Non mi cambierete per una nocciolina

Non mi cambierete perché convinti del vostro credo. Non mi cambierete perché la frenesia vi ha ucciso il buon senso. Non mi cambierete perché il dogma prevale sul rispetto. Non mi cambierete perché la vostra bolla ha pareti troppo spesse. Non mi cambierete, perché non sapete cosa dite. Non mi cambierete perché non dite ma poi esigete comprensione. Non mi cambierete perché volete la ragione quando per voi la ragione è un optional. Non mi cambierete, perché siete infelici e vi si legge in faccia, e io non ho nessun interesse a diventare come voi. Non mi cambierete senza il mio consenso: sono il guardiano di me stesso, e sono piuttosto severo. Non mi cambierete con le urla. Non mi cambierete con i gesti assurdi. Non mi cambierete per così poco. Non mi cambierete per una nocciolina. Le uniche noccioline che mi possono cambiare sono quelle di Schulz, e voi non siete Schulz. Il mio cambiamento è sempre pronto, parcheggiato ma con il motore sempre acceso. E’ che il mio cambiamento vale molto di più, molto di più di quella vostra nocciolina. Il mio cambiamento ha un prezzo, e voi non ve lo potete permettere.

Non mi cambierete per una nocciolina

Eululà ululeulàlla

Io me lo ricordo. Me lo ricordo, ora, quel video un po’ trash ma non ridicolo. Mi ricordo quegli occhi da lupo spaurito, e mi è tornato in testa anche quel ritornello che proprio come allora farà fatica ad andarsene. Io me lo ricordo quel video un po’ trash ma non ridicolo. Lo davano all’alba, su Italia 1, prima dei cartoni animati del mattino che io, quasi ottenne ma già accumulatore seriale di idee e di sensazioni, registravo avidamente. C’era finito per sbaglio, più volte, su quella cassetta consumata. E ogni volta me lo guardavo e riguardavo, preso da una lieve e affascinata inquietudine.

Ero un bambino, io, nel ’91. Ero un bambino rapito da quegli occhi da lupo spaurito, e che durante la giornata si canticchiava nella testa quel ritornello che già allora faceva fatica ad andarsene. Oggi, ad andarsene, è l’autore di quel ritornello. L’autore di quel video un po’ trash ma non ridicolo. Il legittimo proprietario di quegli occhi da lupo spaurito, che anche sotto la maschera si vedevano che erano i suoi. Ciao Giorgio, il mio me bambino ti ringrazia tardivamente per quella lieve e affascinata inquietudine. Di quando tu facevi il verso a Teen Wolf. E io, non ancora “teen”, facendo il verso a te facevo già versi da “wolf”.

C’ho visto anche il mare

Che oltre questi binari, io, c’ho visto anche il mare. E c’è voluto un bello sforzo, a immaginarmi le onde oltre tutto questo sferragliare. Lo stesso sferragliare che le prime notti, no, non mi ha fatto dormire. Ce ne sono volute un paio per abituarmi a tutto questo incrociarsi di treni, in arrivo o in partenza da Lambrate come se questo quartiere, così grigio ma anche così vivo, fosse il centro del mondo. Ma no. Lambrate non è che un porto di mare in cui si viene per studio o per lavoro. Sarà per questo che io c’ho visto anche i pesci e la spuma della salsedine. Io, per interposto personaggio. Io che c’ho ambientato un romanzo, in questo circondario che ora sto per lasciare. E ci lascio ricordi indelebili. Di bottiglie di plastica conservate per colpa di un vuoto che non potevo conoscere. Di scatole di un cioccolato speciale che non getterò mai. Di una rosa rimasta per mesi a morirmi addosso, ma da cui sto per separarmi soltanto adesso. Io non ce la faccio ad abbandonare le cose senza lasciarci sopra un pezzo di cuore.

c'ho visto anche il mare

Anche adesso lo sento gridare, col suo lamento antico ma che sa comunque di futuro. Il 23 è un tram dall’animo vecchio, ma fa gli stessi versi di un animale ancora ruggente. E anche adesso lo sento gridare, anche adesso lo sento ruggire, mentre torna alla sua tana per l’ultima volta prima di una nuova notte. Io lo sento, il 23, ed è da un po’ che lo sento. Così come sento i suoi passeggeri, portatori sani di storie che ho provato a derubare in silenzio. Ho provato a entrare dentro di loro. Sono il ginecologo delle loro anime.

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Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Le casse d’acqua portate a casa col carrello della Lidl. Le corsette a guardar più culi che asfalto. E i cani, quanti cani in questo quartiere di bipedi sempre così di fretta. Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Di Milano nemmeno parlo. Io e lei abbiamo ancora due o tre conti da saldare. E potrebbero volerci mesi, anni, forse una vita. Intanto mi prendo una pausa. Intanto porto i saluti dei culi, dell’asfalto e dei cani all’altra mia città. Quella da cui provengo. Che oltre i suoi binari, io, c’ho visto anche il mare. Perché lì il mare c’è davvero. E mi sta aspettando a onde aperte.

The Amazing Spider-Man: Il potere di Electro

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La sindrome del troppo che stroppia colpisce ancora, proprio come era successo al secondo capitolo della scorsa trilogia. Ci si diverte, lo spettacolo è garantito, più e meglio del solito. Il Ragno, a volte, sembra addirittura volare. Il costume? Finalmente è quello giusto. Le relazioni umane sono gestite bene e la recitazione, nel suo piccolo, non fa rimpiangere il vecchio cast (e ci mancherebbe). Ma mentre si sente l’assenza di un nemico con la “n” maiuscola (e dire che qui ce ne sarebbero addirittura tre), la concatenazione di eventi è così densa che alla fine soffoca. The show must go on, but it could be more intelligent.

Lontani anni luce

La luce non ha tempo. Io non ho tempo. Io non ho mai tempo, anche se non sono luce. E non è ancora il tempo che io la capisca. Non è ancora il tempo che io veda la luce per quello che è. L’abbaglio è uno sbaglio. Una luce riflessa senza tanto riflettere. Nata dal niente, spinta dal troppo. Dal troppo riflettere su specchi che non riflettono mai abbastanza. Che ricevono luce e poi la distorcono. E tu, tra abbagli a sbagli, strappa quella foto virtuale una volta per tutte. Che la foto è luce, di una luce sbagliata, di una luce deviata. Di una nuova morte dell’anima. Un’anima che vuole vivere il suo tempo. Lei che di tempo ne ha. E che ne vuole avere. E che non ha tempo per sbagliare. Che non ha tempo per farsi abbagliare. Che è luce riflessa di vita lucente. Che non ha più tempo per le luci che fanno più ombra che luce. Che non ha niente da dire a chi non ha niente da dare. A chi, tolto l’abbaglio, ha più buio che anima.

Lontani anni luce

Chi se ne frega della Mus(e)ica

Il più difficile, il più complicato. Quello che se lo imparerò a cantare tutto prima del concerto mi dovrete dare lo Strega, il Nobel per la letteratura e la laurea ad honorem in storia dell’arte. Così, anche soltanto per l’impegno. Ché l’ultimo Caparezza è il più difficile, il più complicato. Il più denso. Di suoni. Di parole. Ho ascoltato #Cover e ho temuto la fiacca. Ho ascoltato #Nonmelopossopermettere e me ne sono goduto la linearità. Ma il resto di #Museica no. Il resto di Museica è genialità condensata in un’audioguida lunga un’ora, nove minuti e cinquantaquattro secondi. Una genialità poco adatta alle logiche del primo ascolto. Ché questa musica è densa e fa con-densa. E per raccoglierne tutte le gocce ci vorrà del tempo. Da qui fino a quel famoso concerto. Voi, intanto, preparatemi lo Strega. Se fallirò nell’intento saprò già cosa bere.

#maècaparezzaoirageagainstthemachinechecantanotuttawikipedia?!

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Non siamo ancora pronti

Ché se anche il mare ancora sonnecchia un motivo ci sarà. Il mare, lui. Con la sua spuma latente. La sua voglia di devastarci i corpi e le anime. Quelle anime che un tempo erano candide, ma che quello stesso tempo, di giorno in giorno, ha reso un po’ meno pure.

A dirlo è l’aria che abbandona di getto la bocca. Le parole che escono, i pensieri immessi nell’atmosfera, di sfogo e di prepotenza. A dirlo sono i nostri occhi, puntati più sul pavimento di un lungomare desolato e desolante che verso il cielo. Più sulla solita terra che verso il mare. Ché se ancora sonnecchia un motivo ci sarà. Significa che non siamo pronti a riprenderci le nostre vite. Significa che non siamo pronti per la bellezza di tutto quel sole. Significa che non siamo ancora abbastanza fermi, calmi, non abbastanza restii all’inquietudine per poterci stendere su di una spiaggia accogliente.

Per ora i sassi si alternano ai ciottoli, ai rami secchi, ai rifiuti di un inverno che a tratti fa ancora capolino. La sabbia sembra un po’ più propensa a fagocitare i nostri corpi e le nostre anime. Di certo il mare è lì, che come sempre ci attende. Di certo c’è che noi, ancora, siamo dei pedoni nomadi sul lungomare della nostalgia e delle prospettive latenti e latitanti. Fuori, tra le nuvole e il vento che non concede scampo né scampoli di primavera, si susseguono i cartelli Affittasi di case tutte da riempire. Un po’ come noi. Un po’ come i nostri corpi e le nostre anime. Noi che non siamo ancora pronti per la bellezza di tutto quel sole. Noi che quel sole lo aspettiamo già da un po’.

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Nuova gestione

Le foto son vive, le foto son morte. I temporali non sono finiti. I temporali son ricominciati. La primavera era un vacuo tepore, l’illusione di un calore improvviso che non sarebbe potuto durare. Le foto son vive, le foto son morte. Alcune le scatti con gli occhi, altre le incontri per caso. E finisce che quegli occhi avresti voluto posarli altrove. Ma gli occhi son occhi, e non c’è primavera che tenga.

Balle. E’ giusto un’attesa. Questione di tempo, prima che sul petto mi spunti un cartello.

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La vera libertà

L’anima si ritrova spesso a dover tacere. Fino a che, un giorno, urla.

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Il senso della primavera

Trattieni la mano. Trattienila. Non dar proroghe all’agonia. Non cercare alibi per provocarti dolore. Trattieni la mano. Trattienila. E mantieni il contatto con te. Rinuncia, piuttosto, al contatto che vorresti. Respingi l’accanimento poco terapeutico che ti sta rimbalzando nella mente. Respingilo. E trattieni la mano. Trattienila. Ché il senso della primavera è vedere la neve che si scioglie. Quindi non te ne innamorare. Mai. Se già l’ami smetti di farlo. E ora stai qui. Buono. Trattieni la mano. Trattienila. E attendi di rinascere come fossi un ciliegio.

snoopy fiocco di neve

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