Sabato

Io, come tanti, l’ho sempre apprezzato soprattutto per la sua grande positività. Eppure, paradossalmente, la cosa che più mi intriga di questa canzone – ma ancor più del video – è il cinismo umano e corporeo che si riesce a respirare, il suo tentativo più che riuscito di lasciar trasudare una precisa urgenza. Quella di doverci rialzare. Ma per farlo, per una volta, Lorenzo Jovanotti Cherubini ha preferito raccontarci il prima di quel dopo che da sempre caratterizza le sue canzoni. Scattando la foto un istante prima del solito, ha immortalato il momento che precede quella stessa positività. L’affanno. La confusione. Il limbo di un sabato sera finto come certi luna park, ma che preannuncia l’arrivo di una grande domenica.

A dormire

Un pensiero vecchio più di cinque anni, rimasto a prender polvere nel mio cassetto virtuale.

A dormire. Perché il riposo sazia le tue giornate. Perchè il bianco segue il nero e il nero segue il bianco. Perché senza non “sei”. Perché serve alla vita.

a dormire

Imparare

Se non è disastrata non t’insegna niente. E’ la dura legge della strada, quella che non ammette sfide che non siano anche crescita. E’ la rigorosa regola dell’imparare. Devi saper ascoltare, devi saper vedere gli errori segnati con l’evidenziatore. Devi prender l’umiltà e trasformarla nella tua arma migliore. La devi prendere, impugnare, portarla in alto. Metterla davanti a tutto.

Ieri ho imparato che so fare molto. E che, allo stesso tempo, so fare ancora troppo poco. Ho imparato che niente è univoco. Che l’oggettivo è un lusso illusorio buono soltanto per certi scienziati. Che la mia arte non è arte, ma creatività in tutto e per tutto, che è esattamente ciò che voglio. Ho imparato che le parole sono la solita massa informe, e che non tutte le forme che son disposto a dare loro sono omologate per il tempo che vivo. Non tutte sono conformi agli occhi di chi le leggerà. Ho imparato che la mia fantasia conquista e spiazza, ma che certe impalcature vanno avvitate meglio. Ho imparato che c’è tanto da imparare, e tantissimo lavoro da fare. Io sono qua. Con le maniche rimboccate e gli occhi rossi e indiavolati.

Imparare

La sedia giusta

Non sopporto gli spazi chiusi. Non tollero pareti, muri, finestre serrate. Non sopporto e non tollero tutto questo. No. Tranne in un caso. Quella stanza, con gli spazi chiusi, le pareti, i muri e persino le finestre serrate, deve contenere qualcosa di preciso. Leve, pulsanti, schermi. Comandi. Soltanto così riesco a chiudere un occhio. Mi deve mettere alla guida dell’ignoto. Mi deve far sedere sulla sedia del pilota senza meta. Deve infondere in me l’idea di uno spazio aperto, anche se sembra l’esatto contrario. E’ per questo che amo la creatività. E’ per questo che non vedo altro, in fondo, in questa vita dagli spazi chiusi, con le pareti, i muri e – diciamocelo – pure con le maledette finestre serrate. Una stanza senza sbocchi, ma soltanto in apparenza. Perché la creatività se ne sta lì. Ferma. Immobile. Basta raccoglierla. Basta sedersi sulla sedia giusta. Basta muovere le leve, premere i pulsanti, e guardare sugli schermi quanto stiamo facendo. Cosa stiamo creando. Non vedo alternativa a tutto questo.

Io ho deciso di sedermi. Di inventare mari aperti oltre le sbarre invisibili dell’acquario, io che sono sagittario e non a caso. Non vedo altra strada, per me, se non quella tracciata da un’onda perpetua che cancella ogni confine, ogni barriera. Che mi spinge in avanti con la stessa passione dell’artista. Anche senza esserlo. Un artista che crea, crea sempre, perché in fondo, io, non sono nato che per questo. Per creare. Inventare. Sperimentare. E per capire che certe stanze sono chiuse perché siamo noi ad aver preso pala e cemento. Siamo stati noi a murarci dentro. Vivi. Vivi e per questo ancora creatori. Ancora creativi. Sempre in balìa dell’onda migliore. Con il culo sulla sedia giusta e il cuore verso l’ignoto.

La sedia giusta 2

Fratello muro

Duro. Duro. Duro il muro. Troppo duro anche per chi è duro. Come me. Che sono duro. Duro. Ma non quanto il muro che non si può scalfire. Il muro fatto d’adamantico orgoglio che la ragione non l’ha. La inventa direttamente. La costruisce in serie. La genera sinapticamente come fosse il dio delle verità sottovuoto. La ragione è sempre dalla sua parte. La tiene stretta al di là del muro. Il suo muro. Il muro duro, duro, duro che è. Il muro che non si può scalfire. E che io che sono duro, duro, duro, non voglio scavalcare. Perché un tempo quel muro era mio fratello, mentre ora non sono che un figlio unico forzato da quello stesso muro. Quel muro di un fratello così duro. Duro. Duro. Che non si può scalfire. E che non voglio scavalcare. E allora cambio strada e lo lascio solo, quel muro duro. Fratello duro. Fratello muro. Solo. E duro. E solo perché duro. Troppo duro. Un muro che non cade e che tantomeno si piega. Pure quando dovrebbe.

Fratello muro

Guardiani della Galassia

Guardiani della Galassia - poster

Il segreto è una vecchia musicassetta. Nel walk-man ci sono i brani di una volta, suonati a loop per non lasciarli andare. Per non lasciarsi andare. E per non lasciare andare qualcuno che proprio non vogliamo che se ne vada. Lì c’è il passato che attraversa il presente per creare il futuro. Un po’ come i Guardiani della Galassia, i paladini dell’universo griffati Marvel che con la loro colonna sonora bizzarra e un po’ retrò (anni ’70 e ’80) hanno dichiarato guerra agli aspiranti dominatori intergalattici. Strizzando l’occhio a Star Wars e, allo stesso tempo, (r)innovando il genere dei cinecomics.

Già. Non è la solita musica quella che passa il convento dei Marvel Studios, che questa volta il miracolo l’hanno fatto davvero. Perché creare dei buoni personaggi, inserirli in un canovaccio efficace e condire il tutto con musiche dall’impronta epica è ormai un compitino (quasi) di routine. Ma farlo così bene è una sorta di prodigio. Ed è difficile, oramai, decretare quale sia il miglior super-film ispirato agli eroi della Casa delle Idee, tanti ne hanno già sfornati. Ma una cosa è certa: oltre a fare un uso inedito, prepotente, efficace e fortemente simbolico della musica, Guardiani della Galassia arriva dove nessuna produzione Marvel era mai arrivata: far ridere senza per questo rendersi ridicola. Spingere sull’acceleratore della comicità senza perdere il controllo del mezzo. Fare della risata un valore aggiunto, e non un fardello dai risultati apocalittici. E ci voleva un novellino come James Gunn, che a suo modo s’intende sia di eroi in calzamaglia sia di toni scanzonati (suoi il film Super e un episodio dell’apprezzato Comic Movie), per compiere l’impresa. Per imprimere la leggerezza sulla pellicola come nessun regista Marvel (Studios e non) era mai riuscito a fare. Grazie a una sceneggiatura che spiazza lo spettatore, perché obbliga lo sfacciato Star-Lord, la seducente Gamora, il cinico Rocket, il tenero Groot (difficile credere che dietro ci sia quel duro e puro di Vin Diesel) e l’avventato Drax a compiere gesti inattesi, a dare forma ai dialoghi che meno ti aspetti. Guadagnandoci in profondità e umanità. Loro che ci fanno ridere e commuovere. Che sono così lontani, eppure così vicini. I non-eroi del pianeta accanto che le suonano ai cattivi. E fanno tutta un’altra musica. Con o senza walk-man.

Biscotti amari

Merdao meravigliao. Che una merda così non te la saresti mica aspettata. Che ci sarebbero stati biscotti dal sapore inedito e inatteso, dolci che son dolci quanto i chiodi di garofano. Che ci sarebbero stati ricordi destinati al limbo, relegati lì dalla frustrazione dell’oggi. Che ci sarebbero stati legami che non son più tali, o così par essere. Che ci sarebbero stati orgogli feriti e feriti dall’orgoglio. Che sarebbero sorti problemi che problemi non sono. Che ci sarebbero stati amici persi, ma che non son persi perché li hai persi tu. Sono loro ad aver perso se stessi. Sono loro ad aver perso te.

Biscotti amari