Una vita da raccontare
Forse per l’amor di patria, forse per l’umana solidarietà, di certo ci sono viaggiatori che la fanno sempre franca. E davvero non si capisce quale sia il motore di tanta fortuna, la leva che azionandosi porta all’aiuto inaspettato, al passaggio inatteso, alla pacca sulla spalla da parte di chi si temeva fino a un attimo prima. Vezzardo era un curioso, e come tutti i curiosi era sempre in movimento. Il suo muoversi non è nato come atto volontario, ma come costrizione dovuta ai tempi. Dovuta alla guerra, il mostro che l’ha portato via dai campi e che l’ha mandato a spasso per il mondo. Nuove terre e nuovi mari che lui ha saputo subito apprezzare, e soltanto per miracolo quegli spari lontani sono rimasti lontani davvero. Clandestino in divisa tra i campi, un quasi-disertore spesso sul filo del rasoio. Era il tipo che per la famiglia avrebbe rischiato tutto, come quando ha tardato all’appuntamento con i militari per fare un saluto rapido e rocambolesco ai suoi. Attraversando le coltivazioni abbandonate, perdendosi in mezzo al nulla, per tornare a casa e starci il tempo di un lampo. Salendo al volo su treni simili a porti di mare, dove i controllori chiudono spesso e volentieri un occhio di fronte a una divisa cucita addosso a un ragazzo costretto a farsi uomo tra le armi. E non si sa se per la patria o per l’umana solidarietà, ma a Vezzardo il biglietto sembrava proprio non servire mai.
Denise Camilloni vive a Roma, ma il suo cognome la tradisce. Ha origini marchigiane, anche se a Isola di Fano c’è rimasta per appena due anni. Suo padre, però, veniva proprio dalle campagne di questa centralissima regione affacciata sull’Adriatico. E ha vissuto anni di grandi sacrifici, che la figlia ha saputo descrivere con minuziosità. Ci sono stralci in cui sembra quasi che li abbia provati lei quei tempi di magra ma pieni di cuore, quando essere vicini di casa significava spalancare le mani e aiutarsi senza riserve. Bei tempi. Altri tempi. E qui la patria non c’entra niente. Pure la divisa era fatta di stracci o poco più, di panni rimediati e usurati dal lavoro. L’oro stava sotto quelle vesti, nel rispetto di cui gli uomini e le donne dell’epoca erano portatori più che sani.
Una vita da raccontare ha un titolo davvero programmatico. Denise ci ha messo l’anima, e quei tasselli di un’esistenza ormai lontana sembra quasi di riviverli. La scene di vita familiare sanno essere toccanti, e le sensazioni di Vezzardo si rivelano contagiose. Poi la guerra impazza, anche se resta sullo sfondo, e il racconto si fa troppo pedissequo. E corale, scelta poco adatta per una biografia. Ma con entusiasmo (e con una punteggiatura a tratti un po’ allegra) Denise ci dimostra come il vissuto di suo padre sia davvero qualcosa di cui rendere conto. Di certo la vita di Vezzardo è stata un’avventura. Un continuo peregrinare, per scelta o per condizione, tra viaggi obbligati ma stupefacenti, e tra mele da rubare mentre il cuoco di bordo fa una pennichella appoggiandosi al tavolino.
Il buon marchigiano conosceva la paura, ma non si faceva piegare. Gli bastava il pensiero degli affetti, lo sfogo veloce di una lacrima. E via, a testa alta. Con la fortuna sempre dalla sua, tra incontri casuali e altri evitati. Durante il conflitto Vezzardo assomigliava a un “prigioniero-turista” con la nostalgia di casa. Catturato dagli inglesi, ringraziava ogni giorno la sorte per quella detenzione soft. Perché è così che è scampato ai combattimenti, alla faccia più atroce di quel periodo buio. Ma soprattutto ha potuto conoscere posti nuovi, sfoggiando una curiosità felina che ha conquistato persino i suoi “carcerieri”. Lui che si chiamava come il medico straniero che appena una guerra prima aveva salvato la vita a suo padre. Un dottore, un eroe vestito di un’altra divisa. Vezzardo gli ha reso omaggio così, portandosi addosso il suo nome e vivendo appieno la sua vita da raccontare.
Prima o poi
Prima o poi la farfalla via dal bozzolo. Prima o poi il volo dei voli. Prima o poi un altro sentire. Prima o poi il sentire altro. Prima o poi il sentire altri. Prima o poi il sentire d’altri tradirà il mio sentire. Prima o poi si sale e non si scende. Prima o poi il sale sullo sbuccio. Prima o poi il frutto maturo. Prima o poi io maturo. Prima o poi la volta della svolta. Prima o poi andrò dove si deve. Prima o poi si andrà dove voglio. Prima o poi la voglia sarà più di una macchia sul polpaccio. Prima o poi le macchie se ne andranno. Prima o poi sarò un dalmata completamente bianco. Prima o poi avrò una cravatta anche dentro. Prima o poi deciderò di essere uomo. Prima o poi sarò uomo per decidere. Prima o poi sarà più prima che poi. Prima o poi la smetterò di rimandare. Prima o poi la smetterò di delegare. Prima o poi sarò un fiume. Prima o poi scorrerò di più. Prima o poi discorrerò di meno. Prima o poi non saremo più noi.
The Avengers

Un mazzo di figurine insanguinate, piccoli cimeli vintage che possono salvare il mondo. Gli eroi di ieri sono gli eroi di oggi, e non tutti vestono ferro e latex. The Avengers è l’apoteosi del supereroismo su celluloide, ma in fondo celebra il sacrificio di un uomo comune in giacca e cravatta. Sue le figurine, sua la mano che porterà alla vittoria.
Più che i vampiri, l’autore di Buffy ha ucciso gli spettri di un certo cinema griffato Marvel. Una filmografia sempre troppo incline alla burla, con il brutto vizio di rendere banale qualcosa che invece non lo è. Come se bastasse una tutina aderente a giustificare l’eccesso di ironia, e se il fatto che tutto provenga dalle pagine dei fumetti renda lecito inserire scene ridicole come fossimo sempre a Topolinia. Anche se è vero, ormai, che Marvel e Disney sono la stessa cosa, ma non è di certo un alibi. Per fortuna c’è Joss Whedon, che ha il merito di riscattare buona parte dei film della casa editrice, e forse un intero genere, grazie a un action movie che va ben oltre i pop corn. Sua la regia di questo sogno a occhi aperti, suo il merito di aver portato sullo schermo uno spettacolo poderoso, elefantiaco. Ma di assoluta qualità.
Forse per gli spettatori dell’ultim’ora si tratta soltanto di spasso e meraviglia (d’altronde “Marvel” significa proprio questo), di una prova di forza da parte di effetti che sono sempre più speciali. Ma per i fan duri e puri The Avengers è molto di più. E’ un desiderio che si esaudisce nel modo più insperato. I Vendicatori sono roba vintage davvero. Nati nel ’63 come eroi di carta, ora arrivano finalmente al cinema. Tutti insieme. E lo bucano alla grande. Merito anche dell’ultimo decennio di storie a fumetti. Il kolossal è in forte debito con l’estro dissacratore di Mark Millar, che con i suoi Ultimates ha rinnovato il mito degli “eroi più potenti della Terra” e spianato involontariamente la strada a film pieni di idee vincenti e di personaggi ben caratterizzati. Come Tony Stark, interpretato da uno degli attori più validi sulla piazza. Robert Downey Jr. brilla come non mai. Non a caso sembra di vedere il primo Iron Man, un mix efficace di goliardia ed epicità. Ma moltiplicato per sei.
La compagnia è di quelle da invidia. Chris Evans torna nei panni di Capitan America. Dopo essersi “infiammato” come Torcia Umana nei discutibili film ispirati ai Fantastici Quattro, pare che il suo destino sia ancora quello di fare l’eroe in calzamaglia. Nick Fury è sempre e inevitabilmente lui, Samuel L. Jackson. Brian Hitch lo aveva disegnato proprio secondo le sue fattezze, dunque una scelta felice e per certi versi obbligata. Chris Hemsworth fa di nuovo l’asgardiano nei panni di Thor, ancora alle prese con il fratellastro Loki, interpretato da Tom Hiddleston. Scarlett Johansson e Jeremy Renner, rispettivamente la Vedova Nera e Occhio di Falco, assumono finalmente una loro tridimensionalità. E gli occhialini non c’entrano niente. Il merito è tutto di una sceneggiatura che rispetta i personaggi originali, ma che soprattutto sa miscelarli tra loro mantendendo un equilibrio tutt’altro che scontato. Per non parlare di altri che vengono proprio rilanciati. Mark Ruffalo è il terzo Hulk nell’arco di nove anni, ed è proprio il suo quello più convincente, in borghese così come in “verde”.
The Avengers è uno spin-off al contrario. Praticamente uno “spin-on”. Per una volta non è il film sul personaggio di punta a uscire dalla pellicola madre, ma sono i lungometraggi sui singoli protagonisti a confluire in una grande e ambiziosa produzione. Dopo gli affluenti ecco arrivare un gran bel fiume. Un blockbuster in piena regola, lineare in tutto e per tutto e senza tante pretese autoriali. Ma nel suo genere è e resterà un caposaldo, un esempio da imitare per grandezza, spettacolarità, sense of wonder. E probabilmente incassi. A ingranare la marcia giusta la Marvel c’ha messo un po’. E’ un diesel, come i protagonisti dei suoi film, che prendono velocità man mano. A volte basta giusto qualche figurina. I ragazzi devono soltanto essere motivati.
Laputa – Il castello nel cielo

L’equilibrio è un pensiero di troppo. Si corre su cornicioni e strapiombi. Si vola e si cade come fosse normale routine. E non ci si fa mai male. Quasi. Le ragazzine piombano giù dall’azzurro che sta sopra le nostre teste, e a quell’azzurro poi si ritorna. La vertigine che tutto blocca è roba di altri mondi, non appartiene ad Hayao Miyazaki e alla sua fantasia sfrenata. Laputa – Il castello nel cielo è un andirivieni in senso verticale, che va da nord a sud e viceversa. E in cui si prova a volare alto senza tradire la morale di sempre.
L’estro del Walt Disney giapponese ha spesso portato a film squisitamente visionari ma dall’intreccio piuttosto minimal. Per questo l’ultimo ripescaggio a opera della Lucky Red non è che una mosca bianca. Una pellicola piena zeppa di storia, con una sceneggiatura così ricca che sembra scritta da altri. Ma al netto della complessità, che non sfocia mai in complicazione, basta guardare i volti dei personaggi per riconoscere il solito marchio di fabbrica. E’ tutto così “heidizzato” che qualsiasi dubbio scompare.
La trama è ambiziosa, ma in un certo senso si perde tra le nubi del non detto. Tutto si chiude e si risolve, ma restano troppi interrogativi su come si sia arrivati a tanto. Spazio all’immaginazione, dunque. Scelta stilistica o ingenuità? Non è dato saperlo. L’importante è che alla fine dei conti si intraveda il “solito” Miyazaki. Il castello nel cielo, classe ’86, si fa portatore di un messaggio che oggi appare trito e ritrito, ma di cui non ci si stanca mai. Un inno alla natura che da sempre contraddistingue le opere del maestro dagli occhi a mandorla, colui che nel 2003 ha vinto l’Oscar per l’animazione con La città incantata e che ha messo la firma su veri e propri gioielli del cinema contemporaneo come Ponyo sulla scogliera e l’incantevole Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento.
Dopo Il mio vicino Totoro e Porco Rosso, continuano così i recuperi dei vecchi tesori del maestro Hayao. E’ la volta del primo film prodotto dallo Studio Ghibli, divenuto poi sinonimo di qualità e di creatività ad altissimi livelli. Laputa (all’epoca premiato in patria come miglior cartoon dell’anno) sprizza voglia di avventura. Ha un’insolita audacia narrativa, anche se soffre per qualche dialogo un po’ irreale che forse va imputato all’adattamento italiano. L’importante è non incapronirsi a unire tutti i puntini. Meglio fermarsi al grande disegno che si vede da lontano, in nome di quell’ingenuità un po’ fanciullesca che non ha mai abbandonato la poetica di Miyazaki. Che poi gli eroi sono proprio loro, i bambini. Inseguiti da pirati buoni e da militari bastardi, a caccia di mondi nascosti tra le nuvole per riscoprire e per riscoprirsi. Hanno un passato da difendere e genitori da riscattare. Ma soprattutto Pazu e Sheeta corrono, saltano, volano, non hanno mai paura di cadere. E stanno sempre in equilibrio perché sanno fare a meno di quel pensiero di troppo.
Non ce la farai
Ho fatto scale per salire di livello, per andare oltre un seminato stantio e senza frutti. Ho visto nuvole bianche, grigie, nere, in una sfumatura non sfumata che mi ha ricordato la vita. Ho guardato con un occhio sì e l’altro pure, che vedere a metà non mi sarebbe servito a niente. Ho capito che qualcosa si è fermato, ma anche che dal suo buio torpore quel qualcosa è sempre pronto a ripartire. Ho sentito che posso fare, posso dare, posso avere. Posso essere. Ho avvertito quel che ho avvertito. Il mondo è avvertito. Non è stata una scossa, non ci sono primavere dentro di me. Ma l’autunno fuori posto sta finendo per far posto alla stagione che deve, alla stagione che può. Alla stagione che vuole.
Stasera ho mangiato formaggio, ma non per questo vivo di calcio. Ho visto salami stesi su divani, ma ultimamente io i grassi li brucio. Il bello è che sorridevano, parlavano, e lo facevano con una convinzione nuova. Mi han detto di intenzioni spacciate per non intenzionali, solo perché non avevano intenzione di spiegarmi le intenzioni. Qui ci sono quarantene autorizzate da un finto Io, e allora io ho fatto scale per salire di livello. Che ho visto nuvole bianche, grigie, nere. Che ho visto la vita, e anche se non l’avessi vista ti avrei detto la stessa cosa che sto per dirti. Non ce la farai. Questa volta no.
Il penultimo birillo
Meno centottanta. La corsa degli affetti è un gioco al ribasso. Dai sei occhi ora piove a dirotto, che qualcosa s’è rotto e non c’è colla che tenga. Due anime animate di pelo e di coda tentano la strada del sollievo. Impresa eroica ma non impossibile, per chi ha la vita che gli pulsa dentro. Anche se il pallottoliere non inganna. Se ne sono andati due pezzi da novanta, han detto due di quegli occhi. Meno centottanta. Ringrazio il dottore e vado avanti.
E’ un filo che si spezza, ma che in realtà si ricongiunge alla matassa. Guardo l’oggi, e vedo un posto vuoto alla tavola quasi mai apparecchiata dei sei occhi. Chef in casa, degustatore in trasferta. Questo eri tu, zio. A te chiedevamo un parere ogni volta che si mangiava fuori. Ripenso a quanto ti era piaciuto il cibo al mio pranzo di laurea, e ho scoperto da poco che in quel ristorante, poi, ci siete pure tornati.
Dentro ho un mosaico vivo che prende forma pian piano. Pesco tessere dal sacchetto dei ricordi. Ricompongo un certo passato nello sforzo mai inutile di farlo tornare nitido. Come fosse presente. Sono passati anni da quando venivo a casa tua in alcune delle mie domeniche bambine. E’ sempre stato tutto troppo raro, sporadico, episodi fantasma di un’esistenza vissuta lontano da te, l’uomo grande che adesso non c’è più. Ricordo la tua posa comoda, a letto, sdraiato su un fianco con una mano attaccata all’orecchio, per tenere su la testa e fissare meglio lo schermo. A volte eri in mutande. Tenevi la bocca ben cucita, ma ogni tanto la allungavi e sorridevi. Le tue battute lampo non riuscivano a illuminarmi, perché non sempre le capivo, e così è stato sempre. Stavi lì, di fronte a un televisore di altri tempi, come a voler cambiare i numeri con gli occhi. Così ho scoperto il Televideo. E mi pareva un prodigio, mentre oggi sembra il trisnonno di Google. Tu nascondevi bene la tua impazienza. Eri lì che attendevi gli aggiornamenti del bianco e del nero, ma la tua calma si tradiva da sola a ogni gol segnato o subito dalla tua Giuventus. So che proprio sabato ha superato il Milan in campionato, e io non ci credo alle coincidenze. Ieri sera l’ho vista giocare. E’ proprio forte la tua Giuventus. Ricordo che la chiamavi così, o almeno mi sembra. Ci siamo sempre visti poco, e alcune cose adesso sono ricordi di sapone. In quegli anni era tutta una giostra di cerimonie che io saltavo da bravo adolescente, e di cene a casa mia a cui invece non mi sono mai sottratto, e non di certo per questioni di domicilio. Occasioni d’incontro, ecco cosa sono per me. Tavole estive che ora avranno un posto in meno per cui apparecchiare. Facciamo due. Meno centottanta.
Nel mio giardino un telo trasparente copre ancora il gingillo dell’estate. Un dondolo che non dondola per via della brutta stagione. Quella bella è alle porte, o almeno spero. Chiedo sole, tanto sole. Abbiamo un bisogno enorme di sole. Il predecessore di quel feticcio oscillante è morto sotto il tuo peso. Dondolavi di traverso, e tanti saluti al gingillo. Ne abbiamo comprato uno più robusto, come a voler prevenire le tue future oscillazioni in senso vietato. Pure tu eri robusto, ma a volte questo non basta. Essere una roccia non è tutto. Il fiume scorre. I detriti si spargono un po’ dove capita.
Io come sempre sono piovuto tardi. Devo lasciare che il dolore si sedimenti, sono fatto così. Questa volta non sono affluente, ma vedo rivoli ovunque mi giri. Fuori dalla chiesa ho visto passare una stranezza, una cosa fuori posto ma in realtà nel posto migliore di tutti. Mani amiche lo reggevano ai lati. Non avevo mai visto il tappeto verde di un biliardo camminare per strada. A quel punto la pioggia è arrivata anche da me, nascosta dietro le lenti di rito. Tutto è cambiato quando ho visto passare quel telo color speranza che i tuoi compagni di gioco avevano preso per salutarti da quaggiù. Tu che adesso dormi con una palla lucida al tuo fianco. Tu che delle boccette eri una sorta di re. Genky the best, recita una maglietta piena di firme nostalgiche, appesa a quel quarto piano maledetto e benedetto. Forse era così che ti chiamavano, tu che da poco hai buttato giù il tuo penultimo birillo. Te ne resta ancora uno. Magari è quello rosso, quello che vale doppio. Non so. Di certo è un birillo che non cadrà mai. T’immagino lì a divertirti per sempre.

Hai un momento, zio?
Di antivigilia in antivigilia, e si aggiunge un’altra tacca scura. Un’altra fascia nera da portarsi addosso in questo 2012 Mayale. Sono distanze che si allungano, pensieri che si accavallano, saluti finali che si rincorrono come se qualcuno lassù avesse deciso per noi che c’è da avere una certa fretta. Come se fosse tardi, e chissà per cosa. E’ troppo presto, invece, per parlare di nuovo di fiumi e di affluenti. Non ancora. Non sono pronto. Anche se era già tutto scritto dentro quest’aria stantia che già da un po’ si è appropriata dei nostri polmoni.
Casa tua l’hai lasciata due giorni prima di Natale. L’ospedale l’hai lasciato due giorni prima di Pasqua. E chissà com’è che va lassù. Hai un momento zio? Ti volevo salutare. E dato che ci sei dai un bacio a mia nonna per me.
Mare di miele
Affogo i pensieri tra le nuvole scritte. Sul filo del rasoio rado le mie ore cercando riflessi di sporadici sorrisi. Non li trovo. Il mondo del buono che c’è è un mondo sommerso. Poi lo squarciagola sulle quattro ruote, a cantar di lune scure, a strozzarsi la voce quasi fino a piovere. A ritrovare il respiro smarrito tra pensieri che non stanno mai fermi. Il mio respiro. Ho mille idee di sale da gettare sulle ferite dei giorni. Voglio tuffarmi in un mare di miele.
Quasi amici

Driss ha poco tatto, Philippe lo ha perso da un po’. Il primo bada al secondo, ma non di certo a come parla. Il secondo si fa badare dal primo, perché non può di certo badare a se stesso. Ha perso la moglie, poi l’uso del corpo a causa di un brutto incidente. E addio tatto. Tutto quello che sente va dal collo in su. Il terzo personaggio non si vede ma c’è. Si chiama Ludovico e non viene mai citato, se non nei credits di testa e di coda. Ma Einaudi di tatto ne ha da vendere, e lo dimostra premendo i tasti come potrebbe fare soltanto un dio del pianoforte. Se Quasi amici è intensa poesia è anche grazie a lui.
Non basta avere coraggio, bisogna avere quello giusto. Olivier Nakache ed Eric Toledano mettono la firma su un film audace come pochi. Roberto Benigni ha avuto l’ardire di sdrammatizzare l’Olocausto. I due registi, invece, partono da una storia vera per dimostrarci come anche un paraplegico possa gridare che “la vita è bella”. Merito di Driss, un personaggio riuscito come non mai. Spontaneo e tremendamente sfrontato, dissacra l’handicap ridendoci e facendoci ridere. Quasi amici cammina di buona lena sopra un filo esile e tanto tanto sottile. Basterebbe una piccola sbandata, una scossa leggera, e si cadrebbe giù nel baratro del rispetto negato. E invece no. Il capolavoro “made in France”, campione d’incassi, sta nei sorrisi e nelle risate di (e provocate da) Omar Sy, il badante nero ma con la faccia di bronzo che a differenza degli altri tratta Philippe (François Cluzet) come una persona comune. In fondo è per questo che lo ha scelto, per la sua assenza di pietà. Un “quasi amico” ha bisogno soltanto di una boccata d’aria, perché respirare è davvero bellissimo.





Hanno detto la loro...