Treno DeLorean

Tempo al tempo. Prossimo a un viaggio che niente ha a che vedere con lo spazio. Ad alta velocità verso i ricordi. La freccia è rossa, ma non per il costo del biglietto. La freccia è rossa perché sa dove colpire. Come. Dove deve andare. Maneggerò bagagli pesanti, dopo un mese di vacanza vacante. Dopo due mesi di vacanza e di distanza.

Il sole è tornato a parlare la lingua di fuoco dell’estate, in un rinculo ferragostano che sa tanto di canto del cigno. Di congedo prima del gelo. Di concedo, prima del gelo. Rivedrò la mia casa. Rivedrò la mia gente. Rivedrò, forse, anche il mio mare. Rivedrò un certo sole con i suoi bei raggi. Rivedrò me stesso, dopo essermi spento come una sigaretta nel posacenere del fare. Assaggerò di nuovo il dolce far tutto mascherato da dolce far niente. In ogni caso dolce, in questo viaggio che niente ha a che vedere con lo spazio. Io che ho dato tempo al tempo. Al mio nemico di sempre. Il mio amico di domani.

Treno DeLorean 1

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Colonna

La casa vuota. I treni andanti. La doccia che attende. Ho una finestra senza tende, così io vedo tutto. E tutto vede me mentre scrivo righe e incolonno sensazioni. Mentre metto in ordine l’armadio come se fossi alla fine di un viaggio. Tanto vale rifare la valigia. Tanto vale ritornare sul treno. Tanto vale rompere il guscio da dentro e ritrovare il mio fuori. Ma ho già una finestra senza tende, così io vedo tutto. E tutto vede me mentre penso. Anche se i pensieri non hanno forma, ma una sostanza infinita quella sì. Hanno più anima che pelle. Ché la pelle è arsa dal sole e l’anima dal sale del mare mancato, ma mancato per poco. La sabbia, invece, abbondava sulle natiche di chi hai fatto cadere per un malinteso. E poi a ridere, prima del treno andante. Prima delle righe scritte e delle sensazioni in colonna. Prima che la colonna prendesse carta e penna, e senza sapere di esser già colonna ci scrivesse sopra il suo nome e cognome. Tra le righe, al di là delle colonne, ho trovato queste parole. Leggi bene. Questa sono io. D’ora in poi le tue ore si reggeranno su di me.

La maledizione delle sessanta lune

Maree in allontanamento. Cuori che risuonano anche senza incontrarsi. Vivo la penitenza dell’impenitente. Del ladro di battiti attraverso battute. La caccia non è mai davvero finita. Eppure mi sento come di fronte all’ultima preda. Quella definitiva. E’ un crocevia di treni. Il mio mi porterà lontano, ma non sarà mai come sparire. A morte gli illusionisti. A morte le illusioni. E’ sempre il tempo per sperare. E’ sempre il tempo del battito.

La maledizione delle sessanta lune

La schiettezza della valigia

Ci sono silenzi che urlano più del tuono. Impercettibili come un certo vento, cambiano le cose sotto il nostro stesso naso. Il mio trolley si è fatto più leggero. Ho me come unico bagaglio. Calzini di fantasia, t-shirt di curiosità, jeans che cercano la pace lontani dal nido. A ogni curva sogno una retta, ma persino il treno sembra piegare come in un MotoGP. Il percorso però è chiaro, e la schiettezza della valigia non lascia spazio a dubbi. Il passato si chiama così perché è passato davvero. Lei è passata. Il mio futuro sarà tutta un’altra salsa.

Per il semplice fatto che sono qui

Per il semplice fatto che sono qui 1

Tra quelli che prendo e quelli che do. La mia visuale perfetta è un mare aperto. I piedi fissi sui sassi, meglio se sulla sabbia. Gli occhi pensanti, socchiusi dal sole, rivolti in avanti verso un punto che non c’è. Come a cercare la fine di quell’universo d’acqua. Di quel flusso e deflusso. Corso e ricorso. Abbraccio il mio domani perché ieri mi ha già lasciato. Il tempo andato è un freddo automa a cui si sta scaricando anche l’ultima batteria. Ma io son caldo come il primo sole, il primo rossore, il primo tepore di una pizza a uno sputo dal porto. Nel mezzo una carreggiata tranquilla, spensierata con le sue poche macchine in una sera di inizio rinascita.

Il mio bilancio è sempre verde, come questo tè che mi sta facendo un po’ più sveglio. Il mio bilancio, dicevo, tra il dare e l’avere degli abbracci. Tra quelli che prendo e quelli che do. E’ che i treni si allungano e si accorciano a seconda dei soffi al cuore. Ma ovunque vada c’è un battito per me. Se non è una donna è un altro treno, che corre sul mio terrazzo come se il mio stare al mondo dovesse essere sempre su un eterno binario. Bivi e controbivi. L’importante è capire l’importante. Che indietro non si torna mai. Che il futuro è un passato masticato con una saliva migliore. Che la minestra più calda è quella che mi tengo dentro. Che un tempo mi alzavo a mezzogiorno e mia madre s’incazzava. Oggi mi alzo poco prima. E lei mi guarda e mi abbraccia per il semplice fatto che sono qui.

Per il semplice fatto che sono qui 2

Potrebbe anche non finire mai

Beh. Non si corre senza gambe, non si ama senza cuore, non si vede senza luce. C’è un nesso logico, un fesso fobico, un cesso biologico in ogni cosa. Un senso senza senso. Un verso che fa versi senza avere un verso. Un vin santo senza santi in Terra e tantomeno in cielo. La vita ubriaca, ma la moglie è già piena. Carriole in libertà, pose erotiche in via d’estinzione. Di stazione in stazione a rincorrere contatti, contratti, contratture di coglioni. Vagoni freddi e cuori caldi. Sangue dal naso e nasi che fanno sangue. L’erotismo passa da un dito promesso. Con volo annesso. Un altro treno sta già per partire.

Una macchina dal cuore tenero. Ragiono con la ragione senza una ragione ragionevole. Incastro incastri che sennò mi castro. Fidelizzato alla tensione, al dogma della visione, alla ricerca della propensione. Il mio telefono fa belle foto, sarà perché l’ho pagato tanto. Ogni tanto, sì. Ogni tanto mi distraggo. Mille mila volte alla volta.

La mente sdoganata, la dogana violata, la viola accarezzata, la carezza inchiodata alla mente sdoganata, la dogana violata, la viola accarezzata, la carezza inchiodata alla mente sdoganata, la dogana violata, la viola accarezzata, la carezza inchiodata alla mente sdoganata, la dogana violata, la viola accarezzata, la carezza inchiodata a una frase che potrebbe anche non finire mai.