Fratello muro

Duro. Duro. Duro il muro. Troppo duro anche per chi è duro. Come me. Che sono duro. Duro. Ma non quanto il muro che non si può scalfire. Il muro fatto d’adamantico orgoglio che la ragione non l’ha. La inventa direttamente. La costruisce in serie. La genera sinapticamente come fosse il dio delle verità sottovuoto. La ragione è sempre dalla sua parte. La tiene stretta al di là del muro. Il suo muro. Il muro duro, duro, duro che è. Il muro che non si può scalfire. E che io che sono duro, duro, duro, non voglio scavalcare. Perché un tempo quel muro era mio fratello, mentre ora non sono che un figlio unico forzato da quello stesso muro. Quel muro di un fratello così duro. Duro. Duro. Che non si può scalfire. E che non voglio scavalcare. E allora cambio strada e lo lascio solo, quel muro duro. Fratello duro. Fratello muro. Solo. E duro. E solo perché duro. Troppo duro. Un muro che non cade e che tantomeno si piega. Pure quando dovrebbe.

Fratello muro

Guardiani della Galassia

Guardiani della Galassia - poster

Il segreto è una vecchia musicassetta. Nel walk-man ci sono i brani di una volta, suonati a loop per non lasciarli andare. Per non lasciarsi andare. E per non lasciare andare qualcuno che proprio non vogliamo che se ne vada. Lì c’è il passato che attraversa il presente per creare il futuro. Un po’ come i Guardiani della Galassia, i paladini dell’universo griffati Marvel che con la loro colonna sonora bizzarra e un po’ retrò (anni ’70 e ’80) hanno dichiarato guerra agli aspiranti dominatori intergalattici. Strizzando l’occhio a Star Wars e, allo stesso tempo, (r)innovando il genere dei cinecomics.

Già. Non è la solita musica quella che passa il convento dei Marvel Studios, che questa volta il miracolo l’hanno fatto davvero. Perché creare dei buoni personaggi, inserirli in un canovaccio efficace e condire il tutto con musiche dall’impronta epica è ormai un compitino (quasi) di routine. Ma farlo così bene è una sorta di prodigio. Ed è difficile, oramai, decretare quale sia il miglior super-film ispirato agli eroi della Casa delle Idee, tanti ne hanno già sfornati. Ma una cosa è certa: oltre a fare un uso inedito, prepotente, efficace e fortemente simbolico della musica, Guardiani della Galassia arriva dove nessuna produzione Marvel era mai arrivata: far ridere senza per questo rendersi ridicola. Spingere sull’acceleratore della comicità senza perdere il controllo del mezzo. Fare della risata un valore aggiunto, e non un fardello dai risultati apocalittici. E ci voleva un novellino come James Gunn, che a suo modo s’intende sia di eroi in calzamaglia sia di toni scanzonati (suoi il film Super e un episodio dell’apprezzato Comic Movie), per compiere l’impresa. Per imprimere la leggerezza sulla pellicola come nessun regista Marvel (Studios e non) era mai riuscito a fare. Grazie a una sceneggiatura che spiazza lo spettatore, perché obbliga lo sfacciato Star-Lord, la seducente Gamora, il cinico Rocket, il tenero Groot (difficile credere che dietro ci sia quel duro e puro di Vin Diesel) e l’avventato Drax a compiere gesti inattesi, a dare forma ai dialoghi che meno ti aspetti. Guadagnandoci in profondità e umanità. Loro che ci fanno ridere e commuovere. Che sono così lontani, eppure così vicini. I non-eroi del pianeta accanto che le suonano ai cattivi. E fanno tutta un’altra musica. Con o senza walk-man.

Biscotti amari

Merdao meravigliao. Che una merda così non te la saresti mica aspettata. Che ci sarebbero stati biscotti dal sapore inedito e inatteso, dolci che son dolci quanto i chiodi di garofano. Che ci sarebbero stati ricordi destinati al limbo, relegati lì dalla frustrazione dell’oggi. Che ci sarebbero stati legami che non son più tali, o così par essere. Che ci sarebbero stati orgogli feriti e feriti dall’orgoglio. Che sarebbero sorti problemi che problemi non sono. Che ci sarebbero stati amici persi, ma che non son persi perché li hai persi tu. Sono loro ad aver perso se stessi. Sono loro ad aver perso te.

Biscotti amari

Ho mangiato il vuoto

Ho mangiato il vuoto, e ho scoperto che il nulla ha un buon sapore. Ho mangiato il vuoto, io che già ero pieno di tutto e di niente. Io che di fronte al mare ho rinnovato il mio patto di pace, con quello stesso mare come testimone. Il mio patto di pace, mio soltanto. Un contratto firmato da due parti uguali. Tra me e me. Sottoscritto in quest’angolo di terra, dove la terra si bagna nell’orgasmo del sale. E del sole. E del sole che non sale, al contrario della mia fame di vuoto, in questo tramonto dal sapore dell’alba. In questo tramonto dal sapore di nulla.

Ho mangiato il vuoto

Non mi cambierete per una nocciolina

Non mi cambierete perché convinti del vostro credo. Non mi cambierete perché la frenesia vi ha ucciso il buon senso. Non mi cambierete perché il dogma prevale sul rispetto. Non mi cambierete perché la vostra bolla ha pareti troppo spesse. Non mi cambierete, perché non sapete cosa dite. Non mi cambierete perché non dite ma poi esigete comprensione. Non mi cambierete perché volete la ragione quando per voi la ragione è un optional. Non mi cambierete, perché siete infelici e vi si legge in faccia, e io non ho nessun interesse a diventare come voi. Non mi cambierete senza il mio consenso: sono il guardiano di me stesso, e sono piuttosto severo. Non mi cambierete con le urla. Non mi cambierete con i gesti assurdi. Non mi cambierete per così poco. Non mi cambierete per una nocciolina. Le uniche noccioline che mi possono cambiare sono quelle di Schulz, e voi non siete Schulz. Il mio cambiamento è sempre pronto, parcheggiato ma con il motore sempre acceso. E’ che il mio cambiamento vale molto di più, molto di più di quella vostra nocciolina. Il mio cambiamento ha un prezzo, e voi non ve lo potete permettere.

Non mi cambierete per una nocciolina

Eululà ululeulàlla

Io me lo ricordo. Me lo ricordo, ora, quel video un po’ trash ma non ridicolo. Mi ricordo quegli occhi da lupo spaurito, e mi è tornato in testa anche quel ritornello che proprio come allora farà fatica ad andarsene. Io me lo ricordo quel video un po’ trash ma non ridicolo. Lo davano all’alba, su Italia 1, prima dei cartoni animati del mattino che io, quasi ottenne ma già accumulatore seriale di idee e di sensazioni, registravo avidamente. C’era finito per sbaglio, più volte, su quella cassetta consumata. E ogni volta me lo guardavo e riguardavo, preso da una lieve e affascinata inquietudine.

Ero un bambino, io, nel ’91. Ero un bambino rapito da quegli occhi da lupo spaurito, e che durante la giornata si canticchiava nella testa quel ritornello che già allora faceva fatica ad andarsene. Oggi, ad andarsene, è l’autore di quel ritornello. L’autore di quel video un po’ trash ma non ridicolo. Il legittimo proprietario di quegli occhi da lupo spaurito, che anche sotto la maschera si vedevano che erano i suoi. Ciao Giorgio, il mio me bambino ti ringrazia tardivamente per quella lieve e affascinata inquietudine. Di quando tu facevi il verso a Teen Wolf. E io, non ancora “teen”, facendo il verso a te facevo già versi da “wolf”.

C’ho visto anche il mare

Che oltre questi binari, io, c’ho visto anche il mare. E c’è voluto un bello sforzo, a immaginarmi le onde oltre tutto questo sferragliare. Lo stesso sferragliare che le prime notti, no, non mi ha fatto dormire. Ce ne sono volute un paio per abituarmi a tutto questo incrociarsi di treni, in arrivo o in partenza da Lambrate come se questo quartiere, così grigio ma anche così vivo, fosse il centro del mondo. Ma no. Lambrate non è che un porto di mare in cui si viene per studio o per lavoro. Sarà per questo che io c’ho visto anche i pesci e la spuma della salsedine. Io, per interposto personaggio. Io che c’ho ambientato un romanzo, in questo circondario che ora sto per lasciare. E ci lascio ricordi indelebili. Di bottiglie di plastica conservate per colpa di un vuoto che non potevo conoscere. Di scatole di un cioccolato speciale che non getterò mai. Di una rosa rimasta per mesi a morirmi addosso, ma da cui sto per separarmi soltanto adesso. Io non ce la faccio ad abbandonare le cose senza lasciarci sopra un pezzo di cuore.

c'ho visto anche il mare

Anche adesso lo sento gridare, col suo lamento antico ma che sa comunque di futuro. Il 23 è un tram dall’animo vecchio, ma fa gli stessi versi di un animale ancora ruggente. E anche adesso lo sento gridare, anche adesso lo sento ruggire, mentre torna alla sua tana per l’ultima volta prima di una nuova notte. Io lo sento, il 23, ed è da un po’ che lo sento. Così come sento i suoi passeggeri, portatori sani di storie che ho provato a derubare in silenzio. Ho provato a entrare dentro di loro. Sono il ginecologo delle loro anime.

c'ho visto anche il mare2

Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Le casse d’acqua portate a casa col carrello della Lidl. Le corsette a guardar più culi che asfalto. E i cani, quanti cani in questo quartiere di bipedi sempre così di fretta. Questo mi ha dato Lambrate, questo mi porterò dietro. Di Milano nemmeno parlo. Io e lei abbiamo ancora due o tre conti da saldare. E potrebbero volerci mesi, anni, forse una vita. Intanto mi prendo una pausa. Intanto porto i saluti dei culi, dell’asfalto e dei cani all’altra mia città. Quella da cui provengo. Che oltre i suoi binari, io, c’ho visto anche il mare. Perché lì il mare c’è davvero. E mi sta aspettando a onde aperte.