Eululà ululeulàlla

Io me lo ricordo. Me lo ricordo, ora, quel video un po’ trash ma non ridicolo. Mi ricordo quegli occhi da lupo spaurito, e mi è tornato in testa anche quel ritornello che proprio come allora farà fatica ad andarsene. Io me lo ricordo quel video un po’ trash ma non ridicolo. Lo davano all’alba, su Italia 1, prima dei cartoni animati del mattino che io, quasi ottenne ma già accumulatore seriale di idee e di sensazioni, registravo avidamente. C’era finito per sbaglio, più volte, su quella cassetta consumata. E ogni volta me lo guardavo e riguardavo, preso da una lieve e affascinata inquietudine.

Ero un bambino, io, nel ’91. Ero un bambino rapito da quegli occhi da lupo spaurito, e che durante la giornata si canticchiava nella testa quel ritornello che già allora faceva fatica ad andarsene. Oggi, ad andarsene, è l’autore di quel ritornello. L’autore di quel video un po’ trash ma non ridicolo. Il legittimo proprietario di quegli occhi da lupo spaurito, che anche sotto la maschera si vedevano che erano i suoi. Ciao Giorgio, il mio me bambino ti ringrazia tardivamente per quella lieve e affascinata inquietudine. Di quando tu facevi il verso a Teen Wolf. E io, non ancora “teen”, facendo il verso a te facevo già versi da “wolf”.

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Benvenuto Presidente!

Un comico ci salverà. Nato per far ridere la gente, è finito nei piani alti del Paese. E adesso può cambiare le cose.  Davvero. Può mettere in atto una rivoluzione che parta dall’interno, scardinare il sistema per farci uscire da problematiche vecchie quanto il tricolore. L’Italia politica ha a che fare con un uomo bravo a strappare risate. Viene dalla Liguria, e no, non è Beppe Grillo. La rivoluzione non ha capelli. Il suo nome è Claudio Bisio, protagonista di Benvenuto presidente!. Più che un film è attualità fatta risata. Discordie parlamentari dietro cui si nascondono inciuci di lunga data. Un mondo, quello delle istituzioni, in balia di se stesso. I poteri forti dietro le quinte. I servizi segreti (deviati e nostalgici) che lavorano nell’ombra. Con la mafia sempre dietro l’angolo. Nel mezzo un Napolitano per caso. Uno di noi, ma molto più divertente.

Riccardo Milani non mette in piedi un mostro di tecnica cinematografica. Il suo film parte fiacco. Lascia pensare a una sceneggiatura senza tante pretese. Ma poi ingrana la marcia, proprio come fosse un diesel. E mentre si ride si pensa, grazie a un uomo qualunque (divorziato, ex-precario ora disoccupato, un fallito a detta del figlio) che si ritrova a ricoprire la più alta carica dello Stato. Tutta colpa di una forzatura narrativa, di un incidente, di una provocazione tra forze politiche che si fingono avverse, ma che fanno parte dello stesso microcosmo fatto di corruzione e opportunismo. Insieme, quasi per scherzo, hanno eletto nuovo Presidente della Repubblica un certo Giuseppe Garibaldi. L’originale, per ovvie ragioni, non è reperibile. Ma sulle montagne c’è un uomo semplice che vive di libri, di pesca alla trota e di sani principi. A lui si aprono le porte del Quirinale. Così si racconta un Paese, il nostro, tra un barbone raccolto per strada e una pizza drogata per sbaglio. Sullo sfondo le macchinazioni di chi trova scomoda la sua presenza, e un giornalismo spiazzato che non sa bene cosa fare di fronte alla rivoluzione dell’uomo qualunque al potere.

Inutile negarlo: Benvenuto presidente! è un film buonista. Il Peppino Garibaldi di Bisio non rispetta mai il protocollo (tutelato, quasi incarnato dalla zelante Kasia Smutniak), ma è troppo perfetto per essere vero. Pure quando sbaglia finisce per fare la cosa giusta. Poco importa. L’ex-mattatore di Zelig, insieme a un certo Beppe (Fiorello, non Grillo) e compagnia bella ci regala una lezione di politica. Anzi, di antipolitica. Quella vera. Quella che una volta arrivata nella stanza dei bottoni finisce per provocare uno tsunami. Quella di un comico al netto dell’ira, capace di ribaltare il Paese come un calzino. E di trasformare l’Italia in una nazione a cinque stelle.

The Avengers

Un mazzo di figurine insanguinate, piccoli cimeli vintage che possono salvare il mondo. Gli eroi di ieri sono gli eroi di oggi, e non tutti vestono ferro e latex. The Avengers è l’apoteosi del supereroismo su celluloide, ma in fondo celebra il sacrificio di un uomo comune in giacca e cravatta. Sue le figurine, sua la mano che porterà alla vittoria.

Più che i vampiri, l’autore di Buffy ha ucciso gli spettri di un certo cinema griffato Marvel. Una filmografia sempre troppo incline alla burla, con il brutto vizio di rendere banale qualcosa che invece non lo è. Come se bastasse una tutina aderente a giustificare l’eccesso di ironia, e se il fatto che tutto provenga dalle pagine dei fumetti renda lecito inserire scene ridicole come fossimo sempre a Topolinia. Anche se è vero, ormai, che Marvel e Disney sono la stessa cosa, ma non è di certo un alibi. Per fortuna c’è Joss Whedon, che ha il merito di riscattare buona parte dei film della casa editrice, e forse un intero genere, grazie a un action movie che va ben oltre i pop corn. Sua la regia di questo sogno a occhi aperti, suo il merito di aver portato sullo schermo uno spettacolo poderoso, elefantiaco. Ma di assoluta qualità.

Forse per gli spettatori dell’ultim’ora si tratta soltanto di spasso e meraviglia (d’altronde “Marvel” significa proprio questo), di una prova di forza da parte di effetti che sono sempre più speciali. Ma per i fan duri e puri The Avengers è molto di più. E’ un desiderio che si esaudisce nel modo più insperato. I Vendicatori sono roba vintage davvero. Nati nel ’63 come eroi di carta, ora arrivano finalmente al cinema. Tutti insieme. E lo bucano alla grande. Merito anche dell’ultimo decennio di storie a fumetti. Il kolossal è in forte debito con l’estro dissacratore di Mark Millar, che con i suoi Ultimates ha rinnovato il mito degli “eroi più potenti della Terra” e spianato involontariamente la strada a film pieni di idee vincenti e di personaggi ben caratterizzati. Come Tony Stark, interpretato da uno degli attori più validi sulla piazza. Robert Downey Jr. brilla come non mai. Non a caso sembra di vedere il primo Iron Man, un mix efficace di goliardia ed epicità. Ma moltiplicato per sei.

La compagnia è di quelle da invidia. Chris Evans torna nei panni di Capitan America. Dopo essersi “infiammato” come Torcia Umana nei discutibili film ispirati ai Fantastici Quattro, pare che il suo destino sia ancora quello di fare l’eroe in calzamaglia. Nick Fury è sempre e inevitabilmente lui, Samuel L. Jackson. Brian Hitch lo aveva disegnato proprio secondo le sue fattezze, dunque una scelta felice e per certi versi obbligata. Chris Hemsworth fa di nuovo l’asgardiano nei panni di Thor, ancora alle prese con il fratellastro Loki, interpretato da Tom Hiddleston. Scarlett Johansson e Jeremy Renner, rispettivamente la Vedova Nera e Occhio di Falco, assumono finalmente una loro tridimensionalità. E gli occhialini non c’entrano niente. Il merito è tutto di una sceneggiatura che rispetta i personaggi originali, ma che soprattutto sa miscelarli tra loro mantendendo un equilibrio tutt’altro che scontato. Per non parlare di altri che vengono proprio rilanciati. Mark Ruffalo è il terzo Hulk nell’arco di nove anni, ed è proprio il suo quello più convincente, in borghese così come in “verde”.

The Avengers è uno spin-off al contrario. Praticamente uno “spin-on”. Per una volta non è il film sul personaggio di punta a uscire dalla pellicola madre, ma sono i lungometraggi sui singoli protagonisti a confluire in una grande e ambiziosa produzione. Dopo gli affluenti ecco arrivare un gran bel fiume. Un blockbuster in piena regola, lineare in tutto e per tutto e senza tante pretese autoriali. Ma nel suo genere è e resterà un caposaldo, un esempio da imitare per grandezza, spettacolarità, sense of wonder. E probabilmente incassi. A ingranare la marcia giusta la Marvel c’ha messo un po’. E’ un diesel, come i protagonisti dei suoi film, che prendono velocità man mano. A volte basta giusto qualche figurina. I ragazzi devono soltanto essere motivati.

Tana libera Urru!

Fai la cooperante e guarda come va a finire. Va a finire che per quattro mesi resti prigioniera in Algeria, dove stavi cercando soltanto di fare del bene. Va a finire che i media della tua terra d’origine si distraggono con altre cose, e che il tuo rapimento deve tornare d’attualità soltanto grazie a uno showman e a una showwoman (!!). Va a finire che a qualcuno poi girano i coglioni, e non ci sta a questo silenzio senza senso. Va a finire che il 29 febbraio, oggi, non è più un giorno speciale perché arriva soltanto ogni quattro anni, ma perché una blogger dotata di quella cosa strana e sempre più rara chiamata cuore ha deciso di farne il Rossella Urru Blogging Day. La Rete è impazzita, la tv si è svegliata. Meglio tardi che mai.

Ho deciso di partecipare anche io, da questa mia dimora finto-sporca e finto-imbrattante.

Gridiamo tutti insieme Tana libera Urru! Non lasciamo nel silenzio le sorti di una ragazza, e non solo le sue, che ha ancora tanto da dire. E da dare.

 

Buoni spropositi (2)

Caro LetaMario,
saranno le moke anarchiche, oppure la caffeina che mando giù nelle piccole e grandi occasioni. Sarà quel che sarà, ma sento il nuovo anno che mi vibra dentro. E dire che secondo qualcuno sarà l'ultimo. Sarà per questo che mi appresto a viverlo proprio come se lo fosse? Freno a mano non più tirato. Un Io ci sarò alla Piero Pelù. A prescindere da tutto. A prescindere da tutti. E non saranno soltanto parole. Il 2012 è degli entusiasti. Non sarà. E'. Perché il 2012 vibra già. Nelle mie corde oppure no non fa alcuna differenza.

Anni. La fine di questo mi ha colto sul fatto. Il fatto era che non lo stavo vivendo. Non più. La fine di questo è un messaggio dall'alto, anche se alla fine tutto nasce dal basso. La fine di questo è un'insegna luminosa che m'insegna che senza luminosità non va. E non si va. Da nessuna parte. Che a parte la parte dell'attore, sotto c'è una persona e pure un po' sopra. Alla fine tutto nasce dal basso, sì. Recito un me che me non è. Sono sempre io, ma non per questo sono io sempre. La fine di questo mi vede dentro una stanza di vetro. Lucido le pareti e vedo un fuori. Vedo un fuori e mi accorgo di non poterlo toccare. Spingo appena il muro. Si sposta. Capisco che il vedere non mi basta più. Ora devo toccare. Ora devo vivere. Esco.

Il complemento oggetto è la più grande menzogna. Non c'è niente in particolare che io toccherò. Non c'è niente di specifico che io vivrò. C'è il tutto, ed è il mio minimo sindacale. La minima cosa che sono disposto ad accettare per il mio futuro prossimo. Il tutto. Non avrò più paura de miei buoni spropositi. Ho smesso di fare sconti a chi non ne fa a me. Guarderò avanti senza smettere di guardarmi intorno. Farò sorrisi in circo-stanze di vetro, in un eterno spettacolo in cui le fiere siamo noi, e i domatori ingoiano fruste a mezzanotte come fosse lenticchia. Fiero di esser fiera alla fiera del West. Lontano ma vicino. E incredibilmente selvaggio.

Ho le vene che mi pulsano. Tutto scorre. Con la s o senza non fa più differenza. E' inutile. Gli orologi non hanno freni, e da oggi nemmeno io. E' una battaglia persa, e in fondo un'amicizia mancata. Prendo il tempo a braccetto senza dirgli niente di che. Nessuna parola di riavvicinamento, nessun armistizio da firmare. Non gli chiedo quanto ne ce n'è ancora per me, ma gli prometto che sarà sempre e comunque il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Non c'è fretta, se non quella di ritrovarsi. Senza percorsi emozionali, senza trascorsi emozionanti. Solo io e la mia idea di me. Mi guardo. Mi fulmino. Mi cambio. Buon anno.

Vinco la mia lotteria istantanea di Capodanno. Non aspetto nemmeno l'estrazione. Estraggo il nido di vespe urlacchianti che mi si è formato dentro. Non lo brucio. Lo tiro fuori e lo lascio andare. Mi tiro fuori e mi lascio andare.

Firmato,
l'ape Maya

Sherlock Holmes – Gioco di ombre


Un treno, un viaggio, un'avventura. L'Europa in fiamme, un conflitto di massa alle porte, due investigatori tra i più capaci di sempre. Facile a dirsi, ma a farsi è tutt'altro che elementare. L'avvicendarsi delle indagini è intricato davvero, anche più dell'altra volta. Più che un film, una partita a scacchi. Letteralmente. Holmes e Watson sono di nuovo sulla scena, con il primo che la domina e il secondo che fa da spalla e allo stesso tempo guarda le spalle all'altro. Si salvano la vita a vicenda, di continuo, in un interscambio che va ben oltre la mera sopravvivenza. Respirano l'avventura a pieni polmoni seguendo le intuizioni più improbabili. La fissità messa al rogo, il matrimonio visto come un evento "definitivo". Quantomeno ci si scherza su. Holmes rompe gli schemi, vive di esperimenti continui, e non ha remore quando si tratta di guastare i piani di chi gli sta intorno. Tra lui e il dottor Watson, interpretato da un ottimo Jude Law, c'è una chimica eccezionale, un rapporto di amore e odio che si può riassumere in una sola parola. Complicità, a prescindere da tutto.

Robert Downey Jr. è la spontaneità fatta attore. O magari no. Forse il suo eroe così terribilmente lungimirante è soltanto il frutto di una recitazione efficace, ma di certo nei panni dell'investigatore più famoso di tutti i tempi il caratterista di New York diventa una cosa sola con la scena. Si destreggia con le parole così come con i fatti. Sia nel dire sia nel fare punge senza sbagliare (quasi) mai un colpo. Dialoghi a cavallo tra sintesi che taglia ed elucubrazioni che ammaliano, e una concretezza che sa quasi di veggenza.

Sherlock Holmes – Gioco di ombre è il film delle conferme. Guy Ritchie ripropone tutto il bello del primo capitolo, senza tagli al budget e con un pizzico di complicazione in più. Che forse guasta un po' la festa, ma senza far danni. Non c'è niente di elementare, Watson, solo la potenza di un film che è ormai una saga e allo stesso tempo una garanzia. E in cui ritmo e carisma fanno davvero la differenza.