Vita di Pi

Un ragazzo chiamato come un numero, una tigre chiamata come un ragazzo. In un film dall’indole jovanottiana, tra la pulsione verso tutto ciò che è alto e la tensione evolutiva verso tutto ciò che è altro. Buono ma non buonista, Vita di Pi è uno splendido trattato sulla fede. E non sulla religione. Guai a confondere le esigenze delle spirito con le gabbie del dogma. L’universo si rispecchia nella falsa solitudine dell’oceano, ma soprattutto negli occhi dei due naufraghi finiti nel bel mezzo di quel mare fatto di vita e di morte, gemelli diversi uniti dalla smania di vivere e di resistere.

Il nulla riempie, e diventa maestoso grazie a inquadrature sapienti e sottili, oltre che agli sguardi del giovane indiano e a quelli di un animale che sembra nato per dominare. Ma non sull’acqua. La necessità di sopravvivere è il vero motore, ma soltanto in apparenza. In realtà è uno specchietto per spettatori-allodola. La spiritualità, quella più genuina, è la vera regina della scena. Si nasconde dietro nomi improbabili, come se le anime piene di Pi (il ragazzo) e Richard Parker (la tigre) avessero bisogno di maschere e vestiti sgargianti per nascondere la loro troppa bellezza.

Cercare la quadra del cerchio serve a poco. Ciò che conta è che Vita di Pi sia un film ad ampio raggio. Undici anni dopo la sua prima pubblicazione, l’apprezzato romanzo di Yann Martel diventa spettacolo per gli occhi, e le emozioni conquistano pure con la terza dimensione. Il non facile passaggio da libro a film è a firma Ang Lee, regista e narratore della doppiezza. Quella di un Bruce Banner scienziato, raccontato attraverso una regia inquadrata e pure squadrata, a braccetto con l’ostentata brutalità di Hulk. Oppure quella della ragione e del sentimento, o di una tigre e di un dragone. A smontare i titoli dei suoi film si scoprono nette contrapposizioni concettuali (Mangiare bere uomo donna è l’esempio più estremo ed eclatante) che in fondo racchiudono l’essenza dell’ esistere. Vita di Pi si inserisce perfettamente nella filosofia drammaturgica di Lee. Grazie a una tigre che sembra più mitologica di un dragone. E a un ragazzo che vale molto più di tre virgola quattordici.

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Buoni spropositi (2)

Caro LetaMario,
saranno le moke anarchiche, oppure la caffeina che mando giù nelle piccole e grandi occasioni. Sarà quel che sarà, ma sento il nuovo anno che mi vibra dentro. E dire che secondo qualcuno sarà l'ultimo. Sarà per questo che mi appresto a viverlo proprio come se lo fosse? Freno a mano non più tirato. Un Io ci sarò alla Piero Pelù. A prescindere da tutto. A prescindere da tutti. E non saranno soltanto parole. Il 2012 è degli entusiasti. Non sarà. E'. Perché il 2012 vibra già. Nelle mie corde oppure no non fa alcuna differenza.

Anni. La fine di questo mi ha colto sul fatto. Il fatto era che non lo stavo vivendo. Non più. La fine di questo è un messaggio dall'alto, anche se alla fine tutto nasce dal basso. La fine di questo è un'insegna luminosa che m'insegna che senza luminosità non va. E non si va. Da nessuna parte. Che a parte la parte dell'attore, sotto c'è una persona e pure un po' sopra. Alla fine tutto nasce dal basso, sì. Recito un me che me non è. Sono sempre io, ma non per questo sono io sempre. La fine di questo mi vede dentro una stanza di vetro. Lucido le pareti e vedo un fuori. Vedo un fuori e mi accorgo di non poterlo toccare. Spingo appena il muro. Si sposta. Capisco che il vedere non mi basta più. Ora devo toccare. Ora devo vivere. Esco.

Il complemento oggetto è la più grande menzogna. Non c'è niente in particolare che io toccherò. Non c'è niente di specifico che io vivrò. C'è il tutto, ed è il mio minimo sindacale. La minima cosa che sono disposto ad accettare per il mio futuro prossimo. Il tutto. Non avrò più paura de miei buoni spropositi. Ho smesso di fare sconti a chi non ne fa a me. Guarderò avanti senza smettere di guardarmi intorno. Farò sorrisi in circo-stanze di vetro, in un eterno spettacolo in cui le fiere siamo noi, e i domatori ingoiano fruste a mezzanotte come fosse lenticchia. Fiero di esser fiera alla fiera del West. Lontano ma vicino. E incredibilmente selvaggio.

Ho le vene che mi pulsano. Tutto scorre. Con la s o senza non fa più differenza. E' inutile. Gli orologi non hanno freni, e da oggi nemmeno io. E' una battaglia persa, e in fondo un'amicizia mancata. Prendo il tempo a braccetto senza dirgli niente di che. Nessuna parola di riavvicinamento, nessun armistizio da firmare. Non gli chiedo quanto ne ce n'è ancora per me, ma gli prometto che sarà sempre e comunque il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Non c'è fretta, se non quella di ritrovarsi. Senza percorsi emozionali, senza trascorsi emozionanti. Solo io e la mia idea di me. Mi guardo. Mi fulmino. Mi cambio. Buon anno.

Vinco la mia lotteria istantanea di Capodanno. Non aspetto nemmeno l'estrazione. Estraggo il nido di vespe urlacchianti che mi si è formato dentro. Non lo brucio. Lo tiro fuori e lo lascio andare. Mi tiro fuori e mi lascio andare.

Firmato,
l'ape Maya

Io, Dio, l'odio e lo iodio

Riempitore di bicchieri già pieni a metà. Ho trovato il mio nuovo bellissimo mestiere. Penso positivo perché son vivo, ma non è così che funziona. Sento e risento cose che non vorrei sentire. L'umore è un'altalena come la stessa cosa che comincia con la a. Il fegato mi dà sfoghi che io non riesco a darmi, e non sono sicuro sia tutta colpa del Natale. Se mi guardassi dentro, se lo facessi davvero, vedrei un megafono spento davanti a una bocca disumanizzata dall'urlo. Inespressività indotta e dedotta. Non sono tipo che arranca, sono tipo che tentenna. Ho tutti e due i piedi su di un filo di nylon. Non cadrò giù. Io non voglio cadere.

Io sono quello che sono, amplificatore per storie di vita non vissuta. Mi sono sentito Dio a scrivere un romanzo in meno di un mese, a muovere pedine come un campione di scacchi improvvisato su di una scacchiera immaginaria e immaginata. E mi sono sentito sputare via il veleno, un veleno non mio. Ho orecchie da mercante, di quelle che vendono ma che non sanno mai comprare. Odio, mi avevano detto, per poi ritrattare come fosse la peggiore politica. E il mio scopo è sempre lo stesso: trovare il sale della vita. Penso positivo perché son vivo, ma non è così che funziona, no. Accarezzo lo iodio, lo faccio vibrare. Metto un senso dove il senso non c'è. A scrivere di vite inesistenti ho apprezzato il potere mentre mi attraversava. Vorrei riversare quella stessa forza sulla mia. Sulla mia vita che invece esiste davvero. Voglio risvegliarmi Babbo Natale, rosso ma non per gli sfoghi e con molta meno pancia. Voglio fare doni senza badare a spese, che tutto ha un prezzo tranne la speranza che le cose possano andare sempre per il meglio. Vedo occhi spenti. Vorrei tanto trovare l'interruttore.

Cogito ergo boom

Disegnerò fiori d'arancio per bouquet fuori bersaglio. Colorerò futuri che non mi appartengono. Tratteggerò il buono che c'è perché è l'unica cosa che conta. Dipingerò tratti distratti di cuori maltrattati. Sfiderò la passione che si fa soffocare come fosse una sua perversione. Estrarrò a sorte il numero che la sorte mi ha assegnato. Metterò a segno anche senza assegno, che c'è un senso anche senza un assenso. Suonerò il mio monologo interiore, pizzicando solo quello che è nelle mie corde. Canterò lo strumento che sono. Ritroverò il mio ritmo perduto.

Vivo passivo. Viaggio selvaggio senza un orizzonte predefinito, che l'aria da stronzo ce l'ho già di default. Affondo sul fondo del logico che cogito. Ergo, boom.

Un giorno dopo l’altro

Era la mia festa, ma non me ne fregava più niente. Avevo nove anni, e altrettante candeline erano lì che ardevano per me. Ma no, non me ne fregava più niente. E’ stato come quando l’anima si lascia solleticare. Come quando l’impeto di ciò che ti muove diventa ardente come un vulcano. Terra esplosa. Altroché candeline.

L’avevo sempre saputo. Fuori è un mondo arido, ma io la mia acqua l’ho sempre saputa riconoscere. Il motore del mio mondo, piccolo come quello di un bambino, ma pronto a farsi grande senza perdersi mai per strada. Un giorno dopo l’altro ho capito che il mio cuore si sa riempire di tante cose, ma che mi basta incrociare lo sguardo di un cane per sentirmi più vivo della vita stessa. Più ardente di vulcani e candeline. No, niente aveva più senso in quel giorno di festa. I giochi e le voci erano soltanto dei rumori di fondo. Dentro di me era tutto un altro party. Pensavo e ripensavo ai due cuccioli appena nati a casa di mia zia. Rocky il marrone, incattivito dalla vita e mica dalla natura. Poi lei. Milly.

Se la chiamo sorella qualcuno ci riderà. Buon divertimento. Milly era mia sorella. Anzi lo è. Una compagna di vita. A volte mi fermavo a guardarla. Dentro la mia testa la umanizzavo. Me l’immaginavo bionda con i capelli a caschetto, non mi chiedete perché. So che lei era lì. Oggi so soltanto che lei era lì, e io con lei. Zampa nella zampa.

La festa per il mio nono compleanno si era chiusa su quel pensiero fisso. Sapevo che presto Milly sarebbe venuta ad abitare da noi. Era come nebbia dissolta che rivela un grande sole. Ci vedevo bene, ma vedevo solo quello. Fine. Contavo i secondi di quell’attesa estenuante, ed è stata dura, la prima volta, doverla riportare indietro perché eravamo stati troppo egoisti da strapparla alla madre prima del tempo.

Poi il suo arrivo, una volta per tutte. Aveva paura. L’ho presa in braccio e l’ho messa a dormire su di me. Io, un divano e una palla di pelo. Ero cresciuto a pane e tv, ma quel giorno per me il piccolo schermo era carta da parati. Lei si era arrotolata su se stessa, pallina di vita pulsante pronta a dare e ricevere. Contabilità di un affetto incontabile che va oltre l’umano.

Ricordo un paio di momenti di sconforto. La vita era carta vetrata strofinata sulla mia pelle adolescente. Io tenevo tutto dentro, scatola di sensazioni sottili ma maledette. Finivo spesso per incrociare il suo sguardo di cane, cuore silente di una sala divenuta presto la sua cuccia oversize. Lei mi lanciava occhiate di un miele distaccato, di quello bello sciolto già dentro il barottolo. I suoi occhi scivolavano dal pavimento fino ai miei. Trasudava pensieri che non siamo degni di conoscere. Io l’ho sempre sentita un po’ sofferente, anima grande ma pure un po’ in pena. Abbiamo fatto i nostri sbagli, ma lei era sempre lì a viverci e lasciarsi vivere. I suoi occhi scivolavano sui miei, e piangere mi veniva più facile. Io, ragazzino mediamente sereno. Umano reso umano dallo sguardo sfuggente di un cane.

Ricordo ancora le lacrime dell’ultima passeggiata. Le sue soste erano troppe e troppo prolungate per impedirmi di sentire l’odore di una fine vicina. Io la incoraggiavo, quello in fondo mi è sempre venuto bene. Ed è andata così fino all’ultima occhiata, che oggi è fumo nella mente, ma che è anche una Polaroid nascosta gelosamente dentro l’uomo che sono diventato. Mi spiace, la cagnolina non ce l’ha fatta. Il veterinario si sbagliava. Milly ce l’aveva fatta, e continua a farcela ancora. Continua a farsi ricordare, un giorno dopo l’altro. Il trionfo di chi sa trasformare il cuore degli altri nella cuccia più bella.

 

Ventotto anni dopo

Ventotto anni dopo porto occhiali treddì per vedere meglio la vita. Ventotto anni dopo guardo le lancette roteare intorno a un perno che non ho ancora imparato ad addomesticare. Ventotto anni dopo sono una lacrima in forma di segno, che segnata da segni significativi prova a lasciare il segno lanciando segnali che significano poco più del segno che sono. Ventotto anni dopo divoro cioccolato attentando alla vita del crasso. Ventotto anni dopo accumulo grasso che smaltisco tra il cloro alla stessa ora in cui tutti pranzano e dunque accumulano. Ventotto anni dopo do aria alla bocca per fa scorrere il vento tra orecchie bisognose di un eterno cotton fioc. Ventotto anni dopo respiro e catturo, respiro e catturo. Ventotto anni dopo cerco sinfonie e arrangio sintonie improvvise. Ventotto anni dopo scrivo e do di conto con il mio fondo ammortamento pensieri. Ventotto anni dopo guardo l’ora impressa sul pc, e mi ricordo che è meglio tardi che mai. Ventotto anni dopo mi dico che la testa non ha abbastanza testa per stare alla testa della mia vita. Ventotto anni dopo vedo occhi a forma di cuore, io che non ho un cuore a forma di occhi per vedere le cose come stanno. Ventotto anni dopo divoro senza chiedere scusa. Ventotto anni dopo mi scuso per tante cose, ma mai per l’impresa di essere nato. Ventotto anni dopo cammino su una terra di cui sono certo di essere degno, mentre il cielo attende e piove di tutto tranne conferme. Ventotto anni dopo sono un fiume in pena per le acque che non si muovono mai. Ventotto anni dopo mi sembra che tutto si gongoli nel suo mobile immobilismo. Ventotto anni dopo vedo un nero che non è Perugina, mentre la vita resta un bacio rubato e poi restituito. Ventotto anni dopo prendo in prestito zollette di zucchero con cui addolcire il mio tè. Ventotto anni dopo apro le imposte a un silenzio che nessuno vorrebbe pagare. Ventotto anni dopo vedo colonne di fumo mettersi in riga per dare segnali davvero poco stradali. Ventotto anni dopo leggo cartelli e faccio passi confusi. Ventotto anni dopo sono scrivano perché in fondo mi è andata di culo. Ventotto anni dopo sanguino germogli che un giorno saranno piante rampicanti su cui qualcuno salirà fino ad arrivare in un mondo alto e altro. Ventotto anni dopo sento canti di un canto diverso, e che d’altro canto non hanno di che cantare se non di quel loro stesso canto. Ventotto anni dopo mi stupisco ancora dell’essenziale autoreferenzialità della vita. Ventotto anni dopo certifico che c’è ben poco da certificare. Ventotto anni dopo sono qui, e non c’è tanto da aggiungere. Ventotto anni dopo non ho ancora capito se sono un assente ingiustificato oppure un presente giustificato. Ventotto anni dopo m’insaporisco di un sale che scende. Ventotto anni dopo sogno futuri, e dipingo presenti con colori che trovo strani ogni volta. Ventotto anni dopo ho il naso che mi ricorda i nervi, e nervi che a naso mi dicono che tutto questo pensare non è che un vuoto a perdere. Ventotto anni dopo mi perdo, e se vinco è perché mi perdo nel mare secco dell’adrenalina. Ventotto anni dopo faccio vasche ma non le costruisco. Ventotto anni dopo ricordo leoni regali e regali che mi hanno fatto sentire un leone. Ventotto anni dopo scommetto su calci dati in porta. Ventotto anni dopo tutto questo non importa, e ci puoi proprio scommettere. Ventotto anni dopo ho una tosse che non se ne va. Ventotto anni dopo ho il raffreddore di sempre. Ventotto anni dopo ho mani e piedi che hanno termostati tutti loro. Ventotto anni dopo il mio vivere alterna sole a nubi, secondo barometri bari che ammettono anche brindisi. Ventotto anni dopo ho occhi stanchi ma pupille curiose. Ventotto anni dopo scruto le anime perché è una delle cose che mi riescono meglio. Ventotto anni dopo ho la pazienza di un nevrastenico, eppure da piccolo io ero Camomillo. Ventotto anni dopo convivo, anche se non vivo con. Ventotto anni dopo ballo lenti veloci perché non c’è tempo da perdere. Ventotto anni dopo cazzeggio tra lo scazzo. Ventotto anni dopo ho la fretta di un nullafacente che non si sa rassegnare. Ventotto anni dopo ammiro le montagne, ma è ancora il mare l’unico che mi fa bagnare davvero. Ventotto anni dopo attacco la spina a chissà quale congegno. Ventotto anni dopo è tutto pesci e parcheggi. Ventotto anni dopo son rose, ma non mi chiedo mai se in fondo fioriranno davvero. Ventotto anni dopo ci sono viole e serre. Ventotto anni dopo ci sono cerchi e botti, movimenti circolari che vorrei facessero circolare anche me. Ventotto anni dopo è un procedere a tutto tondo, e sarà per questo, forse, che c’è sempre qualcosa che non quadra. Ventotto anni dopo do la buonanotte al sole e l’arrivederci alla luna. Ventotto anni dopo scrivo post di pancia perché l’intestino è impegnato in un sit-in di protesta. Ventotto anni dopo farei tutto a mio insandacabile giudizio. Ventotto anni dopo ho denti spiritosi, di un’ironia che non riesco proprio a capire. Ventotto anni dopo ho l’ansia di dire e quella di fare, anche se so che a nuotare nel mare che sta in mezzo faccio ancora fatica. Ventotto anni dopo intasco i primi denari sudati. Ventotto anni dopo accarezzo bastoni, rimembro spade, magnifico coppe. Ventotto anni dopo mi leggo il futuro nelle carte ma mi scopro analfabeta. Ventotto anni dopo ho riscoperto la Scala 40, ma è l’ascensore del mio umore quello che poi dà i numeri. Ventotto anni dopo esalto il compromesso, e per come sono messo non compro e non vendo. Ventotto anni dopo mi piace vincere facile anche se il gioco è difficile. Ventotto anni dopo intaso blog perché i cessi sono finiti. Ventotto anni dopo mi sogno autore di romanzi e di successi sperati. Ventotto anni dopo do tregua al mio fegato, che il fegato almeno per questo ce l’ho. Ventotto anni dopo qualcosa mi manca, ma forse mi manca tanto così. Ventotto anni dopo mi lascio sedurre dalle quarte di copertina, ma le quinte sotto le copertine hanno sempre una marcia in più. Ventotto anni dopo mangio fagioli e si sente. Ventotto anni dopo so che la famiglia è sacra anche se sono profano. Ventotto anni dopo vedo che il tempo passa per tutti, e non sono sicuro che questo mi consoli granché. Ventotto anni dopo ho la memoria di mio nonno, ma senza la bellezza di tutti i suoi ricordi. Ventotto anni dopo registro ogni mio passo per contare i chilometri che faccio. Ventotto anni dopo mi faccio di siringhe oniriche e di fumate fumose. Ventotto anni dopo la mia unica droga è questo mio vivere. E mi chiedo, in fondo, perché cazzo dovrei smettere.

This must be the place


Ha una risata lieve, poco più che accennata, veloce. Almeno lei lo è. Lui è un'ex-rock star dal ciuffo scomodo, un non depresso che non sa più suonare (o così dice) e a cui ormai sta stretto pure il suo perpetuo inno alla noia. Così non lo canta più, non canta più nemmeno quello. Gli servirebbe una spinta per partire. Per ripartire. Che anche se non sopporta i viaggiatori e non è l'India la sua meta, in fondo il classico viaggio ascetico di propulsione paterna non è che un tentativo di ritrovarsi.

La sua vita, fatta di sensi di colpa e di parentele occultate, proprio non gli basta più. Non lo sa, ma è così. Ha un cane con l'imbuto al collo. E' in cura ma non è lui a curarsene. Lui preferisce portare a spasso i carrelli della spesa, e se li trascina pure al cimitero, dove va per tentare inutilmente di alleviare un antico fardello. Sono gemme di un'intimità in frantumi. Ma quando si passa dal carrello al trolley poi è tutta un'altra storia. Quella di un uomo dalla lenta ironia, mica come la sua risata lieve. Un eterno bambino dalle idee mai definite, alle prese con la sua prima decisione di sempre.

Cheyenne è uno Sean Penn di quelli enormi, capace di riempire la scena anche solo con gli occhi. Le inquadrature li esaltano a dovere, ma d'altronde in This must be the place la macchina da presa non ha voglia di sbagliare nemmeno un colpo. Mentre i dialoghi nascondono massime di vita con la stessa malavoglia dell'eccentrico protagonista, la spina dorsale del film c'è, si lascia accennare, ma in fondo quasi non si sente. Sorrentino espande la trama con digressioni che regalano profondità, ma che disturbano la messa a fuoco del racconto. Una sequela di dettagli minimi, alternati come un montaggio, svelano e rivelano i tasselli che compongono il mosaico. Ed è tutto lento, a volte troppo, tra un'ironia che strania e una risata lieve, poco più che accennata. E veloce, almeno lei.