Prisoner 709

Ci sono le autobiografie da top ten e quelle pubblicate postume. Caparezza non ha bisogno delle prime, né ne avrà delle seconde. Lui ha scritto e inciso Prisoner 709, e oggi il re del non-rap italiano è più nudo che mai. Non una base che non sia d’impatto. Ogni pezzo ha un’impronta musicale articolata ed energica, che rievoca certe sonorità da rapper americano, da narratore della strada d’oltreoceano. Ma questa volta l’unica strada a essere raccontata è quella che porta al rapper stesso. Dal Troppo politico di una sua vecchia canzone al troppo poco. Forse. D’altronde l’ha detto lui stesso: “Faccio politica pure quando respiro”. Oggi, ad ogni modo, suona più cupo e introspettivo. Il nuovo Caparezza è talmente intimo da dedicare una canzone al suo stesso acufene, così autoreferenziale da parlare con il suo io più giovane, tra tracce che contengono tracce del suo passato, così come di un futuro che preoccupa e che come sempre incombe. Ma al centro c’è soprattutto il presente vissuto dal non-rapper di Molfetta. Al racconto rimato, acuto e puntuale del mondo esteriore, questa volta ha preferito il racconto di sé, del mondo che si porta dentro, complesso come le sue girandole verbali, impeccabili come d’abitudine.

Prisoner 709 è un finto concept album, perché l’unica storia che contiene è quella di chi quel concept l’ha concepito cucendoselo addosso. Niente intermezzi narrativi, soltanto il racconto di una personalità tormentata – dipinta con tinte meno accese del solito -, della sua consueta mente vulcanica e di un orecchio ronzante di cui fino a ora non si era avuto notizia. Il nuovo disco di Caparezza non è stato scritto da Caparezza, ma dall’uomo dietro la maschera di Caparezza. Alla penna Michele Salvemini, al “mic” la voce in playback – si fa per dire – del solito mattatore coi boccoli. A chi ascolta resta il consueto bisogno di farlo con il testo sotto gli occhi, anche soltanto per provare a rincorrere le rime tortuose dell’ultima fatica di un artista che la fatica, evidentemente, la percepisce davvero. Prisoner 709 è un disco maturo e dalla qualità elevatissima, ma è pur sempre il disco che non ti aspetti, meno divertente e divertito di altri, però più onesto nel parlarci dell’uomo che sta dietro l’artista. Lo si intuiva dalla serietà imperante già in copertina, così come dai pochi giochi di parole contenuti nella tracklist. Nell’attesa ci si è chiesti cos’avrebbe deriso con arguzia nei suoi nuovi pezzi, ma questa volta c’è da cogliere soprattutto l’immagine riflessa dell’autore, del ragazzone quasi 44enne dalla riccia chioma e che si celo dietro uno pseudonimo diventato ingombrante. A un primo ascolto resta poco della solita goliardia, tracce che nascondono – male – una certa inquietudine sottopelle, tra una rima non sempre baciata e nuovi labirinti di parole che trasudano, nel sarcasmo, l’affanno provocato da un successo divenuto gabbia. Il prigioniero Salvemini è voluto evadere così. Speriamo non per sempre.

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Lo chiamavano Jeeg Robot

lo chiamavano jeeg robot.jpgTu vuò fa’ l’americano, ma lo vuò fa’ a Tor Bella Monaca, e allora è tutta un’altra storia. O forse no. Lo chiamavano Jeeg Robot riserva sorprese sul fronte della recitazione, grazie alle interpretazioni di un’amata fuori dai canoni (Alessia) e di un cattivo che non ha poi tanto da invidiare ai suoi omologhi d’oltreoceano (lo Zingaro). Tutto questo mentre, per la prima volta, arriva sul grande schermo un film di supereroi italiano, anche se camuffato da Gomorra. Per la prima volta, sì, perché quel che è venuto prima viene cancellato di colpo, vuoi per i meriti di Claudio Santamaria e compagni vuoi per i demeriti di certi predecessori. E ci arriva bene, in sala, con tutti i suoi pezzi a posto e messi in fila. Forse anche troppo in fila.

Gabriele Mainetti mette in scena il riscatto del supereroismo tricolore, dopo il fallimento pressoché totale de Il ragazzo invisibile, che di colore, invece, non ne aveva proprio. Lo fa smontando il classico blockbuster americano a base di latex, superpoteri e conflitti interiori su quale sia il proprio posto nel mondo, gli toglie il latex e butta il resto in pasto alla mala di periferia. Il risultato è una guerra tra cosche cruda e a volte perversa, in cui restano coinvolti un ragazzone disilluso (un erotomane trangugia-yogurt dalla fedina penale sporca, interpretato, appunto, da un cupo Santamaria) e una ragazza mentalmente provata e incastrata nel suo mondo sinaptico fatto di robot giapponesi e di mondi da salvare. Fino a che il mondo da salvare non diventa lei, in un gioco di ambizioni e di vendette che è sporco quanto un pulp movie, ma che segue in modo accademico le fasi narrative del genere a cui si ispira. Il supereroismo. Reso inedito dall’ambientazione e dal contesto sociale su cui si è deciso di puntare, ma che ripercorre fin troppo pedissequamente le tappe del classico eroe all’americana.

Si è osato tanto, è vero, catapultando un genere non “nostro” in un mondo che, nel bene o nel male, è nostro eccome. Lo si è fatto con successo, dando spazio a interpretazioni calzanti ed efficaci, a personaggi riusciti come quello di Alessia (interpretata da una validissima Ilenia Pastorelli, segno che il Grande Fratello continua a sfornare delle giovani promesse) e lo Zingaro (uno straordinario Luca Marinelli), sorprendendo per i pochi ma impeccabili effetti speciali, e deliziando lo spettatore con una scrittura che, nonostante un paio di sbavature, è piena di dettagli che danno spessore emotivo alla trama stessa. Che però, nonostante tutto, avrebbe potuto osare di più, in un film che ha comunque vinto a testa alta la sua “missione impossibile”: essere credibile importando un genere che molti credono impossibile da importare, e contribuendo a svecchiare un cinema – quello italiano – che sembra tremendamente e colpevolmente allergico al fantastico. Mainetti fa l’americano, e lo fa all’italiana, nel senso buono del termine, giocando sulla nostalgia dell’adolescenza e sugli eroi d’acciaio di un’altra epoca. Il manuale è stato rispettato alla perfezione. Ora è il tempo di scriverne un altro. Uno che sia soltanto nostro.

Sex Criminals 1

C’era una volta Simone Celli, quello che scriveva sempre di fumetti. Simone Celli c’è ancora, ma di fumetti, oramai, scrive davvero molto poco. Troppo poco. Ogni tanto ci mette una pezza. Ogni tanto tipo qualche giorno fa, quando ha rinfrescato la sua ormai pluriennale collaborazione con Comicus.it con la recensione di Sex Criminals 1. Qui tutte le altre cose da lui scritte per il suddetto sito. Lui, Simone Celli. Che poi sarei io, e che farei meglio a scrivere più spesso di fumetti. Così non avrei più il tempo di scrivere di me in terza persona.

sex criminals 1– CLICCA QUI PER LEGGERE LA RECENSIONE –

Birdman

BirdmanAveva le ali, ma poi il suo volo ha perso lentamente quota. Lui era un attore acclamato, una di quelle stelle dei cinecomics come oggi ce ne sono tante. Robert Downey Jr. e Jeremy Renner sono soltanto due dei nomi che potremmo chiamare in causa, ma arriveremmo tardi: a citarli ci ha già pensato Alejandro González Iñárritu, sfottendo con garbo un intero genere. Quello dei supereroi sul grande schermo, a cui Birdman ammicca tra una presa in giro e l’altra. La scelta stessa dell’attore protagonista rappresenta il colpo di genio di un film che, nonostante alcune pecche, è di per sé geniale. Capostipite dei vigilantes cinematografici dell’era moderna, Micheal Keaton ha vestito i panni di Batman nei due apprezzati film di inizio anni ’90 griffati Tim Burton. E’ lui che ha “affrontato” il Joker di Jack Nicholson, molti anni prima che Christian Bale rinnovasse l’eroe nerovestito ed Heath Ledger – prematuramente scomparso e mai dimenticato – rivoluzionassero la figura del pazzo criminale travestito da clown. La genialità dell’aver scelto Keaton sta tutta nella parabola discendente del personaggio di Riggan Thompson, alias Birdman, da lui interpretato. Un attore acclamato, appunto. La stella (cadente, anzi caduta) dei cinecomics in cerca di riscatto. Un personaggio che sembra essere la metafora della carriera dell’attore chiamato a prestargli anima e corpo. E le analogie non finiscono qui. Nel film, l’anno dell’ultimo capitolo della saga di Birdman interpretato da Thompson (1992) corrisponde a quello dell’ultimo Batman di Keaton, il cui percorso è poi proseguito tra le periferie hollywoodiane, in una serie di saliscendi tra ruoli spesso di secondo piano, fino alla candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista proprio per Birdman. Ma per la statuetta non c’è stato niente da fare. Un volo mancato, anche se lui e il suo ultimo film le ali le hanno eccome.

Lo dimostrano i quattro premi che la pellicola ha comunque incassato durante l’ultimo red carpet. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia: il gioiellino di Iñárritu ha fatto letteralmente incetta dei riconoscimenti più importanti dell’ultima stagione cinematografica. Quello da lui diretto è un lucido delirio che corre imbizzarrito sul filo del surreale. Ma è soprattutto un esercizio di tecnica sopraffina, un tripudio di movimenti di macchina davvero da manuale e di recitazione eccellente. Complici anche i bravissimi Edward Norton ed Emma Stone, ripescati dal calderone dei supereroi in pellicola – rispettivamente hanno interpretato Hulk e Gwen Stacy, la ragazza di Peter Parker/Spider-Man, in produzioni tutt’altro che memorabili – come a dimostrare che bastano un buon copione e una regia un po’ più audace per far esplodere al meglio le capacità drammaturgiche degli attori in scena. Come a ribadire che i veri eroi del cinema non hanno bisogno di maschere e di muscoli in computer grafica.

Intanto il pianosequenza non molla mai la presa. La camera è mobile e mai scontata, mostrandosi capace di tutti i piccoli e continui adeguamenti necessari per dare la giusta profondità a ogni singolo gesto o movimento. Un continuum visivo che spiana la strada a una storia che però è un po’ troppo avara di scossoni. La sceneggiatura ha vinto un Oscar più che meritato, ma più per i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi che per lo sviluppo della trama, sostanzialmente incentrata sul desiderio di rinascita di un uomo dall’ego smisurato quanto ferito. Il film si può leggere in più modi. I temi trattati sono tanti, vividi, attuali e ben districati. L’unica pecca, appunto, è l’andamento un po’ monocorde della storia, che tenta di rimediare con un finale che cerca la tragedia e lo straniamento di chi guarda. Forse senza nemmeno riuscirci. Ma resta quel trionfo assoluto della tecnica, preziosa e luccicante. Un esempio di cinema matrioska che, con la scusa di aver (ri)scoperto l’intensità del teatro, ne approfitta per parlarsi parecchio addosso, ammiccando sarcastico al mondo dei supereroi di celluloide e alla Hollywood del blockbuster a tutti i costi.

Guardiani della Galassia

Guardiani della Galassia - poster

Il segreto è una vecchia musicassetta. Nel walk-man ci sono i brani di una volta, suonati a loop per non lasciarli andare. Per non lasciarsi andare. E per non lasciare andare qualcuno che proprio non vogliamo che se ne vada. Lì c’è il passato che attraversa il presente per creare il futuro. Un po’ come i Guardiani della Galassia, i paladini dell’universo griffati Marvel che con la loro colonna sonora bizzarra e un po’ retrò (anni ’70 e ’80) hanno dichiarato guerra agli aspiranti dominatori intergalattici. Strizzando l’occhio a Star Wars e, allo stesso tempo, (r)innovando il genere dei cinecomics.

Già. Non è la solita musica quella che passa il convento dei Marvel Studios, che questa volta il miracolo l’hanno fatto davvero. Perché creare dei buoni personaggi, inserirli in un canovaccio efficace e condire il tutto con musiche dall’impronta epica è ormai un compitino (quasi) di routine. Ma farlo così bene è una sorta di prodigio. Ed è difficile, oramai, decretare quale sia il miglior super-film ispirato agli eroi della Casa delle Idee, tanti ne hanno già sfornati. Ma una cosa è certa: oltre a fare un uso inedito, prepotente, efficace e fortemente simbolico della musica, Guardiani della Galassia arriva dove nessuna produzione Marvel era mai arrivata: far ridere senza per questo rendersi ridicola. Spingere sull’acceleratore della comicità senza perdere il controllo del mezzo. Fare della risata un valore aggiunto, e non un fardello dai risultati apocalittici. E ci voleva un novellino come James Gunn, che a suo modo s’intende sia di eroi in calzamaglia sia di toni scanzonati (suoi il film Super e un episodio dell’apprezzato Comic Movie), per compiere l’impresa. Per imprimere la leggerezza sulla pellicola come nessun regista Marvel (Studios e non) era mai riuscito a fare. Grazie a una sceneggiatura che spiazza lo spettatore, perché obbliga lo sfacciato Star-Lord, la seducente Gamora, il cinico Rocket, il tenero Groot (difficile credere che dietro ci sia quel duro e puro di Vin Diesel) e l’avventato Drax a compiere gesti inattesi, a dare forma ai dialoghi che meno ti aspetti. Guadagnandoci in profondità e umanità. Loro che ci fanno ridere e commuovere. Che sono così lontani, eppure così vicini. I non-eroi del pianeta accanto che le suonano ai cattivi. E fanno tutta un’altra musica. Con o senza walk-man.

The Amazing Spider-Man: Il potere di Electro

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La sindrome del troppo che stroppia colpisce ancora, proprio come era successo al secondo capitolo della scorsa trilogia. Ci si diverte, lo spettacolo è garantito, più e meglio del solito. Il Ragno, a volte, sembra addirittura volare. Il costume? Finalmente è quello giusto. Le relazioni umane sono gestite bene e la recitazione, nel suo piccolo, non fa rimpiangere il vecchio cast (e ci mancherebbe). Ma mentre si sente l’assenza di un nemico con la “n” maiuscola (e dire che qui ce ne sarebbero addirittura tre), la concatenazione di eventi è così densa che alla fine soffoca. The show must go on, but it could be more intelligent.

Chi se ne frega della Mus(e)ica

Il più difficile, il più complicato. Quello che se lo imparerò a cantare tutto prima del concerto mi dovrete dare lo Strega, il Nobel per la letteratura e la laurea ad honorem in storia dell’arte. Così, anche soltanto per l’impegno. Ché l’ultimo Caparezza è il più difficile, il più complicato. Il più denso. Di suoni. Di parole. Ho ascoltato #Cover e ho temuto la fiacca. Ho ascoltato #Nonmelopossopermettere e me ne sono goduto la linearità. Ma il resto di #Museica no. Il resto di Museica è genialità condensata in un’audioguida lunga un’ora, nove minuti e cinquantaquattro secondi. Una genialità poco adatta alle logiche del primo ascolto. Ché questa musica è densa e fa con-densa. E per raccoglierne tutte le gocce ci vorrà del tempo. Da qui fino a quel famoso concerto. Voi, intanto, preparatemi lo Strega. Se fallirò nell’intento saprò già cosa bere.

#maècaparezzaoirageagainstthemachinechecantanotuttawikipedia?!

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