero di questa distanza mi dà pure un po' di nostalgia. Sento l'insoddisfazione di questo tempo, mia e non solo. La pressione di questo mondo sta sulle mie spalle. E in tutto questo sento di aver perso potere, di non essere più il premier della mia vita. Caro LetaMario, mi sento come Berlusconi. E per questo sono molto, ma molto, ma molto, ma molto preoccupato.

Come lui resto incollato a una poltrona senza più riuscire a vedere l'insieme che mi circonda. Mi dico parole solari mentre cammino su una luna che è fin troppo buia. C'è crisi, LetaMario, c'è grossa crisi. Sento voci da più lati, e vado avanti di giorno in giorno, di voto in voto, a controllare se ho ancora i numeri per evitare di cominciare a darli io. Ma la poltrona non la voglio lasciare, per me non c'è Napolitano che tenga. Eppure lo so. Prima o poi dovrò salire anch'io al Quirinale, per uscire dal pantano insieme a tutto il resto. Non sono capace di fare passi indietro, e nemmeno passi avanti. Anche se me lo dicono, me lo dicono tutti. Tutti quelli che contano. Ma la conta dei conti va sempre più a puttane, e non si tratta nemmeno di un banale Bunga Bunga. E' che io non ho più la maggioranza della mia vita. Qui è diventato tutto un Parlamento, ma no, io non parlerò di traditori (non è proprio il caso). Parlerò di una scelta che forse presto dovrò fare. Un passo, un passo dal quale non potrò tirarmi indietro. Che se indietro non so andare e in avanti neppure, allora seguirò la vocina terra terra che ho dentro di me. Il mio Umberto interiore che mi dice di fare un passo laterale. Uno che non scontenti troppo nessuno, e che comunque non mi dia quel senso di fine che mi spaventa fino a devastarmi. Da Arcore al colpo arcòre. Ma almeno l'erba intorno ricomincerà a crescere, anche senza i miei colori di partito. Per ora rimando la palla al Parlamento, nella speranza che almeno lui sappia approvare quella legge di stabilità ad personam che da solo non so darmi. Io resto magistrato di me stesso, ma da bravo vigliacco rinvio il mio giudizio alla prossima legislatura.

Firmato,
uno sempre più vicino all'auto-mozione di sfiducia