Vi(n)colo cieco

Consapevole del colpo mancato. Del proiettile e del suo sfiorare, gioco comico che fa ridere soltanto lui. Cosciente dell’incoscienza. Navigante allo sbaraglio in un mare fatto di onde spiritose. Acqua simpatica come certi inchiostri. Che viene e che va, ma che lascia comunque una macchia indelebile. Guardo avanti, in fondo al mio vi(n)colo cieco. E vedo il muro più bello che c’è.

 

Educazione siberiana

Modus violendi. Dal latino secondo Gabriele Salvatores, portavoce per immagini delle parole di Nicolai Lilin. Regista lui, scrittore l’altro, sono entrambi narratori di un’aggressività inevitabile. I siberiani sono uomini di fede, e forse anche per questo impugnano sempre un’arma. Per tenere alta la bandiera della tradizione hanno dichiarato guerra al nuovo, alla “contaminazione” proveniente dall’Ovest. E se a Berlino il muro cade si fa tutto più complicato. Il segreto per resistere sta nella formazione. Nel consolidarsi di una forza e di una determinazione che nascono da sani principi. O presunti tali. Un retaggio culturale, un codice di comportamento, una dottrina che trasforma il corpo nelle pagine di un’autobiografia. Perché la storia di ogni uomo, si sa, sta tutta scritta nei suoi tatuaggi. L’Educazione siberiana trova la sua perfetta incarnazione in nonno Kuzja. Che ha tutto il carisma e la solidità scenica di John Malkovich, perfetto per interpretare la colonna di un’intera comunità. Il custode di armi e di ideali che non si lasciano scalfire. Nemmeno dalla storia.

Salvatores è abile a tenere vivo un clima di tensione, di fratellanze precarie, di conflittualità che i personaggi introiettano fino a farne uno stile di vita. Alla base una storia dura. Di sofferenza che opprime ma che non viene mai troppo ostentata. Di disciplina, ma pure di peccati tipici della gioventù. E inevitabile non è soltanto la violenza, ma anche lo scontro fratricida tra chi ha abbracciato il credo del patriarca e chi invece ha finito per accettare le lusinghe di un vivere più anarchico. Provvidenziale il bisogno di vendetta, che porta i due al gesto definitivo. Catartico e liberatorio.

Le musiche di Mauro Pagani hanno ritmo, vigore. Contribuiscono a rendere pulp e attuale una storia ambientata in epoca recente, sì, ma che sembra di altri tempi. Quello ispirato all’omonimo romanzo di Lilin è un canovaccio che ha le stesse sfumature dell’eterno, puntando sulla classica contrapposizione tra chi ha accolto il rigore e chi invece è scappato da tanta, inaccettabile immobilità. Dal fondamentalismo che non si piega. Perché il muro di Berlino cade. L’educazione siberiana no.

Nel giardino migliore

Che la terra è feconda dove meno si pensa. E più si pensa e meno la vita è feconda. Accade che un fiore sbocci nel giardino sbagliato. Intorno piante di tutt’altra famiglia. Colori e radici diverse dalle sue. In comune solo il verde del gambo. Che in fondo, si sa, siamo tutti figli della stessa natura. Ma la terra è feconda e bastarda. Gli ricorda che quello non è il suo prato. Che è un fiore clandestino spuntato per caso nel recinto di altri. Poi guarda il cielo. Si accorge che è azzurro, sia dentro sia fuori da quel maledetto confine. La rete divide. La rete mente. I petali no.

Un fiore è sbocciato nel giardino migliore. Nel prato che ha scelto anche senza saperlo. Anche senza pensarci. Giusto o sbagliato sono etichette da ciclamini appassiti. Sotto quel cielo la vita ha fecondato. E non è il fiore, è il giardino che è in fallo. Siamo tutti figli della stessa natura. Siamo tutti figli dello stesso azzurro.

Nel giardino migliore

I, Phone

Il filo spezzato da forbici invisibili. Il mio cellulare ha perso tutti i contatti. Io pure. I, Phone. Ma il mio cuore non è wireless. Prima o poi sarà il tempo di nuovi allacci. Tabula rasa da certe connessioni. Telefoni sordi mentre io parlerei. Telefoni muti mentre io ascolterei. Ho le chiamate illimitate verso il destino, ma questa notte non ho nessuna voglia di chiamarlo. Che faccia lui. E che dica a chi dico io che quando mi cercherà troverà occupato.

I, Phone

La schiettezza della valigia

Ci sono silenzi che urlano più del tuono. Impercettibili come un certo vento, cambiano le cose sotto il nostro stesso naso. Il mio trolley si è fatto più leggero. Ho me come unico bagaglio. Calzini di fantasia, t-shirt di curiosità, jeans che cercano la pace lontani dal nido. A ogni curva sogno una retta, ma persino il treno sembra piegare come in un MotoGP. Il percorso però è chiaro, e la schiettezza della valigia non lascia spazio a dubbi. Il passato si chiama così perché è passato davvero. Lei è passata. Il mio futuro sarà tutta un’altra salsa.

Asincronie emozionali

Il pieno di niente. Respiro aria fritta. Unta, eppure niente scorre. Tutto corre verso il vuoto pneumatico. Le ruote non girano. Le pale sono quelle di un mulino molto poco bianco. Il dito scorre su un telefono che non lascia scelta. L’alternativa è un mondo analogico che ha tradito le attese. Il tempo speso al banco degli insaccati ha ingrassato le aspettative. Ma il piatto è magro. La fame resta. Ascolto soltanto sintetizzatori virtuosi. Sarà che necessito di sintesi. Che ho bisogno di battiti concreti. Di sincronie emozionali. Analizzo il quadro. Niente quadra. Ho trascorso gli ultimi anni a dare una botta al cerchio e uno alla botte. Ora sono ubriaco. Stordito, sì. Ma dell’ebbrezza sbagliata.

Per il semplice fatto che sono qui

Per il semplice fatto che sono qui 1

Tra quelli che prendo e quelli che do. La mia visuale perfetta è un mare aperto. I piedi fissi sui sassi, meglio se sulla sabbia. Gli occhi pensanti, socchiusi dal sole, rivolti in avanti verso un punto che non c’è. Come a cercare la fine di quell’universo d’acqua. Di quel flusso e deflusso. Corso e ricorso. Abbraccio il mio domani perché ieri mi ha già lasciato. Il tempo andato è un freddo automa a cui si sta scaricando anche l’ultima batteria. Ma io son caldo come il primo sole, il primo rossore, il primo tepore di una pizza a uno sputo dal porto. Nel mezzo una carreggiata tranquilla, spensierata con le sue poche macchine in una sera di inizio rinascita.

Il mio bilancio è sempre verde, come questo tè che mi sta facendo un po’ più sveglio. Il mio bilancio, dicevo, tra il dare e l’avere degli abbracci. Tra quelli che prendo e quelli che do. E’ che i treni si allungano e si accorciano a seconda dei soffi al cuore. Ma ovunque vada c’è un battito per me. Se non è una donna è un altro treno, che corre sul mio terrazzo come se il mio stare al mondo dovesse essere sempre su un eterno binario. Bivi e controbivi. L’importante è capire l’importante. Che indietro non si torna mai. Che il futuro è un passato masticato con una saliva migliore. Che la minestra più calda è quella che mi tengo dentro. Che un tempo mi alzavo a mezzogiorno e mia madre s’incazzava. Oggi mi alzo poco prima. E lei mi guarda e mi abbraccia per il semplice fatto che sono qui.

Per il semplice fatto che sono qui 2

Nina

nina
Un bambino come coscienza e una normalità da schivare. Una crisi esistenziale, silenziosa come la periferia romana a Ferragosto. Una solitudine esteriore, ma soprattutto interiore. L’incapacità di sentire, l’impossibilità di sentirsi. Nina è un racconto visivo di formazione. Diane Fleri (Come te nessuno mai, Mio fratello è figlio unico) offre a questa produzione minore (come appetibilità commerciale, non di certo come anima) le sue doti innate in comodato d’uso. Tra le altre, una bellezza semplice e d’impatto, e una erre moscia che male si sposa con il nome del cane che porta quasi sempre al guinzaglio. Quattro zampe, una coda e una presunta depressione: la dogsitter improvvisata fa di Omero un alibi per mettere il naso fuori di casa. Per incontrare il nulla cosmico dell’Eur, arso dalla calura e spopolato dalle ferie.

Ma la bellezza è sempre dietro l’angolo. Il film di Elisa Fuksas, al suo esordio con un lungometraggio, è proprio come il quartiere romano. Freddo, nonostante la colonnina di mercurio, ma soltanto in apparenza. Vuoto, ma in realtà pieno. La regista è bravissima a raccontare questa pienezza attraverso la furba illusione del niente. Figlia di Massimiliano, celebre architetto, e laureata a sua volta in architettura, sfrutta il suo occhio allenato per mettere a fuoco la bellezza delle strutture, dei colonnati, dei marciapiedi, dei pochi bar aperti nei paraggi. Dove la vita sembra essere andata in vacanza. Quella di Nina, invece, è proprio da qui che potrebbe ripartire.

Non servono drammi o traumi indelebili per conferire a un personaggio la dovuta profondità. E’ come se la crisi dell’esistere fosse già in natura, come se l’equilibrio della persona fosse condannato a spezzarsi semplicemente perché è così che devono andare le cose. La vita di Nina è piena di tutto, ma in realtà è un mare senz’acqua. Fa compagnia a cani e porcellini d’India. Insegna canto. Studia cinese con un eccentrico maestro (il teatrale Ernesto Mahieux). Dribbla i potenziali amori. Corre sotto il sole cocente per smaltire le torte da sei che divora la notte. Anche il sonno, per i cuori solitari, è una specie di optional.

E’ in questo desolante scenario che incontra le poche persone (e i pochi animali) che no, non la porteranno a ritrovare se stessa, ma le faranno capire da che lato si guarda uno specchio. Tra queste anche Ettore, un bambino che sembra vivere da solo nel niente, che si insinua quando e come vuole nell’appartamento in cui alloggia la ragazza. Come un piccolo fantasma fatto di carne e di ossa, quelle di Luigi Catani, prodigio sfrontato della recitazione che non potremo che rivedere presto. Lui la farà sedere sulla poltrona di uno studio dentistico svuotato dalle vacanze, come fosse il lettino di uno psicologo. Lei la paziente, lui il dottore. Ma Nina è una figura ancora più eterea di questo enigmatico bambino. Non la proiezione olografica dell’Italia precaria, ma quella di un’intimità raffreddata dal tempo (o da chi per lui) e che ora fatica a cedere ai sensi e ai sentimenti.

Per raccontare la fuga di Nina dalla normalità, dalla minaccia di un futuro prossimo omologato che la vorrebbe con un lavoro vero, una casa e un fidanzato con cui riempire le giornate, alla Fuksas è bastato un cast essenziale, un uso moderato ma poetico della parola, un’espressività visiva e registica che parla da sé, una cura visiva che sfocia in una lucida e provvidenziale ossessione. E una trama minimal, ma densa di spirito.

Il sangue non lo ferma nessuno

Che poi non c’è traguardo, solo mete di cultura. Idee, ideali, idealizzazioni. Che poi non è che ci sia un posto in cui dobbiamo arrivare. Lui lo sa. Ed è per questo che vaga senza sosta. Emissario dell’immutabile mutare, araldo del continuo cambiare. Batte nomade. Sistole itineranti, diastole che hanno pace soltanto nell’assenza di essa. Intanto il cuore liquido sta perdendo anche la sua casa di sempre. Cambio di petto. La prendo di petto. Che fuori fa caldo. Prove tecniche di serate estive. Tra stelle e maree inarrestabili. Il sangue, poi, non lo ferma più nessuno.

Cuore liquido

Gocce di tempo in biscotti di cuore. Gocciole extra-dark, gemelle dolciamare di un vedere che non vede. E’ questione di lancette. Il rubinetto perde, io chissà se vincerò. Il premio è il sole di una primavera introversa, dal ritardo motorio più sfacciato del mio. I prati sono pronti per quel bel verde acceso. Ma le gocce di tempo scendono lente, e i biscotti non aspettano più. Il cuore liquido si vuole più solido. Vuol trovare concretezza tra la la fanghiglia degli affetti. Io annegherò i pensieri in un fumo fondente.

Cuore liquido

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