Tana libera Urru!

Fai la cooperante e guarda come va a finire. Va a finire che per quattro mesi resti prigioniera in Algeria, dove stavi cercando soltanto di fare del bene. Va a finire che i media della tua terra d’origine si distraggono con altre cose, e che il tuo rapimento deve tornare d’attualità soltanto grazie a uno showman e a una showwoman (!!). Va a finire che a qualcuno poi girano i coglioni, e non ci sta a questo silenzio senza senso. Va a finire che il 29 febbraio, oggi, non è più un giorno speciale perché arriva soltanto ogni quattro anni, ma perché una blogger dotata di quella cosa strana e sempre più rara chiamata cuore ha deciso di farne il Rossella Urru Blogging Day. La Rete è impazzita, la tv si è svegliata. Meglio tardi che mai.

Ho deciso di partecipare anche io, da questa mia dimora finto-sporca e finto-imbrattante.

Gridiamo tutti insieme Tana libera Urru! Non lasciamo nel silenzio le sorti di una ragazza, e non solo le sue, che ha ancora tanto da dire. E da dare.

 

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Piano e forte

E’ una saponetta viscosa. Scivola lenta senza perdere aderenza, piano come un piano che va piano, un piano che all’improvviso suona una cover dei Metallica. I tramonti cambiano andatura, vanno come pare a loro. Ci sono cordoni che non si possono tirare in eterno. Che l’eterno non ci appartiene. Che di eterno non c’è proprio niente.

Un giorno dopo l’altro

Era la mia festa, ma non me ne fregava più niente. Avevo nove anni, e altrettante candeline erano lì che ardevano per me. Ma no, non me ne fregava più niente. E’ stato come quando l’anima si lascia solleticare. Come quando l’impeto di ciò che ti muove diventa ardente come un vulcano. Terra esplosa. Altroché candeline.

L’avevo sempre saputo. Fuori è un mondo arido, ma io la mia acqua l’ho sempre saputa riconoscere. Il motore del mio mondo, piccolo come quello di un bambino, ma pronto a farsi grande senza perdersi mai per strada. Un giorno dopo l’altro ho capito che il mio cuore si sa riempire di tante cose, ma che mi basta incrociare lo sguardo di un cane per sentirmi più vivo della vita stessa. Più ardente di vulcani e candeline. No, niente aveva più senso in quel giorno di festa. I giochi e le voci erano soltanto dei rumori di fondo. Dentro di me era tutto un altro party. Pensavo e ripensavo ai due cuccioli appena nati a casa di mia zia. Rocky il marrone, incattivito dalla vita e mica dalla natura. Poi lei. Milly.

Se la chiamo sorella qualcuno ci riderà. Buon divertimento. Milly era mia sorella. Anzi lo è. Una compagna di vita. A volte mi fermavo a guardarla. Dentro la mia testa la umanizzavo. Me l’immaginavo bionda con i capelli a caschetto, non mi chiedete perché. So che lei era lì. Oggi so soltanto che lei era lì, e io con lei. Zampa nella zampa.

La festa per il mio nono compleanno si era chiusa su quel pensiero fisso. Sapevo che presto Milly sarebbe venuta ad abitare da noi. Era come nebbia dissolta che rivela un grande sole. Ci vedevo bene, ma vedevo solo quello. Fine. Contavo i secondi di quell’attesa estenuante, ed è stata dura, la prima volta, doverla riportare indietro perché eravamo stati troppo egoisti da strapparla alla madre prima del tempo.

Poi il suo arrivo, una volta per tutte. Aveva paura. L’ho presa in braccio e l’ho messa a dormire su di me. Io, un divano e una palla di pelo. Ero cresciuto a pane e tv, ma quel giorno per me il piccolo schermo era carta da parati. Lei si era arrotolata su se stessa, pallina di vita pulsante pronta a dare e ricevere. Contabilità di un affetto incontabile che va oltre l’umano.

Ricordo un paio di momenti di sconforto. La vita era carta vetrata strofinata sulla mia pelle adolescente. Io tenevo tutto dentro, scatola di sensazioni sottili ma maledette. Finivo spesso per incrociare il suo sguardo di cane, cuore silente di una sala divenuta presto la sua cuccia oversize. Lei mi lanciava occhiate di un miele distaccato, di quello bello sciolto già dentro il barottolo. I suoi occhi scivolavano dal pavimento fino ai miei. Trasudava pensieri che non siamo degni di conoscere. Io l’ho sempre sentita un po’ sofferente, anima grande ma pure un po’ in pena. Abbiamo fatto i nostri sbagli, ma lei era sempre lì a viverci e lasciarsi vivere. I suoi occhi scivolavano sui miei, e piangere mi veniva più facile. Io, ragazzino mediamente sereno. Umano reso umano dallo sguardo sfuggente di un cane.

Ricordo ancora le lacrime dell’ultima passeggiata. Le sue soste erano troppe e troppo prolungate per impedirmi di sentire l’odore di una fine vicina. Io la incoraggiavo, quello in fondo mi è sempre venuto bene. Ed è andata così fino all’ultima occhiata, che oggi è fumo nella mente, ma che è anche una Polaroid nascosta gelosamente dentro l’uomo che sono diventato. Mi spiace, la cagnolina non ce l’ha fatta. Il veterinario si sbagliava. Milly ce l’aveva fatta, e continua a farcela ancora. Continua a farsi ricordare, un giorno dopo l’altro. Il trionfo di chi sa trasformare il cuore degli altri nella cuccia più bella.

 

Orso cristallo

Caro LetaMario,
sarò breve. Prendi queste parole come un telegramma, come un coito interrotto dalle circostanze. E' che ho preso casa in una cristalleria. Come mi muovo rompo qualcosa. Sono immobile. Resto immobile. Il mio ventre non danza più. Vado avanti a piccoli respiri, piccoli e incerti. Che di certa m'è rimasta solo l'aria, incastrata tra uno swarovski e l'altro su mensole in bilico tra santi e falsi dei. Ma soprattutto falsi santi.

Firmato,
l'orso cristallo della canzone di Pelù

"Credevo che i uèstern non avessero i colori" – Intervista a Pierz

Glielo dovevo, e comunque sia mi sono divertito. Nella vita scrivo, ma non è affatto detto che sia così che io viva. Di certo mi aiuta a sentirmi vivo, a dare ricambio alle energie. Glielo dovevo, dicevo. E finalmente eccola qua. E' l'intervista a una promessa, e io glielo avevo promesso che l'avrei fatta pubblicare. Lui è un asso del fumetto, ma francamente non mi sembra un tipo da manica. Io lo vedo più da mutanda in mezzo in culo. Non che Pierz indossi qualche intimo strano, o anche se fosse non verrebbe a dirlo a me (e tantomeno glielo andrei a chiedere). Di certo quando leggi i suoi lavori è come quando lo slip ti si stringe e ti preme nel di dietro. Ti dà fastidio, e tu per reazione fai una mossa singolare. Poi pensi a cosa stai facendo, e improvvisamente ti ritrovi a ridere.

Questa è la storia di risate rotolate sul letto, con in mano un fumetto che mescola cucina e pistoleri per poi non parlare di nessuna delle due cose. E' la genialità sensata di un non sense che sfocia in parodia. E' un incrocio di segni grafici semplici, immediati, come un rutto dopo la birra. Chi ha una marcia in più può permettersi di guidare anche col freno a mano tirato.

■ LEGGI L'INTERVISTA O MUORISCI DOMANI ■

La mia via

Complessi di complessi. Uragani esplosi in tazzine di caffè mai abbastanza zuccherati. Verbi tra diverbi che riverberano in stanze piene di vuoto interiore. Ecco l'eco di una vita che fa economia e mai ecologia. L'ecografia  dell'anima ripercorre le linee tratteggiate della geografia che ci contraddistingue. Tra distinguo e distinguo si distingue soltanto la voglia di distinguersi, tra voglie controvoglia e foglie contro vento. Uragani esplosi in taccuini verbali e verbosi, tra verbi e diverbi che riverberano in stanze piene di vuoto interiore. Siamo amplessi complessi tra complessi e riflessi genoflessi che si specchiano di sé. Torti e ritorti, contorti per torti distorti ma senza mai una ritorsione. Voli presi al volo nel volo del volto. Fanciulli che lasciano tracce di sé in sorrisi fulminei. Colori accesi su scale di grigio spento, che portano giù all'inferno dell'inverno più vero. Più bianco e più nero. Me la dia la melodia. Me la dia la simpatia di un ghigno bambino. Me la dia lui. Me la dia lui la mia via.