Non siamo ancora pronti

Ché se anche il mare ancora sonnecchia un motivo ci sarà. Il mare, lui. Con la sua spuma latente. La sua voglia di devastarci i corpi e le anime. Quelle anime che un tempo erano candide, ma che quello stesso tempo, di giorno in giorno, ha reso un po’ meno pure.

A dirlo è l’aria che abbandona di getto la bocca. Le parole che escono, i pensieri immessi nell’atmosfera, di sfogo e di prepotenza. A dirlo sono i nostri occhi, puntati più sul pavimento di un lungomare desolato e desolante che verso il cielo. Più sulla solita terra che verso il mare. Ché se ancora sonnecchia un motivo ci sarà. Significa che non siamo pronti a riprenderci le nostre vite. Significa che non siamo pronti per la bellezza di tutto quel sole. Significa che non siamo ancora abbastanza fermi, calmi, non abbastanza restii all’inquietudine per poterci stendere su di una spiaggia accogliente.

Per ora i sassi si alternano ai ciottoli, ai rami secchi, ai rifiuti di un inverno che a tratti fa ancora capolino. La sabbia sembra un po’ più propensa a fagocitare i nostri corpi e le nostre anime. Di certo il mare è lì, che come sempre ci attende. Di certo c’è che noi, ancora, siamo dei pedoni nomadi sul lungomare della nostalgia e delle prospettive latenti e latitanti. Fuori, tra le nuvole e il vento che non concede scampo né scampoli di primavera, si susseguono i cartelli Affittasi di case tutte da riempire. Un po’ come noi. Un po’ come i nostri corpi e le nostre anime. Noi che non siamo ancora pronti per la bellezza di tutto quel sole. Noi che quel sole lo aspettiamo già da un po’.

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Nuova gestione

Le foto son vive, le foto son morte. I temporali non sono finiti. I temporali son ricominciati. La primavera era un vacuo tepore, l’illusione di un calore improvviso che non sarebbe potuto durare. Le foto son vive, le foto son morte. Alcune le scatti con gli occhi, altre le incontri per caso. E finisce che quegli occhi avresti voluto posarli altrove. Ma gli occhi son occhi, e non c’è primavera che tenga.

Balle. E’ giusto un’attesa. Questione di tempo, prima che sul petto mi spunti un cartello.

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La vera libertà

L’anima si ritrova spesso a dover tacere. Fino a che, un giorno, urla.

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Il senso della primavera

Trattieni la mano. Trattienila. Non dar proroghe all’agonia. Non cercare alibi per provocarti dolore. Trattieni la mano. Trattienila. E mantieni il contatto con te. Rinuncia, piuttosto, al contatto che vorresti. Respingi l’accanimento poco terapeutico che ti sta rimbalzando nella mente. Respingilo. E trattieni la mano. Trattienila. Ché il senso della primavera è vedere la neve che si scioglie. Quindi non te ne innamorare. Mai. Se già l’ami smetti di farlo. E ora stai qui. Buono. Trattieni la mano. Trattienila. E attendi di rinascere come fossi un ciliegio.

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Una settimana fa

Una settimana fa, in un’altra città, la felicità. O quel che ne restava. Briciole. Spiragli di nulla in un vento troppo frettoloso. E che in tutta fretta ha continuato il suo volo verso l’altrove. E così lei, la felicità, una settimana fa, in un’altra città. In un marzo che oggi si veste da maggio, ma che ha dentro il cuore di un novembre.

Una settimana fa

Dove si è rotto il filo

Sarà difficile ricucirsi da sé. Io, autodidatta forzato escluso dai laboratori del cuore.

Il tempo delle m(i)ele

Che fuori, poi, s’è fermato anche il vento. S’è fermato per non ripartire. E dentro, poi, s’è fermato anche lì.

Palla di fuoco, sciogli quest’iceberg interiore. Liberami dallo stagno, perché io bramo il mare. L’ho sempre bramato, in questo viaggio a tappe e senza toppe dove i buchi nascono per non morire mai. Per non richiudersi mai. Perché ho scoperto il paradosso. Ho scoperto che la fragilità è più distruttiva di un vulcano impazzito. Ho scoperto che il disincanto è lento a morire, e per questo bevo. Bevo. Bevo. Bevo la moltitudine per non pensare al suo esatto contrario. Non ho alternative. Non è l’ora del tè, ma soprattutto non è l’ora del nòi. La camomilla, poi. La camomilla è finita. Andate in pace.

Il tempo delle m(i)ele

Buonanotte

I cani non scodinzolano. I gatti non si sdraiano. Le scimmie non s’imbronciano. I conigli non saltano più.

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Scarto espiatorio

Girovago per la valle degli hipster. Ogni baffo che incontro mi irrita, come se quel baffo fosse anche il mio. Io intanto mi sogno, e mi sogno strano. Ad occhi aperti, per riempire il vuoto.

Avete mai visto un capro espiatorio abbracciare un manichino?

Scarto espiatorio

Il futuro è la stoffa perfetta per un nuovo cappotto

Sui binari della realtà corre una realtà finita fuori da binari. Guardo fuori dal finestrino, e le piante mi sfuggono da davanti agli occhi, così come tutto il resto non la pianta di sfuggirmi. Gli occhi, gli stessi occhi che poi si fermano sulla fermata sbagliata. Quella del senso perduto. Quella del coraggio mancato. Quella delle colpe e degli indici puntati senza più ritegno. Quella della memoria corta e degli sguardi illusori. Quella delle emozioni freddate a caldo. Quella dei miraggi senza radici, come le piante che mi sfuggono davanti agli occhi. Come tutto il resto che non la pianta di sfuggirmi.

Il futuro è la stoffa perfetta per un nuovo cappotto.

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